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Diamoci pure del tu. Ancora su ‘la Repubblica’

di Tano Pirrone

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Questo articolo-saggio prosegue e integra un articolo precedente sull’argomento e implicitamente risponde al commento di Vincenzo Ambrosino (leggi qui).
A Tano non si può chiedere di essere breve; non è nella sua natura. D’altra parte le cose non sono mai semplici… Diceva Geraldine Chaplin in un film di Almodovar
“Parla con lei” (2002): “Niente è facile: io faccio la maestra di danza e posso dirlo: niente è facile!”.
L’articolo, in sé breve, è completato da cinque allegati
.pdf  per chi vuole approfondire i temi segnalati nel testo.
S. R.

L’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili.
Il pessimista sa che è vero
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[attribuito a Robert Oppenheimer]

Caro Vincenzo,
l’uso del “lei” è stato puramente retorico, utilizzato per dare delle risposte, mantenendo i due protagonisti ben separati, distinti e individuabili nella loro identità. Per cui accetto senz’altro il “tu” e di questo mi servo per rivolgermi al mio interlocutore, in questo certamente più pacato chiarimento.

«Sarebbe opportuno, quando ci si vuole occupare di argomenti delicati come questi [il controllo della stampa italiana – NdA] intervenire con piena conoscenza dei dati di fatto e non tranciare il vuoto a sciabolate, che è sempre un esercizio inutile quanto ridicolo». Così scriveva Eugenio Scalfari nell’editoriale di domenica 19 marzo 1985: “Mani forti sulla stampa italiana” (ALL. 1), e così ribadisco anch’io a proposito della tua citazione.
In quell’editoriale il direttore de la Repubblica denunciava l’acquisizione – illegittima – del Gruppo Rizzoli, che già da solo rappresentava il 20% dell’intera diffusione nazionale, da parte della società Gemina (controllata, con oltre il 50% del capitale sociale, da Mediobanca – controllata, a sua volta dalle Partecipazioni statali – e dalla Fiat, attraverso una sua società controllata). I due soci di maggioranza erano legati da un patto di sindacato. Soci di minoranza in Gemina di maggior rilevanza erano Pirelli, Orlando e Bonomi (il cui ultimo rampollo è da pochi giorni al comando di Confindustria).
Scalfari denuncia la manovra poco trasparente, che portava ad un controllo dell’informazione in Italia, ma non parla mai di “razza padrona”, che fu invece lo stigma con cui Scalfari e Turani identificarono nel loro omonimo libro (Feltrinelli, 1974) [ALL. 2] Cefis e quella “borghesia di stato” in grado di intervenire presso i politici al potere per ottenere benefici per le aziende da loro rappresentate.

I fatti raccontati si svolgono in un arco di tempo ben preciso, cioè dal 1962, anno della nazionalizzazione dell’industria elettrica, alla primavera del 1974, con l’accordo fra Fiat e Montedison per i vertici della Confindustria Giovanni Agnelli ed Eugenio Cefis, rispettivamente presidente e vice presidente).
Il racconto di Scalfari e Turani, innovativo nella narrazione molto americana, è quindi un quadro duro e impietoso con tutti i protagonisti dell’epoca (Cuccia e Carli compresi), di pochezza e di sacrificio degli interessi comuni alle ragioni di potere personale e delle proprie rispettive botteghe.
I 1500 miliardi di lire, il prezzo pagato dallo Stato ai privati proprietari delle infrastrutture elettriche, invece di far nascere una nuova stagione di investimenti produttivi come era nelle intenzioni di Guido Carli, sono la cifra su cui si costruiscono grandi fortune private ed equivalenti fallimenti imprenditoriali.

Nasce allora il capitalismo ibrido italiano, tra intrighi, complotti, affaristi e ricattatori. Cefis e la Montedison sono il simbolo di quegli anni, di quella “borghesia di stato” tanto dialogante e ossequiente con la politica, quanto determinata nel ricavarne benefici per i propri affari. In quegli anni comincia la spaventosa impennata del debito pubblico.

