Ambiente e Natura

Purpo mio…

di Francesco De Luca

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Ancora negli anni ’50 i ragazzi a Ponza facevano il bagno nel porto: allo scalo del Mamozio, dalle murate dei bastimenti ancorati alla banchina Di Fazio, il Mariù, la Madonna della Salvazione, anche all’attracco del Lanternino ci si tuffava dalla prua del postale, una volta attraccato.

Ogni posto era buono per buttarsi in acqua, fingendo di essere caduti o con altre scuse perché in famiglia non era tollerato che ci si bagnasse al di fuori del tempo stabilito.

Salvatore era il più piccolo di tre fratelli. Scuro, coi capelli ricci, un classico ragazzo del sud. La madre non riusciva a contenerne l’esuberanza. E già perché aveva il suo da fare ad accudire quattro maschi, col marito. Se ne dovevano interessare i fratelli grandi: Sebastiano e Silverio. I quali avevano deciso di dedicarsi al mestiere di ‘barbiere’ e perciò erano indaffarati a curare i locali del titolare in Corso Pisacane, in prossimità dell’attuale tabaccheria De Luca. Salvatore perciò si muoveva sicuro fra la Caletta e il porto, pronto a trarre divertimento da qualsivoglia occasione, attento a non eccedere e a fare esperienza.

Bighellona quel giorno sul Mamozio. Lì operano il laboratorio di un mastro d’ascia, un ferraio, e poi, tirati a secco i gozzi sono oggetto di manutenzione o di pulizia alla chiglia. Un incontro di uomini e di ragazzi coi quali sono possibili competizioni e giochi.

Lì dove si interrompe lo scalo d’alaggio, nell’acqua alta una miriade di pesciolini a brucare le alghette. Salvatore a piedi nudi rincorre i granchietti, fa scappare gli avannotti, attento a non scivolare sull’insidiosa alga verde. Si china e mette una mano nell’acqua perché c’è pure un pesce-ago che sembra facile catturare.
Salvatore allunga la mano ma un polpo, attratto dal biancore l’avvinghia. Il ragazzo tira via la mano, anzi no, cerca di tirarla via perché il polpo, bel attaccato alla parete non molla… anzi.
Il tira e molla può far sorridere ma Salvatore si sente in difficoltà. Inginocchiato in acqua sul bordo dello scalo con un braccio nell’acqua, tirato in basso dal polpo.
Scoppia in lacrime: “Lasciame purpo… ca n’u faccio cchiù… lasciame purpo…”. Piange e invoca clemenza. Non desistendo nessuno dei due, chi aveva il gioco in mano molla la presa. Il polpo ritorna nel fondo e Salvatore, in lacrime, riprende serenità.

Mi ha raccontato questa storiella mio fratello Antonio, leggendo Ponzaracconta. Ha l’età che privilegia i ricordi e me li partecipa.

 

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