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I Ponzesi tra divisioni e unità

di Alessandro Romano

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La colonizzazione dell’era moderna delle Isole Ponziane avvenne a partire dal 1734 e cioè da quando il giovanissimo re Carlo di Borbone (18 anni), detto terzo (di Spagna), riconquistò il Regno di Napoli scacciando gli austriaci. Seguendo un preciso programma politico, nelle due principali isole vi fu gradualmente trasferito, in modo assolutamente volontario, un consistente numero di coloni il cui compito, certamente non facile per quei tempi, fu dapprima ricostruire il porto, le strade, le prime case, la chiesa, i palazzi del Governo, per poi costituire quel tessuto sociale di base completamente autonomo fatto di mestieri e di professionalità, fondamentali per la vita su un’isola così distante dalla costa e dalla capitale.
La comunità che si andava formando tra mille difficoltà, ma con un impegno ed un entusiasmo pioneristico senza precedenti, era a tutti gli effetti una nuova società, un’etnia inedita frutto della fusione delle varie anime culturali trapiantate a Ponza e a Ventotene.

Come tutti sappiamo, i primi abitanti di Ponza provenivano in gran parte da Ischia con qualche arrivo anche dall’allora capitale Napoli. La stessa cosa avvenne per Ventotene. Tuttavia, negli anni successivi ulteriori arrivi di altre famiglie incrementarono la comunità isolana e ciò per la necessità di stabilizzare commerci e mestieri. Queste fasi successive di arrivi erano tuttavia dovute più ad una “richiesta di mercato” (definizione impropria per il periodo in questione, ma fatta solo per meglio esprimere il concetto) che per un vero e proprio disegno politico, come era avvenuto invece per la fase iniziale della colonizzazione e come, poi, sarebbe avvenuto nel 1772 a colonizzazione avviata.
Da un’attenta analisi comparativa tra cognomi, mestieri, matrimoni, nascite e morti si nota una lenta ma graduale e totale integrazione di questi arrivi successivi che vivacizzarono il tessuto sociale isolano. Cosa che, però, non avvenne con la successiva massiccia colonizzazione della parte nord dell’Isola di Ponza, nella contrada di Le Forna, fino a quel momento non urbanizzata e terrazzata, che fu assegnata per Decreto reale a coloni provenienti da Torre dl Greco.

Questo nuovo consistente inserimento di abitanti, al contrario degli arrivi precedenti, portò uno scompenso al giovane e delicato tessuto sociale isolano. Scompenso che prese la forma di un vero e proprio campanilismo tra le due etnie. Un contrasto culturale e di costume che di fatto attestava ed ancora oggi in qualche modo attesta l’isola su due appartenenze culturali: quella fornese, rigorosamente torrese, e quella ponzese che era composta da tutto il resto, ossia dagli ischitani e dai successivi arrivi.

Alle origini di questo dualismo, varie cause e concause. Oltre alla oggettiva differenza etnica, a dividere le due popolazioni fu indubbiamente al primo posto l’aspirazione svanita dei coloni ischitani stabilitisi fin dal 1734 a Ponza-porto ad occupare anche le terre di Le Forna. Un altro elemento, non di secondaria importanza, fu l’isolamento geografico e la sensibile distanza dal centro storico dei nuovi insediamenti e, quindi, i conseguenti limitati contatti sociali e la difficile fusione parentale tra i due ceppi. Tutto il resto che ha contribuito ad alimentare questa singolare divisione, è da ricercarlo in aberranti gestioni politiche finalizzate più a dividere che ad unire.
E’ chiaro che nel corso degli anni la divisione Porto – Le Forna si è molto attenuata raggiungendo più livelli di “identità di quartiere” che di differenza etnico-culturale. Una nuova condizione dovuta ai moderni mezzi di trasporto, ai matrimoni, ai contatti commerciali, alla condivisione dell’unico porto, ai nuovi insediamenti di nuclei familiari da Ponza a Le Forna e viceversa. Tuttavia una divisione che, seppur molto evanescente, di fatto tuttora sussiste.