Mario Pannunzio e Il Mondo

Come puoi vedere, caro Vincenzo, Scalfari e i suoi giornali sono sempre stati un fronte di resistenza e di contrasto contro i monopòli economici e dell’informazione. Lo sono stati sin dal nascere: come ho ricordato nel precedente articolo, Franco Libonati, Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari (un gruppo vivacissimo di “liberali di sinistra” che si raccolgono attorno a Mario Pannunzio e al Mondo), coinvolgono Adriano Olivetti (l’esperienza olivettiana è al di sopra e al di là di ogni possibile critica): nasce così L’Espresso, esempio unico e irripetibile di giornale di inchiesta e di denuncia, da cui poi, nascerà nel 1976 “la Repubblica”, di cui in queste settimane siamo stati testimoni del cambio di proprietà (leggi qui).

Adriano Olivetti

Siamo preoccupati, quelli del “partito di Repubblica”, per la nuova acquisizione della Gedi (proprietaria di Repubblica e di tutte le altre attività complementari e collaterali) da parte della Exor [All. 3] (la holding finanziaria di diritto olandese, cassaforte della famiglia Agnelli), con prevedibile (e già verificato) spostamento verso destra dell’orbita di interesse. Sappiamo che Carlo De Benedetti (che aveva ceduto ai figli la proprietà delle azioni della Gedi) è rimasto disgustato da questa operazione, che tradisce l’originario indirizzo dell’iniziativa editoriale. L’Ingegnere ha comunicato la nascita, a settembre, di un nuovo quotidiano stampa/online, il cui direttore dovrebbe essere il giovane e agguerrito Stefano Feltri (*). Visto il panorama dell’informazione italiana, un quotidiano non nevrastenico, non su posizioni meramente ideologiche è interesse di tutte le persone per bene che hanno a cuore il destino dell’Italia. Se poi si chiamerà “Domani” sarà il benvenuto!

Carlo De Benedetti e Eugenio Scalfari

Per l’ultima rassegnata frase di Vincenzo ho tenuto in serbo l’articolo scritto da Scalfari il 30 settembre 2007: “La casta dei politici e la razza padrona” (All. 4) e un altro editoriale del 28 luglio del 2011: “La sinistra, la morale e la diversità perduta” (All. 5). L’editoriale (un estratto, limitato al dibattito sulle “razze padrone”) è fondamentale per comprendere l’atteggiamento non solo formale, ma sostanziale, anche quindi come linea giornalistica.
L’ultimo allegato (All. 5): “La sinistra, la morale e le diversità perduta”, è un articolo del 2011 (quattro anni dopo il precedente), il cui tono amaro – almeno io così lo colgo – è significativo della importanza drammatica di quei quattro anni nella nostra storia recente. Hanno segnato anche la nostra storia recente e attuale.
I nodi non risolti in quegli anni, il crescente marasma populista e i colpi di coda della crisi affluiscono in questa pandemia e rendono la gestione e l’avvio di un nuovo indirizzo quanto meno problematico. Abbiamo fatto poche riforme e molte di quelle fatte si sono dimostrate sbagliate, o quantomeno incomplete.

Bisognerebbe smettere di abbaiare alla luna e mettersi a lavorare come fecero i nostri padri al termine della seconda guerra mondiale. Mancano però le idee e gli uomini. Vogliamo parlarne?

 

Note e Allegati

(*) – Stefano Feltri (Modena, 7 settembre 1984) è un giornalista italiano. Non è parente di Vittorio Feltri. Laureatosi alla Bocconi, comincia la carriera nella Gazzetta di Modena. Dopo alcuni stage a Radio 24 e al quotidiano Il Foglio, viene assunto da Il Riformista. Dal 2009 lavora a Il Fatto Quotidiano, dove per cinque anni ha curato la sezione economica.. Dal novembre 2011 è invitato dalla RAI a condurre per una settimana all’anno la trasmissione radiofonica Prima pagina, su Radio 3. Dal 2012 al 2014 fa parte della squadra di collaboratori di Otto e mezzo di Lilli Gruber. A febbraio 2015, dopo la nomina di Marco Travaglio a direttore, Feltri diventa vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, carica che mantiene fino alla fine di luglio 2019. Nel marzo 2017 assieme ad altri giornalisti si è recato a Damasco al seguito di una delegazione di 6 europarlamentari ed ha intervistato il presidente siriano Bashar al-Assad. Da agosto 2019 dirige il sito ProMarket.org creato dallo Stigler Center, il centro di ricerca guidato dal professor Luigi Zingales presso la University of Chicago – Booth School of Business. Vive e lavora a Chicago, da dove continua a scrivere per il Fatto Quotidiano di economia e di America.

