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Le civiltà e il Mediterraneo. Mostra a Cagliari

segnalato dalla Redazione

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“Che cos’è il Mediterraneo?”- si chiede lo storico Fernand Braudel,
e risponde: – “Mille cose insieme.
Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare,
ma un susseguirsi di mari.
Non una cultura ma una serie di culture accatastate le une sulle altre.
Viaggiare nel Mediterraneo significa sprofondare nell’abisso dei secoli,
perché è un crocevia antichissimo”.

 

A Cagliari dal 14 febbraio 2019 al 16 giugno 2019

Luogo: Museo Archeologico Nazionale di Cagliari / Palazzo di Città
Indirizzo: piazza Arsenale 1
Curatori: Yuri Piotrovsky, Manfred Nawroth

Una spettacolare mostra per guardare dalla Sardegna alle Civiltà del Mediterraneo all’alba della Storia. Intrecci, confronti, dialoghi dal bacino del Mare Nostrum alle montagne del Caucaso. Oltre 550 opere da importanti Musei internazionali e dalle collezioni sarde, per connettere la cultura nuragica ai grandi processi di civilizzazione della protostoria.

Cliccare per ingrandire (anche in file .pdf a fondo pagina)

Qui di seguito un articolo di Marino Niola da la Repubblica del 12 febbr. 2019; a fondo pagina in file .pdf un articolo di presentazione della Mostra di Cagliari, tratto dallo stesso giornale, sempre in data di ieri, dell’archeologo Giuseppe M. Della Fina

Antropologia mediterranea

Così diversi ma così uguali davanti al pane e all’olio

di Marino Niola

In principio era semplicemente il mare. Poi l’incrocio sempre più denso di popoli e di civiltà gli ha dato il nome di Mediterraneo.
Mare fra le terre. Ponte liquido che unisce e separa i popoli affacciati sulle sue sponde. Sempre lo stesso e sempre diverso, perché nella notte dei tempi, tra Creta e Gibilterra, Cagliari e Atene, Cartagine e Roma, Venezia e Costantinopoli c’è stato un colossale big bang che ha prodotto una galassia di identità. Filosofie, economie, tecnologie, mitologie, gastronomie. Costruite l’una sull’altra, l’una dopo l’altra, l’una contro l’altra. Eppure quel nucleo incandescente, che i millenni hanno frammentato, ma non cancellato, riaffiora negli elementi comuni, che hanno fatto del Mare Nostrum un bacino di differenze, ma anche di corrispondenze. Uno stesso meridiano dell’essere.

In realtà il Mediterraneo è il fondo abissale dell’umano. È l’infanzia del mondo, come diceva Rainer Maria Rilke. Dove negli oggetti e concetti, abiti e abitudini, passioni, vocazioni, ossessioni, religioni, tradizioni s’indovinano ancora i lineamenti di famiglia, anche se i fratelli e i figli se ne sono andati per strade diverse.
In realtà le somiglianze hanno viaggiato su rotte come quelle dell’ambra e dei metalli, che univano l’Occidente e il Levante passando per la Sardegna. Con gli utensili di bronzo, con i lingotti e i recipienti di rame portati in ogni dove da mercanti mediorientali, fenici, micenei e da metallurghi che insieme ai loro manufatti esportavano tecniche, saper fare, visioni del mondo. Con le statuette delle dee madri cretesi, sarde, etrusche, anatoliche che hanno modellato l’immaginario religioso occidentale prima e dopo il cristianesimo. Con le ceramiche che viaggiavano da Samo a Pantelleria. Con i vascelli votivi in miniatura della Sardegna nuragica, antenati di quelle navicelle offerte in ex voto che ancora oggi riempiono i santuari costieri da Chioggia a Trapani, da Genova a Dubrovnik, dove Maria ha preso il posto che fu di Iside e delle sue sorelle.
Perché ogni incontro lascia tracce indelebili. E anche se oggi balza agli occhi soprattutto quel che separa le due rive, le genti mediterranee restano parenti differenti.
Basti pensare alla parentela tra la pizza italiana, la pita greca, il lahmacun turco, il lahma bi ajeen arabo, la pissaladière francese.
O all’onnipresenza di elementi-alimenti come cereali, olio d’oliva e vino, sacri a tutti i culti e le culture del bacino. Da quelle precristiane che ne fanno doni divini di Demetra, di Atena e di Dioniso, all’ebraismo che consacra con l’unzione i re, i sacerdoti e i profeti. Dal cristianesimo che trasforma il pane nel corpo del dio incarnato e l’olio nella materia della segnatura divina del Messia, dall’ebraico mashiah letteralmente unto. Fino all’Islam, dove la ventiquattresima Sura del Corano, il cosiddetto Versetto della Luce, paragona Allah all’ulivo.
Ma le somiglianze echeggiano anche nei labirinti della voce. Dove si rincorrono la canzone napoletana, il rebetiko greco, il flamenco spagnolo, i melismi nordafricani e, perché no, la salmodia del gregoriano, che rivelano nel semplice vibrato di una nota estenuata la matrice da cui discendono tutti i canti.

Insomma un minimo comune denominatore di mediterraneità esiste. E resiste, come un intrico di radici profonde, ai mille incontri e scontri, sovrapposizioni e contrapposizioni che hanno trasformato la Mesogea, lo specchio d’acqua in mezzo alle terre, come lo chiamavano i greci, in un teatro di odissee; invasioni, contaminazioni, migrazioni.
Fughe e ritorni che hanno in Ulisse il paradigma lontano di una storia nostra e non più nostra.
Difficile da riconoscere, ma indispensabile da conoscere. Per non dimenticare chi siamo. E non trasformare Itaca in una patria incomunicante, affacciata su un Mare Monstrum.

[Da la Repubblica del 12 febbraio 2019]

Locandina_mostra_civilta_mediterraneo_a_cagliari

I diecimila anni del Mediterraneo mare di tutti popoli

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