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Quando Aniello ‘i ‘Gnazio andò in Corea del Nord

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di Sandro Vitiello

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Ho passato tante sere con il mio amico Aniello Impagliazzo – per noi Aniello ‘i ‘Gnazio –  e ci siamo raccontate le tante avventure, soprattutto le sue, che gli sono capitate nella sua vita non certo monotona.
Poco fa me ne è tornata alla mente una mentre in tivù passava il racconto di una band che era andata a suonare in Corea del nord; i Laibach.

Una sera che stavamo discutendo davanti ad un bicchiere di vino mi guardò a lungo con il suo sguardo intenso e ruffiano e mi disse: “Sai che io ho passato due mesi in Corea del nord?”.
“Ma che c… dici?”
“Sì. Devi sapere che una ventina di anni fa, in autunno, avevo finito la stagione di pesca in Toscana e da pochi giorni ero a casa mia, a Ponza.
Mi arriva una telefonata da un amico armatore il quale mi chiede se voglio essere parte di un equipaggio che deve andare a ritirare una nave nuova in Corea del nord.
Io manco sapevo dove stava la Corea, figurati quella del nord.
Avevo immaginato che era dall’altra parte del mondo, ma non riuscivo a capire dove.
Non potevo dire di no al mio amico che, comunque, mi avrebbe pagato bene.
D’altronde si trattava di qualche settimana.
Do la mia disponibilità e da lì a qualche giorno mi arrivano le istruzioni per il viaggio.
Partenza da Roma, volo di almeno ventiquattro ore e arrivo in una nazione che si affacciava sull’oceano Pacifico, dall’altra parte della Cina.”

Riempiamo un altro bicchiere e il discorso si fa più intrigante.

Aniello continua il suo racconto
“Io non ci capisco granché di guerre e politica ma avevo capito che dove stavamo andando non era un posto normale.
Le istruzioni erano chiare; per tutto il tempo che saremmo stati lì non saremmo usciti dal cantiere.
Nessun contatto con quella gente, nessuna gita a vedere le città o a comperare qualche souvenir.
Niente, si sta in cantiere e si dorme sulla nave, ormai pronta.
Insieme a noi era arrivata un’adeguata scorta di cibo italiano, con un cuoco che sapeva il fatto suo.
Quello che dovevamo fare era aspettare la consegna della nave, mangiare, dormire.
Nient’altro.
Arrivati a destinazione venimmo accompagnati con un pulmino al cantiere dove scoprimmo che la nave aveva bisogno di almeno altri due mesi prima di prendere il mare.
Le giornate passavano monotone. Gli unici momenti interessanti erano quelli in cui ci si metteva intorno al tavolo e ognuno di noi raccontava qualche fesseria.”

Ad un certo punto il tono della voce del mio amico cambia.
“Un giorno, uno dei tanti passati a far niente, mi avvicino al cancello che  separava il cantiere dal resto del paese e davanti ai miei occhi vidi una scena che non dimenticherò mai.
Una ragazza mi guardava con uno sguardo in cui c’era tutta la tristezza del mondo.
Era dignitosa nel suo povero vestito ma quei suoi occhi così vuoti, quella magrezza che mai avevo visto mi fecero stare male.
Da quel momento, da quel giorno trovai sempre il modo di portare un po’ di cibo a quella ragazza e riuscii anche a farle avere un vestito un pochettino migliore di quello che aveva addosso.”

Il racconto di Aniello riprende con un sorriso e tra me e me pensai a qualche fesseria che mi stava per raccontare.

“Insomma, dopo due mesi di Corea del nord ne avevamo piene le scatole e il nostro comandante, una sera a cena ci dice che l’indomani saremmo andati fuori a mangiare, nel migliore ristorante della città. La novità ci mise addosso un po’ di allegria ma da quel poco che avevamo visto fuori dal nostro cantiere, non sapevamo proprio cosa aspettarci.

L’indomani, vestiti con quanto di meglio avevamo appresso,  usciamo dal cantiere ad ora di cena e dopo cinque minuti a piedi arriviamo nel centro di questa città di mare.
Non era una città piccola ma, lungo la strada, malgrado non fosse poi così tardi, non abbiamo incontrato anima viva.
Manco un cane.
Arriviamo in una piazza circolare, male illuminata, senza nessuna insegna di negozio e senza gente in giro.
C’era però un dettaglio che non era certo gradevole; un forte odore, per niente piacevole.
In un angolo della piazza c’era il nostro ristorante che raggiungemmo abbastanza in fretta.
Veniamo ricevuti con grande attenzione e ci viene indicato un enorme tavolo tondo con un grande spazio vuoto al centro.
Ci accomodiamo e buttando l’occhio nel resto del ristorante ci accorgiamo di essere gli unici clienti.
Sarà che non c’è turismo da quelle parti ma essere l’unico cliente in un ristorante fa venire qualche dubbio.
Aspettiamo ancora un po’ e ci accorgiamo che quell’odore che avevamo sentito sulla piazza ci aveva accompagnato fin dentro al ristorante.
Dopo un po’ dalla cucina escono quattro camerieri che portano un enorme vassoio.
L’odore intanto è diventato insopportabile.
Il vassoio viene finalmente appoggiato sul tavolo e… perfettamente adagiato su quell’enorme piatto c’era una cane, cotto a puntino.”

In verità non sapremo mai se quella pietanza era stato preparata davvero “a puntino” perché dopo che Aniello e i suoi compagni di sventura realizzarono di cosa si trattava, si alzarono dal tavolo e uscirono dal ristorante senza voltarsi indietro.

Il ritorno al cantiere fu molto rapido e a nessuno dell’equipaggio venne voglia, nei pochi giorni che rimasero ancora da quelle parti, di mettere il naso fuori dai cancelli del cantiere coreano.

“Pertanto che ne pensi della Corea del nord?” domando io.
“Lasciamo perdere, quelli stanno inguaiati, ma forte. Te lo dico io”.
Altro non gli ho tirato fuori di bocca.
La sua Corea del nord sarà ricordata così.

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