Allegati in file .pdf

All. 1 – Mani forti sulla stampa italiana.Scalfari. 19.03.1985

All. 2 – Razza padrona.Scalfari & Turani.Feltrinelli, 1974

All. 3 – Exor

All. 4 – La casta dei politici e la razza padrona (estratto).Scalfari.Repubblica.30.09.2007

All. 5. La sinistra, la morale e la diversità perduta. Eugenio Scalfari. 28.07.2011

 

 

 

3 commenti per Diamoci pure del tu. Ancora su ‘la Repubblica’

  • Caro Tano a te “non si può chiedere di essere breve” a me la direttora Luisa Guarino sta sempre lì con “dito sull’orologio” a dirmi di non annoiarla e di non annoiare i suoi lettori, per cui sarò breve.

    Io sono convinto che sia molto difficile non sporcarsi le mani quando si fa un mestiere come quello del giornalista/editore, ma se vogliamo è difficile non sporcarsi le mani, in tutti quei mestieri in cui si ha a che fare con i finanziamenti privati.

    Con l’autogestione finanziaria (che sola ti può rendere libero) certamente non si diventa il primo giornale nazionale e non si può costruire intorno a se un sistema giornalistico nazionale che gravita intorno al Lume del Fondatore che capillarmente propaganda il suo ego nelle case della gente. Se vogliamo con pochi soldi non si possono neanche attirare le grandi firme, i grandi intellettuali i quali vogliono essere pagati profumatamente.

    Quindi intorno a tutto ruota il denaro e il denaro corrompe oppure influenza in un modo o nell’altro.

    De Benedetti è un imprenditore diverso per esempio da Berlusconi?
    Libero di credere a questo comandamento che ha prodotto nel tempo la orgogliosa diversità di Repubblica e quindi di tutti i suoi lettori: “leggiamo, impariamo, cresciamo perché sicuri del vangelo secondo Eugenio”.

    De Benedetti nel 2018 in una intervista a Lilli Gruber che lo sollecitava a commentare questa affermazione di Scalfari “tra Di Maio e Berlusconi era meglio Berlusconi”, De Benedetti risponde “che non era meglio nessuno dei due, ma poi aggiunge:
    “Ho contribuito a fondare Repubblica, li ho salvati dal fallimento, ho dato un pacco di miliardi pazzesco – miliardi di lire – ma un pacco di miliardi pazzesco a Eugenio quando ha voluto essere liquidato dalla sua partecipazione. Quindi Eugenio deve stare zitto tutta la vita con me. Poi può parlare del Papa, di Draghi, di queste cose con cui lui si diletta parlare, ma non può parlare dei rapporti con me.”

    https://www.ilpost.it/2018/01/18/de-benedetti-scalfari-repubblica/

    Quali erano i rapporti di cui, dice De Benedetti, Scalfari non può parlare?

    Questo articolo dice poco ma poi c’è un convegno fatto dai Radicali nel 1993 dal titolo “I grandi moralizzatori della Repubblica – il caso De Benedetti” In quel convegno si parla di come nasce Repubblica, del fallimento della Rizzoli, di Calvi dell’Ambrosiano, della scalata di De Benedetti, della linea editoriale di Repubblica e tanto altro.
    Chi è interessato se lo cerchi da solo.

  • Luisa Guarino

    “A Tano non si può chiedere di essere breve” l’ha scritto il caporedattore Sandro Russo. Io naturalmente non sono d’accordo. Ma quello di Tano Pirrone sulla vicenda Repubblica è un vero e proprio ‘trattato’, una storia dettagliata e precisa. Chi ha voglia e interesse a leggerla, faccia pure: certamente troverà un resoconto attento e attendibile. Sapete che sono piuttosto sbrigativa, perciò mi auguro che l’argomento possa considerarsi esaurito, con buona pace di tutti, autori e lettori. Sennò Vincenzo continuerà a sentirsi autorizzato ai suoi sproloqui: non si possono usare due pesi e due misure. Grazie a entrambi.

  • Gentilissima,
    sono completamente d’accordo con i suoi auspici. Le assicuro la mia adesione. La ringrazio, nell’occasione, per l’ospitalità generosa che godo sull’ottimo sito.
    Tano

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