Attualità

In Italia non c’è mai stata una destra “moderna”

Proposto da Rosanna Conte

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Guardando alla scena politica attuale e dei mesi scorsi, ci viene da chiederci perché abbiamo questa destra in Italia e non una destra più simile a quelle presenti negli altri paesi europei. Certamente i contesti influiscono molto sui caratteri delle forze politiche, ma ci sono anche ragioni storiche e noi inutilmente andremmo alla ricerca, in Italia, dei figli del liberalismo.
Lo storico Giovanni De Luna ne parla nel suo articolo pubblicato oggi su il Fatto Quotidiano.


In Italia non c’è mai stata una destra “moderna”
di Giovanni De Luna

Le recenti acrobazie parlamentari del centrodestra (sì allo scostamento di bilancio, no al Mes) hanno rilanciato un interrogativo che si è prolungato per tutta la nostra storia repubblicana: è mai esistito nel nostro sistema politico un partito di destra conservatore ma non eversivo, legalitario ma non liberticida, con il senso dello Stato e delle istituzioni ma non statolatrico, laicamente contrario a uno Stato con una propria fede religiosa ufficiale contrapposta ad altre fedi?
Un partito così non c’è mai stato. Non lo è stato la berlusconiana Forza Italia, stritolata nella morsa tra il carisma televisivo del proprio leader e i suoi interessi aziendali; così come non si possono ritenere tali sia la destra sovranista di Salvini, sia quella di Giorgia Meloni, gravata da una pesante eredità neofascista. Questa assenza sottolinea un’anomalia che ci caratterizza rispetto alle altre grandi democrazie occidentali, rendendo impossibile ogni ipotesi di “grossa coalizione” subito gravata dal sospetto dell’“inciucio” e del trasformismo.

C’è quindi una “questione liberale” che, sulla destra dello schieramento parlamentare, ha lo stesso rilievo assunto a sinistra dalla “questione comunista” e che chiama in causa innanzitutto l’assenza di un’importante borghesia produttiva urbana, che in almeno il 40% del Paese è inesistente. Oltre a questa questione strutturale, ce n’è un’altra più squisitamente politica, emersa già all’alba della nostra storia repubblicana. Tutte le grandi famiglie della tradizione politica italiana, cattolica, socialista e liberale, erano crollate nel 1922 sotto l’urto del fascismo; pure le prime due ritornarono a essere protagoniste alla fine del fascismo, fino a rappresentare – con la Dc, il Pci, il Psi – l’asse politico su cui si strutturò la storia dell’Italia repubblicana.
Non fu così per i liberali. Rinchiusi nel ghetto di un’accanita difesa della memoria dell’Italia pre-fascista, religiosamente fedeli ai valori ereditati dal Risorgimento, si resero impermeabili alla drammaticità delle fratture apertesi negli anni della ricostruzione (1945-1948), consegnandosi inermi alla sconfitta proprio di fronte a quelle forze che al Risorgimento erano risultate estranee (socialisti e comunisti) o addirittura nemiche (i cattolici). “Ombre del tempo di Giolitti” fu la definizione sarcastica che allora ne diede Carlo Levi.

Guglielmo Giannini

L’unica, effimera alternativa, alla continuità con il passato fu il flirt elettorale con le masse degli elettori dell’Uomo Qualunque. Affascinati dall’antipolitica di Guglielmo Giannini i liberali si limitarono così a incarnare gli aspetti più inquietanti di un certo sovversivismo delle classi dirigenti italiane. Il qualunquismo del biennio 1945-1947 fu infatti la forma politica assunta da una tradizione e da un costume che veniva da lontano e che nel rifiuto dei partiti e della loro politica trovava un suo assetto, per così dire, congiunturale.
I partiti allora erano i sei che avevano dato vita alla coalizione del Comitato di Liberazione Nazionale. Essere contro i partiti voleva dire sostanzialmente schierarsi contro quello che era il lascito più significativo della Resistenza. Fu su queste basi che l’Uomo Qualunque trovò nel Partito liberale un compiacente alleato. Il liberismo dei qualunquisti, la loro fiducia nell’economia di mercato, lo stesso auspicio di uno Stato amministrativo, gestito da un ragioniere in grado di far quadrare i conti, ai notabili liberali – Orlando, Bonomi, Nitti – sembrarono una ghiotta opportunità per presentarsi sulla scena del dopoguerra smettendo i panni dimessi dei révenant e legandosi a una forza popolare, diffusa nel paese e sedotta dalle qualità istrioniche di Guglielmo Giannini. Così, nel connubio tra i sopravvissuti del passato e gli scalmanati qualunquisti del presente si inabissò il progetto di una destra rispettabile e riconoscibile nei suoi valori di fondo; si spalancò un vuoto che successivamente sarebbe stato riempito da un partito confessionale e di massa come la Dc, con qualche appendice anche negli ambienti neofascisti che avrebbero dato vita al Msi.

Contro ogni deriva maggioritaria e populista, Francesco Ruffini aveva a suo tempo posto un limite invalicabile per ogni sistema democratico e liberale: “Il potere della maggioranza deve essere sempre compatibile con il diritto delle minoranze”. Lo stesso Ruffini aveva propugnato il diritto all’aconfessionalismo, alla miscredenza, all’incredulità e, nel 1929, si era strenuamente opposto al Concordato in difesa non solo della libertà religiosa, ma di tutti i diritti di libertà. Ruffini era morto. Ai suoi funerali, il 21 marzo 1931, a Borgofranco di Ivrea, avevano partecipato Croce, Albertini, Soleri, Einaudi, Salvatorelli, Solari, Jemolo. Non lo sapevano, ma avevano definitivamente sepolto la tradizione liberale italiana.

Giovanni De Luna (immagine tratta da “Patria indipendente”)

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