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Turismo sì, overtourism no. Quanto può ancora sopportare Ponza?

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di Giuseppe (Peppe) Aprea

Non demonizziamo il turismo. Sarebbe un errore, soprattutto a Ponza.
Il turismo è una delle principali risorse dell’isola e senza di esso sarebbe difficile immaginare un’economia capace di sostenere la comunità. Ma proprio perché il turismo è così importante, dovremmo smettere di pensare che più gente significa necessariamente più ricchezza e più benessere.
Non è così.

Ponza non è una città senza confini. È un’isola, con spazi limitati, risorse limitate e servizi che, oltre una certa soglia, non riescono più a reggere.
Lo vediamo ogni estate…  strade superaffollate di gente, rifiuti che aumentano, acqua che manca, servizi messi sotto pressione, traffico di barche e gommoni sempre più intenso. E, soprattutto, una sensazione sempre più evidente: quella di un’isola che, in alcuni momenti, sembra non appartenere più a chi ci vive (una conferma di cosa diventi Ponza in estate, al di là del conforto dei numeri, ci viene anche da alcuni articoli di stampa – Stregati dall’isola ‘vicina’ Ponza diventa meta internazionale –  Il Messaggero del 10 agosto, ndr)

È qui che entra in gioco una parola che forse dovremmo cominciare a prendere sul serio: overtourism.
Non è turismo ma significa turismo oltre la capacità di sopportazione di un territorio.
E allora qualche domanda sarebbe il caso di porsela.
Quante persone può accogliere Ponza senza perdere la propria vivibilità? Quante barche può sopportare il suo mare? Quanti rifiuti, quanti consumi, quanto traffico possono essere assorbiti dai servizi dell’isola?
Domande scomode, certamente. Ma non possiamo continuare a misurare il successo di una stagione soltanto contando arrivi, presenze, posti letto e barche arrivate.

C’è poi un altro aspetto, forse ancora più importante: quanta della ricchezza prodotta dal turismo rimane realmente a Ponza? Riempire l’isola per tre mesi non significa necessariamente arricchire la comunità.
Sono molti i ponzesi che trascorrano gran parte dell’inverno fuori dall’isola, sostenendo altrove consumi, acquisti e investimenti. Quasi tutte le attività sono stagionali. Ci sono anche soggetti che non hanno nemmeno un legame con Ponza ma aprono comunque attività, sfruttano l’opportunità economica offerta dall’isola e, finita la stagione, tornano sulla terraferma. In questo modo quote importanti della ricchezza generata a Ponza non alimentano l’economia locale durante il resto dell’anno.
Nulla di illegale, naturalmente. Ma rimane la domanda: quanto di quella ricchezza resta a Ponza e quanto, invece, prende il primo traghetto disponibile appena finita la stagione redditizia?
Lo stesso discorso vale per una parte del turismo nautico.
Barche e gommoni a noleggio o in locazione arrivano dalla terraferma, utilizzano il nostro mare, entrano nelle nostre cale, visitano le nostre grotte, consumano le nostre risorse. Producono ricavi, ma di quella ricchezza nulla rimane sull’isola.

Ponza, intanto, sostiene il peso dell’affollamento, dei rifiuti, dei consumi e della pressione sull’ambiente.
È questo il modello turistico che vogliamo?
Attenzione, nessuno sta dicendo di chiudere le porte ai turisti. Sarebbe semplicemente assurdo. Il problema non è il turista.
Il problema è un modello che, quando supera determinati limiti, rischia di consumare proprio ciò che rende Ponza desiderabile.
Perché se distruggiamo la tranquillità, il mare, il paesaggio, l’identità e quella particolare dimensione che ancora oggi distingue Ponza da tante altre località turistiche, alla fine rischiamo di distruggere anche il motivo per cui la gente viene qui.

E allora forse dovremmo cambiare prospettiva. Non più turismo, ma turismo migliore. Un turismo che rispetti i limiti dell’isola. Che produca ricchezza, ma che lasci una parte significativa di quella ricchezza sul territorio. Che sostenga i servizi, favorisca le attività locali, crei lavoro e renda possibile ai giovani rimanere.
Perché Ponza non può essere un’isola che vive tre mesi all’anno e sopravvive negli altri nove.
E soprattutto non può diventare un grande villaggio turistico dove tutto viene organizzato pensando a chi arriva e sempre meno a chi resta.
Una comunità non si misura soltanto dal numero di turisti che riesce ad accogliere. Si misura anche dalla possibilità dei suoi abitanti di viverci dignitosamente tutto l’anno.
Demonizzare il turismo sarebbe un errore, un peccato mortale oserei dire. Ma pensare che il turismo possa crescere all’infinito senza conseguenze sarebbe un errore ancora più grande.
La sfida, per Ponza, non è scegliere tra turismo sì e turismo no.
È riuscire a fare in modo che il turismo continui a essere una risorsa, senza trasformarsi, una volta superato il limite, nel problema dell’isola.

 

NdR: tutte le foto a corredo dell’articolo sono dell’autore

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