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‘U scoglio d’u paricchiano (4)

di Francesco De Luca 

 

per la prima parte (leggi qui)
per la seconda parte (leggi qui)

per la terza parte (leggi qui)

Nello scendere i gradoni di Cala Inferno la combriccola sperava soltanto che il gozzo di tre pisce non fosse stato scoperto da nessuno. Per il resto il mare era buono e, sebbene avrebbero impiegato tutta la notte e buona parte del giorno in navigazione, questo non li impensieriva.

Scesero e fecero il segnale con la lampada. Come risposta da dietro lo scoglio che si erge nel mezzo del mare, a destra di chi guarda, venne fuori una barca. E’ uno scoglio a punta, a forma conica, senza nessuna particolarità.

“E no… qui ti sbagli – mi interrompe mio figlio. Io ci sono andato presso quello scoglio. L’ho girato ben bene. La sua particolarità consiste nell’essere tutto traforato al di sotto. C’è uno stretto budello che lo passa da parte a parte. Per un subacqueo che si diverte con l’apnea è una bella esperienza”.

Don Giuseppe Vitiello, il parroco da cui lo scoglio prende nome, da lì diede il via all’impresa di avvertire i Borbone del tentativo di Carlo Pisacane. “Nel nome di Dio” – disse – e benedisse l’equipaggio. I sei remi iniziarono a cadenzare le battute sul corpo del mare. Era calmo e ai colpi lasciava sfilare lo scafo.

A Gaeta arrivarono l’indomani pomeriggio e il loro gesto ebbe grande risalto nelle cronache del regno e nella coscienza popolare. Da allora quello scoglio è indicato come ‘u scoglio d’ u paricchiano.

 

“Anche un altro ricordo è depositato presso i ponzesi – aggiunge mio figlio. C’è una poesia in dialetto che riguarda l’accaduto. Me l’hanno fatta studiare alle elementari, ma non è la Spigolatrice di Sapri. Questa dice di come i Ponzesi vissero la venuta di Pisacane. Me la ricordo ancora, recita così …

 

Quanno all’impruvviso arrivaie Pisacane
i Burbune se pisciaieno sotto sane sane.
Pareva nu pescecane
ca s’ i vuleva mangià comme pane.
Ne vuleva ciento pe na ranfa
e subbeto se iette a gghienche a panza:
ncopp’a Torre, comme padrone,
facette arapì i priggione
e libberaie treciento disgrazziati,
pregiuniere pulitece chiammati.
Po’ scennettene tutt’ assieme,
ca n’esercito pareveno,
e a ggente s’ arrassava paurosa
e se nascunneva ind’a ogne pertose.
Pisacane facette u giro d’ a piazza,
se fermaie pe n’annutecà u lazzo,
iette abbasce u muolo a guardà u mare
pecché teneva appaura
c’a Napule ce ‘a faceveno pagà cara.
Po’, quanno fuie sicuro:
“iammucenno ‘a stu paese –
decette- ma si no i Punzise
esceno ‘a casa fra nu mese.
Cca sulo i carcerate
ponne esse libberate,
i paisane n’ i faie diventà maie italiane”.
E tutt’ arragggiato, comme era venuto,
se ne iette ncazzato e avveluto.
U repubblicano
credeva ‘i purtà na parola bbona
e pe chesto s’ aspettava ca ce abbatteveno i mane.
E invece ‘u pigliaieno pe brigante
ca s’ a piglia cu re, cu Papa e cu i sante.
“Arrassa sì Signò
e chisto mo che vò? –
pensaieno i Punzise –
vuò vedé ca ce vò cagnà divisa?
nuie stamme bbuono cca
che nv’avimmo fa’ d’ a libbertà,
n’ è cosa pe nuie
n’ a sapimmo struie:
meglio nu capo re
ca nu Re ncapa,
che ce ne fotte ‘i diventà Italiani
tanto remmanimmo diune ogge e dimane”.

 

Se non ci fosse stata quella delazione l’impresa dei trecento di Carlo Pisacane avrebbe avuto esito diverso ? Chi lo sa. Forse sarebbe stata ugualmente ininfluente per le sorti dell’idea repubblicana. E tuttavia è bene riflettere come ogni eroismo sia accompagnato da meschinità. Proprio come lo scoglio d’u paricchiano  solido e granitico nella parte emersa, incavato e bucherellato nella base sommersa.

 

[‘U scoglio d’u paricchiano (4)fine]

2 commenti per ‘U scoglio d’u paricchiano (4)

  • Emilio Iodice

    Mi è piaciuta molto questa storia. Franco De Luca ci insegna sempre qualcosa che pensavamo di sapere ma in realtà non lo sapevamo.

    Può intrecciare un incidente storico in una storia facile da comprendere con significato e saggezza. Ci insegna lezioni ogni volta che costruisce un evento nella storia della nostra isola.

    Il patrimonio di Ponza è immenso. Autori come Franco ci svelano i gioielli di famiglia. Immagina la storia di Cala d’Inferno con il suo incredibile acquedotto romano e storie di trasporti, avventure che fanno parte della vita dell’Italia e del Mediterraneo. Eppure, come tanti gioielli della nostra isola, è abbandonata e dimenticata.

    Franco ci mostra quanto è cambiato e quanto rimane uguale, non solo qui ma soprattutto nel cuore e nella mente delle persone.

    La sua storia parla di eroismo ma anche di proteggere lo status quo e gli interessi personali al di sopra degli ideali. È un concetto che prevale e rallenta il progresso e il cambiamento, anche nel 21 ° secolo.

    Grazie tanto Franco.

    Gli uomini dimenticano prima la morte del padre che la perdita del loro patrimonio. Niccolò Machiavelli

    Un eroe è qualcuno che ha dato la propria vita a qualcosa di più grande di se stesso.

    Un eroe non è più coraggioso di un uomo comune, ma è coraggioso cinque minuti in più.

    Un eroe è qualcuno che fa ciò che deve essere fatto e non ha bisogno di altre ragioni.

  • Francesco De Luca

    Caro Emilio,
    grazie per i complimenti. Una riflessione voglio condividere con te che sei interessato ai fatti sociali.
    Ponza nella storia passata é stata alla mercé di chi aveva posti di comando (per lo più forestieri) di chi trafficava con la burocrazia (ponzesi arricchiti). Ignoranza e lavoro duro, assoggettamento e rassegnazione.
    Per mutare le cose, ed è questo il mio impegno, mi sembra necessitino cultura e determinazione

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