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L’eredità di Emanuele Severino

di Francesco De Luca

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Un breve ricordo per affermare come in tempi di debordante futilità ricercare il bandolo del pensiero dia all’uomo uno spessore superiore al fluido.

Per affermare questo principio, connaturato in Emanuele Severino e al suo ragionare, ripropongo la sua lezione secondo la quale l’uomo nel suo nascere manifesta un imporsi nel mondo. Ciascuno di noi, in quanto essere nella realtà, rappresenta un’imposizione, una affermazione fra le cose esistenti. È dunque un’affermazione nell’insieme delle altre che gli sono accanto. La sua energia vitale la trae dalla volontà. Nasciamo dal caos, ossia dal non voluto, giacché nessuno di noi è voluto nascere, eppure dalla nascita in poi ci serviamo della volontà per esistere. La volontà si esprime in quanto mossa dalla credenza. Non logica ma fisica. Io voglio esistere perché credo nella mia esistenza.

Da dove si trae questa credenza? Da ciò che intorno gira, sollecita, esige. Le circostanze, volubili ma visibili, caduche ma necessarie, sono esse che dirigono la nostra volontà, e con essa il credo che professiamo, prima inconsapevolmente e poi sempre più consapevolmente. Fino a che quella credenza, nata irrazionale, diviene razionale, giacché la paludiamo di argomentazioni e di dotti rimandi. Diventa essa la nostra fede, alla quale riusciamo a conferire finanche sacralità. E con essa mutiamo la nostra stessa natura. Da esseri nati da un moto casuale dell’essere finiamo per considerarci i discendenti diretti di una volontà creatrice.
Non più espressione di un nulla che tende a divenire qualcosa, ma qualcosa che nega il nulla.

Qui il paradosso dell’esistenza e della consistenza, la falsità della credenza e la verità del dubbio.

Emanuele Severino è morto, non il suo pensiero.

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