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Sante Liberate… Sante Liberate!

di Silveria Aroma

 .

– Figlia bella – sorride e mi bacia come fanno le nonne – e tu a chi appartieni?
Provo col maestro di Frontone. L’ha sentito nominare ma non lo conosce.
E’ bella nel biancore dei suoi capelli nascosti in parte dal foulard.

La incontro a casa di amici un pomeriggio dalla temperatura gradevole. Ci fermiamo a chiacchierare in veranda. Emilia, classe 1920, apre l’archivio personale dei ricordi e racconta della guerra, della fame, dei lupini amari mangiati per disperazione e capaci, a suo dire, di farle perdere la vista per un giorno intero.

Parla di suo padre che aveva conosciuto un’altra guerra, la prima guerra mondiale. L’aveva conosciuta “petto a petto” sottolinea, ma non aveva in quella riscontrato la stessa sofferenza che la piccola comunità viveva in quegli anni. Anni, in cui di fame si poteva morire, anni durante i quali si strappava alla terra qualsiasi erba fosse possibile cuocere – anche nell’acqua di mare – e consumare come pasto.

Le sue mani si muovono in fretta, animano il racconto. Di tanto in tanto mi batte su un braccio o su una spalla con forza, vuole essere certa che le dedichi la giusta attenzione e che comprenda la gravità di quelle immagini indelebili nella sua memoria. Ricordi come quello della notte di tempesta che aveva portato verso gli scogli un maiale. Lei lo aveva avvistato di buon mattino e, incredula, aveva chiamato il resto della famiglia. Gli uomini si erano armati di coltello prima di scendere verso il mare. La carne non aveva un buon odore, si tocca il naso nel percorrere il sentiero della memoria, ma la fame puzzava di più. In fretta si erano organizzati per cuocere la carne e consumarla. Lo stomaco pieno almeno per quel giorno.

Prima della guerra c’era stato un tempo anche per l’amore. Era un tempo in cui due giovani fidanzati, per scambiare una parola più intima, specie se la famiglia di lei non era convinta principio della validità del pretendente, ricorrevano a piccoli stratagemmi, magari con l’ausilio della scrittura. Capitava che Emilia ricevesse una lettera. In busta chiusa, insieme a un foglio di parole (rimaste segrete oltre il tempo) trovava un francobollo; il gentile quadratino di carta serviva per rispondere senza farsi carico di alcuna spesa, neanche di quella necessaria a far viaggiare le promesse da un punto all’altro dell’isola. Così, quando non si poteva contare sulla complicità delle amiche, si poteva almeno ricorrere alla regie poste. La giovane doveva preoccuparsi soltanto di usare la sua migliore grafia, quella appresa nella classe terza di una scuola elementare molto severa, e far partire il suo scritto stando attenta a non farsi scoprire altrimenti si sarebbe trovata a fare i conti con la severità paterna.

’I femmene ’i mo’ sanno pure troppe cose -, si porta la mano alla bocca e si morde l’indice piegato. E’ il suo modo per evidenziare il contrasto fra la generazione attuale e un’altra, più lontana, in cui le donne dell’amore fisico sapevano poco o niente.

Dopo il fidanzamento arriva il matrimonio e affiora nelle sue parole l’antica preoccupazione per suo marito partito per “quella brutta guerra”, un uomo dal quale non riceveva notizie da oltre un anno. Intenzionata a sapere si era decisa a recuperare un po’ di lenticchie e a farsi accompagnare da un’amica fino alla casa di una donna nota per la sua abilità divinatoria attraverso l’uso delle orazioni (leggi qui).
C’era stato uno scambio fra donne, un pugno di legumi in cambio di una risposta capace di alimentare la rassegnazione o la speranza. Le orazioni erano preghiere (le stesse della corona del rosario) recitate principalmente dalle madri e dalle mogli degli uomini al fronte, spesso la pratica si svolgeva in riva al mare. Poi, nel silenzio, si attendeva un segno da interpretare.

Il marito di Emilia era vivo secondo la risposta della divinatrice isolana.
In effetti, dopo due anni di attesa, tornò sano e salvo a casa.

Spesso lei e suo marito andavano a pescare insieme, lei era molto brava ad allestire le coffe, mi dice, brava come un uomo.

Non ha mai imparato a recitare le orazioni. Sua zia, Filomen’ ‘a zingara, donna di chiesa, le aveva insegnato molte preghiere, e tramandato il suo modo per togliere all’uocchie.
Il loro rito cominciava con queste parole:

Beneditte chi ha criate Gesù Crist’
A li duie, a li duie
e maluocchie fuie fuie!
Tre uocchie ci’hanne ucchiate
Tre sante ci’hanne aiutate
Cu’ Marie e Santa Marie
Chisti tre uocchie pozzena i’
Sciò
Oh Sante Liberate Sante Liberate Sante Liberate
Cu’ nomme d’u Padre d’u Figliuole e d’u Spirite Sante (ripetuto 2 volte)
C’u nomme i tutte i Sante
Scaccie ‘sti brutte malelengue, Signore
Dalle pace

Come so’ venute accussì se n’hanne i’ (ripetuto 2 volte)
Sciò sciò sciò
Sante Liberate

La sua mente è lucida, i ricordi sono pieni di particolari, e sono resi ancor più densi dalla vivacità che la caratterizza a quasi un secolo dalla sua nascita.

Nota della Redazione
Come al solito, per gli articoli di Silveria, le foto sono dell’Autrice.

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