Considerando tutto quanto detto fin qui come premessa, è interessante rilevare dalla storia, anche recente, che ogni qualvolta i due grossi nuclei abitativi presenti a Ponza hanno dovuto difendere la propria identità di isolani, unico e vero elemento di unità condiviso innestato nel lontano ‘700, sono riusciti ad abbattere ogni residua diversità etnica ed ogni contrasto fonte di divisone, per fronteggiare uniti situazioni che, in qualche modo, avrebbero minacciato o, peggio, messo in discussione la stabilità e l’integrità dell’intera comunità.

Oltre agli antichi “paranzelli” (le attuali motovedette), condotti con equipaggi misti di volontari ponzesi e fornesi adibiti alla difesa dell’isola dai pirati “turchi-ottomani”, quello che balza subito agli occhi è quanto accadde durante l’occupazione francese di Ponza nel 1813. Dopo la resa della guarnigione borbonica isolana ai francesi, molti ponzesi (del porto) furono arruolati a forza nell’esercito murattiano con la qualifica di artiglieri destinati ai cannoni del “lanternino”, della Torre e dello scoglio Ravia.
Quando, qualche anno dopo, a Le Forna sbarcarono gli anglo-borbonici con il compito di conquistare l’insediamento francese e liberare Ponza, il problema fondamentale erano proprio le fortificazioni portuali con la relativa guarnigione. E’ proprio allora che fu realizzato il “campo inglese”, dove adesso c’è il Teleposto dell’Aeronautica Militare. Gli inglesi via terra non avrebbero superato i Conti e dal mare Cala Inferno se prima non fossero stati neutralizzati i cannoni del porto. Non si conoscono i dettagli di come e quando i ponzesi del porto riuscirono ad accordarsi con quelli di Le Forna, di certo si sa che tutti i soldati isolani boicottarono la guarnigione francese, arrivando addirittura a rendere inefficienti sia i grossi calibri che le colubrine ed i fucili. Fu una vittoria schiacciante che vide i francesi soccombere senza colpo ferire ed i ponzesi, insieme ai fornesi, accolti come eroi.

Nella storia altre vicende hanno visto la stretta intesa tra le due ramificazioni isolane, ponzesi e fornesi, ma più che altro per motivi strettamente interni, soprattutto politici. L’ultima campagna elettorale per il Governo locale ha visto schierate due compagini, ma anche se politicamente ben definita, la sfida elettorale non è stata tanto su temi politici, quanto sulla difesa di un’identità culturale isolana più volte messa in discussione da uno dei due schieramenti. Per qualche “forestiero” vedere alleanze tra uomini e donne appartenenti ad opposti schieramenti partitici, notare intese e collaborazioni tra chi non si è parlato per anni è stato il segno di chissà quali loschi affari.
Niente di tutto ciò. E’ esattamente questo uno dei casi in cui la storia serve per capire il presente, per comprendere il perché di atteggiamenti apparentemente inspiegabili o “allarmanti”. Infatti nessuna meraviglia e nessun tentativo di ”malavita organizzata”, come qualcuno malevolmente ha insinuato all’uscita dei risultati elettorali: solo la determinazione di un’intera popolazione nel marcare con orgoglio la propria identità isolana e la propria elezione a gestire il frutto di anni di sacrifici e privazioni patiti dai primi coloni, loro antichi avi.

Tuttavia, ora che “il pericolo” è allontanato, ripartono le dinamiche interne e le divisioni apparentemente insanabili che, nonostante tutto e tutti, non arriveranno mai a superare i limiti caratteriali di quella indolente tolleranza, tipica dell’identità ponzese, fatta di amore tormentato e di odio annacquato. Pertanto non si facciano illusioni i vari profeti di disgrazie, perché domani tutto potrà succedere, ma certamente non che un “forestiero”, benché spalleggiato da scellerati ascari nostrani, prenda di nuovo la guida di una popolazione che mai potrà capire veramente e mai riuscirà a difendere né a rappresentare.

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