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Mascherine sì, mascherine no

di Enzo Di Giovanni

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Parto da un presupposto, non essendo un medico.
In tempi di coronavirus e dintorni c’è il vezzo di occuparsi di cose su cui non si è qualificati, per cui “autocertifico” di non essere qualificato, per non essere accusato di saccenza.
Prendo semplicemente coraggio da uno scritto di Dacia Maraini che con la massima semplicità possibile affronta in un corsivo del Corriere della Sera del 5 aprile il tema della triste icona dei giorni nostri, e cioè la mascherina.
Lo fa, dice, affidandosi al buon senso ed alla sua logica “profana”.

Il succo è questo: sappiamo che le mascherine possono essere utilizzate solo poche ore, dopo le quali diventano inservibili, anzi pericolose per sé e per gli altri, perché possibili focolaio di batteri.
Ed infatti, accade esattamente il contrario: in giro ormai vedi mascherine di un bel color grigio topo, con quella patina che fa tanto vintage dopo settimane di utilizzo continuo.
Allo stesso tempo però, si sa che il virus non può vivere indefinitamente al di fuori del suo ospite, cioè noi stessi. Dal momento che è impossibile produrre i 5 miliardi e quattrocento milioni di mascherine necessarie per i 60 milioni di italiani per un mese (tante sarebbero, ipotizzando di cambiarne 3 al giorno), non potrebbe essere possibile riciclarle semplicemente utilizzando la stessa ogni 3/4 giorni anziché buttarla, dopo un lasso di tempo presumibilmente sicuro? Questo sarebbe l’unico modo per eliminare il rischio di contagio aereo, senza utilizzarne una quantità astronomica, impossibile da produrre.
Questo ci dice il buon senso della giornalista.

Sembrerebbe facile, parlando sempre da profano…

Ma servono le mascherine?
Il governatore della Lombardia Fontana deve essersi convinto di sì, a giudicare dall’ordinanza con cui ha reso obbligatorio l’uso di una copertura del volto. Copertura, non mascherina, dal momento che non ci sono, appunto, mascherine per tutti.
Mascherine, ma anche sciarpe, foulard, e chi se ne frega se un utilizzo sconsiderato le renda più contagiose. O magari burqa, come ironizza Marco Travaglio in un suo editoriale sul Fatto Quotidiano: certamente avremmo una copertura più integrale, e perciò più rassicurante ai fini della prevenzione di un contagio.
Ma anche no… visto che il responsabile della protezione Civile, Borrelli, si è affrettato a dichiarare che lui la mascherina non la mette, e presumibilmente neanche il burqa.

Anche il sottoscritto per settimane la mascherina non l’ha messa.
Non per spacconeria, ma per attenermi diligentemente ai dettami dei medici.
Per un certo periodo, infatti, abbiamo vissuto questo delizioso paradosso: da un lato le dichiarazioni dei medici che nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria pregavano di non comprarle per evitare che ne fossero sprovvisti gli operatori sanitari; dall’altro le azioni dei politici che invocavano a gran voce, da nord a sud, di dotare la popolazione di questo prezioso strumento.
Ne abbiamo viste di tutti i colori; sindaci che rincorrono i malcapitati per strada, governatori che minacciano l’uso dei lanciafiamme: materiale buono per la satira d’oltralpe, che infatti ci ha sguazzato a lungo.
Fino ad arrivare alla distribuzione “a soggetto” fatta direttamente da amministratori comunali, o attraverso associazioni come la Montecristo di Gaeta, in quel caso griffata Fratelli d’Italia.

Ed allora, servono le mascherine, e soprattutto, a chi?

Io alla fine l’ho comprata. Una botta di impegno civile? Travolto sulla via di Fontana?
No, la necessità di mangiare.
Eh sì, perché nel supermercato di Formia più vicino a casa dove potevo rifornirmi, ad un certo punto hanno reso obbligatorio l’uso di guanti e mascherina per poter entrare. Ho chiesto se andava bene l’ordinanza longobarda, e perciò utilizzare una felpa col cappuccio messa all’incontrario o un semplice burqa, ma mi è stato detto giustamente che la Lombardia è lontana, e la sanità è su base regionale.
Per “fortuna” c’era una parafarmacia casualmente provvista del prezioso articolo, ubicata nei pressi: una bella mascherina no-logo, “basic”, usa e getta, senza filtri ed appartenenza di partito, alla “modica” cifra di 6,50 €…

Neanche il tempo di metabolizzare l’acquisto, che esce fuori l’ultima congettura: il virus potrebbe diffondersi anche attraverso il respiro. Piccole particelle di aerosol che renderebbero del tutto inefficaci le mascherine. Praticamente come usare un ombrello senza telo impermeabile, solo con le stecche…

Ma rimaniamo con i piedi per terra, cioè con dati certi.
Centellinando le informazioni, adesso, dopo che ne sono state vendute a milioni, gli esperti ci comunicano che le mascherine sono essenzialmente di tre tipi: le “pezzotte” – le più diffuse – che non servono a nulla, le chirurgiche che sono “altruiste” nel senso che proteggono gli altri dai nostri eventuali colpi di tosse, e quelle con filtro, le famigerate ffp2/3 che sono “egoiste”, nel senso che proteggono se stesse ma rischiano di infettare gli altri, perché dotate di una valvola di non ritorno.
La soluzione? Utilizzarne 2: la ffp2 per non infettarsi, e sopra di essa una mascherina chirurgica per non infettare gli altri. Con 10 miliardi al mese di mascherine ce la caviamo.
Oppure, facendo finta di essere un paese normale, riservare la produzione che realisticamente lo stato riesce ad ottenere solo al personale medico e paramedico, ed ai pazienti, gli unici soggetti cioè che ne hanno realmente bisogno, e che spesso ne erano incredibilmente sprovvisti, come dicevamo prima. Va in questa direzione l’ultimo invio di materiale, senza clamori e riflettori, fatto da Gennaro Di Fazio tramite Luigi Pellegrini al Poliambulatorio di Ponza, al 118, ed alla Protezione Civile.

E per quanto riguarda la mascherina che obtorto collo sono stato costretto a comprare?
Al netto da speculazioni politiche ed economiche, condivido, sempre da profano, la posizione espressa dal dott. Roberto Pedicino in un suo pezzo su Ponzaracconta: premesso che lo strumento di prevenzione vero è il distanziamento sociale, la mascherina che mi ritrovo almeno mi evita le occhiatacce verso il presunto untore. Per cui, 6,50 euro ben spese, onde evitare di entrare a far parte della colonna infame.

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