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La storia raccontata dai film (10). La memoria dell’8 settembre nel cinema

di Gianni Sarro

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L’8 settembre 1943 il Regno d’Italia collassa. Sono le 19.43 quando la radio trasmette lo scarno comunicato del maresciallo Badoglio che annuncia la firma dell’armistizio tra Italia e Anglo-Americani. Nella Penisola esplode l’entusiasmo (più o meno lo stesso che tre anni prima, il 10 giugno del 1940 aveva accolto le roboanti parole con le quali Mussolini annunciava l’entrata nel secondo conflitto mondiale), il pensiero di tutti è che la guerra è finita.

Invece no.
La mattina dopo, il 9 settembre, la fuga del Re e dei vertici dell’esercito verso il sud Italia, già liberato dagli Alleati, spezza il Paese in due: i Tedeschi che avevano intuito il passo indietro italiano, in men che non si dica, con le armate attestate in Alto Adige e con quelle che si stanno ritirando dalla Sicilia, occupano mezza Italia, da Roma in su.
L’Italia aveva sfiorato il collasso istituzionale già all’indomani della disfatta di Caporetto, nell’ottobre del 1917, che tuttavia fu evitato per un pelo.
Viceversa dopo l’8 settembre la frittata è fatta: il Regno d’Italia evapora, sparisce, il Paese è spezzato in due e la rovina nazionale consumata. L’8 settembre è a tal punto una data schock nella Storia italiana, che non serve nemmeno specificare l’anno affinché si chiaro di cosa stiamo parlando.

Per far sì che venga mantenuta la memoria di tale sfracello (per comprenderne bene la portata, bisogna capire che il punto non è se era giusto o meno uscire dalla guerra, bensì quello che uno Stato non può voltare le spalle a sé stesso, evaporare, squagliarsi, non farsi trovare al proprio posto dall’oggi al domani, in barba ad ogni etica) e capire cosa ha rappresentato nella realtà e nell’immaginario dell’Italia, di allora e di oggi, il cinema è uno strumento fondamentale.

La narrazione cinematografica dell’8 settembre è ricca e articolata, principalmente nel triennio 1960-62, quando in Italia si fa strada l’ipotesi di una fase politica riformista che sfocerà nel primo governo di centro-sinistra, che vede la partecipazione del P.S.I di Nenni e alla presidenza del consiglio Fanfani. Il rinnovato clima politico ha tra le sue peculiarità quello di far riscoprire l’antifascismo come valore comune. Questa riscoperta è una sorta di via libera anche per il cinema, che in quel triennio sforna venticinque titoli che parlano del fascismo, e quindi anche dell’otto settembre. Tra i titoli più interessanti, per le diversità stilistiche che intercorrono tra di loro, ricordiamo Tutti a casa, di Luigi Comencini del 1960, Il carro armato dell’otto settembre, di Gianni Puccini, del 1960, I due marescialli, di Sergio Corbucci del 1961, Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy del 1962, I due colonnelli, di Steno del 1963, In nome del popolo sovrano, di Gigi Magni del 1990, Mediterraneo, di Gabriele Salvatores, del 1991.

Di Tutti a casa abbiamo trattato l’anno scorso (leggi qui).
Mi piace, tuttavia, ricordare un passaggio, la battuta fulminante del tenente Innocenzi, interpretato da Sordi: ‘I tedeschi si sono alleati con gli americani’ (nel senso che entrambi sparavano addosso agli italiani!). Quelle parole sono l’emblema del caos regnante. La sottolineatura del cortocircuito avvenuto nella catena di comando dell’esercito italiano costò al film un pesante boicottaggio da parte delle forze armate, che negarono l’uso di veri carri armati costringendo la produzione a ricorrere a quelli di cartapesta.
Il carro armato dell’8 settembre di Gianni Puccini fu messo in cantiere contemporaneamente al film di Comencini. Usciti a distanza di pochi giorni (il primo il 24 settembre del 1960, il secondo il 27 ottobre) al botteghino registrano risultati commerciali opposti: un fiasco il primo, un successo il secondo. Perché? La spiegazione è semplice: Comencini realizza un’alchimia efficace tra Commedia e Tragedia, dimostrando di aver mandato a memoria la lectio magistralis impartita da Monicelli con La grande guerra (film, fateci caso, che a dispetto del titolo, allude alla Seconda Guerra Mondiale) che consiste nel mostrare come la Commedia può affrontare anche argomenti alti e drammatici, soprattutto quando la Storia ci mostra che alcuni suoi protagonisti sono dei personaggi da operetta. Al contrario il film di Puccini sconta un approccio troppo didascalico, quasi fosse un riassunto per un sussidiario scolastico. E dire che tra gli sceneggiatori c’è anche Pasolini.

Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy sceglie una narrazione basata su ricerche d’archivio, lo stile adottato dal regista sembra scegliere un punto di vista oggettivo, tradito in parte, come nota acutamente Morando Morandini nel suo Dizionario dei film da una colonna sonora in cui c’è: ‘..qualche tarantella di troppo…’. Ad ogni modo il film piacque molto alla stampa specializzata, con qualche distinguo per quel che riguarda la critica di sinistra che trovò contraddittoria la scelta di Loy di non mostrare nessun fascista ‘cattivo’, come, viceversa, aveva fatto due anni prima Florestano Vancini in La lunga notte del ’43. Anche il pubblico premiò il film, che colse un ottimo risultato al botteghino, registrando un incasso intorno ai 700.000.000.


La narrazione dell’8 settembre mostrata da I due marescialli e da I due colonnelli ha la caratteristica della commedia farsesca, in entrambi il protagonista è Totò, affiancato da De Sica nel primo e da Walter Pidgeon nel secondo. Tuttavia uno sguardo attento può notare che, come nel film di Loy, da un lato ci sono i cattivi per antonomasia, ovvero i Tedeschi, dall’altra gli Italiani (che siano Carabinieri, soldati, semplici cittadini) mentre la figura del fascista è rappresentata come una macchietta. Da notare come sia in I due marescialli, che ne I due colonnelli è Roland Bartrop a prestare il suo volto al personaggio dell’ufficiale esaltato e crudele. A chiudere il cerchio è Gerard Herter il generale tedesco ne I due colonnelli, ma soprattutto l’ufficiale austriaco de La grande guerra.

Mediterraneo, del 1991, guarda la Storia da lontano, non riesce ad identificarvisi. La Storia per Salvatores è avvolta nella nebbia, l’autore si distacca dalla realtà. Bisognerà aspettare l’irruzione del Cavaliere e lo sdoganamento della destra per vedere il cinema ridestarsi. Tra i registi italiani più giovani solo Mario Martone con Noi credevamo del 2010 dimostra di saper affrontare la grande Storia con mano ferma.
Una diversa lettura dà del film “Mediterraneo” la sociologa e storica americana Kristin Lawler in un articolo pubblicato sul sito dal titolo: “L’identità mediterranea. L’antifascismo del mare” – NdR].

Infine una nota divertente e in qualche modo provocatoria. Mi riferisco alla scelta d’includere nell’elenco dei film dedicati all’8 settembre In nome del popolo sovrano di Gigi Magni.

Il film, come del resto tutti quelli di quest’autore a volte sottovalutato, ha una duplice lettura (che abbiamo sottolineato anche per La grande guerra), quella di narrare la vicende della Repubblica romana (1949) che ha il suo incipit con la precipitosa fuga di Pio IX che tanto ricorda un’altra fuga, altrettanto precipitosa e esecrabile: quella di Vittorio Emanuele III il 9 settembre del 1943.

[La storia raccontata dai film (10) – Continua]

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