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Cronache da Ponza al tempo del Covid-19 (12). Qui Napoli

di Rosanna Conte

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Oggi, invece che Cronache da Ponza al tempo del Covid-19, potremmo dire Cronache di una ponzese a Napoli al tempo del Covid-19. D’altro canto Napoli è alla radice della nostra cultura e questo mi consente di sentirmi a casa.

A Napoli, da sempre la satira attraverso la beffa ha accompagnato i momenti più angoscianti che la città ha vissuto.
Poteva mancare nel contesto del Covid-19? Un’occasione come questa, per esorcizzare con lo sberleffo il microscopico virus, non si poteva perdere.

Dalla rivisitazione di Luna rossa a Don Raffae’ lo spirito delle atellane ha imperversato con la musica, ma nella realtà quotidiana l’insofferenza per la costrizione ha cercato mille escamotage per avere motivazioni permesse all’uscita.

Effettivamente c’è ancora troppa gente per strada, ma l’atmosfera è comunque preoccupata. Anche qui si vedono persone con guanti e mascherine mescolate a chi cammina senza nessuna protezione. Non so se le mascherine abbiano senso per chi non lavora negli ospedali: l’allarme mascherine riguarda medici, infermieri e tutti coloro che lavorano al loro fianco. E’ vero che quelle distribuite alle persone non infette non sono le stesse usate dagli operatori, ma allora mi chiedo: a cosa servono? Visto che dovrebbero essere cambiate ogni volta che si esce, sarebbe sufficiente coprirsi con una sciarpa o farsele in casa con la carta da forno.

Però, mai come in questo momento, in cui le informazioni sui comportamenti si rincorrono, sembra di non essere più sicuri di nulla.
Affidarsi alla fede, per chi crede, è più rassicurante.

Venerdì 20, ogni ponzese in casa propria a Ponza o altrove ha recitato con fede la supplica a San Silverio alle 12, insieme a tutti gli altri. Per quanto separati da centinaia di chilometri, in quei pochi minuti si sono sentiti vicini.

Qui, a Napoli, nella chiesa del Carmine, si è scoperto fuori tempo il crocifisso ligneo custodito in un tabernacolo posto sul passaggio aereo sotteso all’arco di accesso all’abside.
E’ un evento eccezionale come i tempi che stiamo vivendo.

Il crocifisso è considerato miracoloso perché si narra che, per scansare una palla di mortaio durante la guerra di metà quattrocento fra gli Aragonesi assedianti, e i D’Angiò assediati e asserragliati sul campanile del Carmine, Cristo abbassò la testa – che da allora è rimasta piegata in avanti -, perdendo solo la corona di spine. La palla rotolò sul pavimento della chiesa ed è ancora oggi lì conservata. Il crocifisso si scopre solo in due periodi limitati dell’anno, dal 26 ottobre al 2 gennaio e il primo sabato di quaresima ed è sempre piuttosto lunga la fila dei fedeli che sale fin lassù per fermarsi un attimo a guardarlo da vicino, a pregare, accendere una candela e chiedere una grazia.

Ma al di là della fede osservare quantosuccede per le strade, per quel poco che si può vedere da casa propria o che i video mettono in circolazione, spinge alla tristezza.

Personalmente, abitando vicino allo stadio San Paolo, risento dell’assenza di caciara che c’è sempre con le partite di calcio, dagli assembramenti dei tifosi che fanno lo spuntino prima di entrare, ai cori cantati per strada. Ho sempre pensato che fosse un fastidio, ma adesso mi rendo conto che era una pulsazione di vita della città.
C’è chi non se ne vuol fare una ragione, come ho potuto constatare guardando delle immagini di qualche giorno fa di una delle strade più frequentate di Napoli: la Pignasecca.

Chi conosce la Pignasecca sa che, normalmente, è una strada affollatissima. I pedoni si scontrano nel loro percorso e spesso sono costretti ad ammassarsi sugli stretti marciapiedi per il passaggio di qualche ambulanza che va al pronto soccorso del Pellegrini, uno degli antichi ospedali collocati nel cuore della città,

Ed è anche una strada  dove c’è chi corre per prendere la metropolitana o i trenini urbani e suburbani della Cumana e della Circumflegrea, ma c’è anche chi si sofferma nei vari negozietti o alla pescheria che a una certa ora mette i tavolini fuori e ti cucina il pesce, o al mercato di frutta e verdura situato nell’unico slargo che offre la strada.

Insomma la Pignasecca è un budello che costituisce un’arteria nel cuore di Napoli: è la strada per eccellenza dove il Covid-19 potrebbe viaggiare meglio che con il Frecciarossa. Ovviamente in questi giorni non c’è quella folla, ma le immagini che ho visto mostravano persone  che camminavano tranquillamente, comperando o fermandosi a parlare.

In una grande città come Napoli dove le associazioni di volontari sono tante e ben organizzate, in questo periodo in cui l’ordine è di restare a casa, ci sono operatori che, anche se con le dovute precauzioni e con delle variazioni alle modalità usuali, escono per “incontrare” l’altro. Portano cibo, ma anche disinfettanti, fazzoletti e quanto può servire a tutelare delle persone già abbastanza debilitate che, non avendo casa e vivendo per strada, possono contrarre il virus. E per loro non ci sarebbe nemmeno la telefonata al 1500 o la corsa in ospedale.

Anche a Napoli ci si sta preoccupando di reperire posti letto per la terapia intensiva e lo si sta facendo rapidamente. E’ partita da giorni anche la raccolta fondi per comprare ventilatori polmonari per il Monaldi.

Mai come in questo momento avvertiamo il senso di parole come solidarietà, agire insieme, comportarsi tutti allo stesso modo. Insomma sembra che il noi abbia preso il sopravvento sull‘io, che la cooperazione sia l’unica azione che possa farci uscire da questo dramma. Chissà se rimarrà un valore per dopo o ce ne dimenticheremo? Una caratteristica molto umana è la facilità a dimenticare il bene ricevuto e il pericolo scampato.

Intanto, nell’inazione di un miliardo di persone , la Terra sta respirando. Che il coronavirus sia lo strumento autodifensivo della Natura?

In ultimo vorrei ricordare le norme da applicare al rientro  per chi esce di casa.

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