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Adagiarsi sul dolore

di Francesco De Luca

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Li avrete visti anche voi, negli ospedali, al cimitero, accanto ai letti della sofferenza, volti appesantiti dal dolore e su di esso giacenti. Come a cercare una pacata quiete.
Hanno gli occhi spenti, le linee del viso marcate e sembrano convivere col dolore. Che è intimo e si manifesta nei gesti lenti, nelle movenze stentate che paiono seguire un modello, sempre quello.

Avviene come alla terra quando s’ammucchia negli spigoli. Alla prima soffiata di vento si vela di granelli, poi riprendono i soffi e i granelli si ammassano. Ad ogni ventata il mucchietto si rinfoltisce. Quasi con precisione meccanica, con andamento ritmato. Continuo e progressivo. Cumulativo. Lo spigolo perde l’asperità degli angoli, la nettezza dei contorni. Diventa dimesso.
Così il dolore nei gesti di chi convive con l’angore da più anni. E lo ha visto accrescersi e spandersi. E ne ha sentito il gravame e il rosichìo. Fino ad adagiarvisi sopra, a sentirlo compagno di vita.

Nei luoghi dove l’età degli abitanti mostra sulla pelle come lo scorrere degli anni non sia scostato dall’affanno, il dolore è il compagno che non scordi e che non ti abbandona, che desideri vicino. Ti rinnova i rimpianti: di manie, di facilonerie, di dimenticanze, di speranze, di perdute certezze.
Il dolore per compagno. E’ migliore di quello che attende dietro l’angolo della vita. Quello ti è amico, questo ti strappa al respiro.

E’ sorprendente incontrare in questi giorni per i gradoni del Cimitero volti di gente non veduta da tempo, difficile da incontrare. Rinchiusa nelle case disseminate ’ncopp’u Schiavone, ’ncopp’i Guarini, a’ Calacaparra, ’ncopp’ i Cuonte. Volti duri, scavati, di donne dedite ai campi, di uomini dal mestiere di mare. Volti sofferti. Adagiati sul dolore.

Riconoscibili per minimi dettagli. Quella donna accompagnava la figlia a scuola, quell’uomo l’ho visto dedito a smagliare i rutunne, quell’altro l’hai incontrato nell’attesa, al poliambulatorio, per le analisi. Avevano tratti di persone che mordevano la vita, ed oggi sono avviliti dai morsi subiti. Come soldati perdenti.

Sul Cimitero tutti abbiamo perso qualcuno. Siamo tutti accomunati da una perdita. Forse è questo comune sentire che ha spinto gli uomini ai riti funebri. In essi c’è il bramare una coralità di sentimenti. Una umanità cercata.

 

Immagine di copertina. Cimitero di Staglieno. Foto di Giordano Bonelli

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