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Ci vuole coraggio…

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di Pasquale Scarpati

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L’isola è un mondo un po’ particolare. Concede sensazioni ed esperienze peculiari del suo essere. Quanto più l’isola è piccola tanto più esse si concentrano, si amalgamano come in un tutt’uno. Le sue bellezze non si disperdono ma restano concentrate in poco spazio.
È difficile, infatti, percorrendo ad esempio la “Carlo Felice” la strada che unisce Sassari a Cagliari pensare di stare su un’isola. Bisogna riflettere. Solo lungo la costa o nelle sue vicinanze si può avvertire il sapore del mare e vedere gli alberi piegati, stravolti, dal vento marino.

Sulla piccola isola, invece, ovunque l’occhio spazi, incontra l’azzurro più o meno intenso. Avverte il profondo respiro e si compenetra in esso. Sia quando la roccia poggia immobile come il mattone di sughero, ’nu petagne, che sta fermo sull’acqua, sia quando le onde si avventano sulla marina o si arrampicano sui faraglioni quasi a volerli ghermire e a trasportare negli abissi.
Nel primo caso la sensazione è quella di volersi tuffare e discendere al di sotto della roccia per scoprire per quale sortilegio lei galleggi, come quando da bambino mi cimentavo a passare, senza né maschera né pinne, sotto la chiglia di una barca ormeggiata alla banchina nuova e uscire, vittorioso, dall’altra parte.
Nel secondo caso la sensazione è quella di sentire le goccioline di acqua salata che, trasportate dal vento impetuoso, si incuneano, come mani vogliose, tra gli indumenti e la pelle o accarezzano il viso oppure si vanno a nascondere tra le pieghe dei tessuti. Non c’è bisogno di inalare alcuna fialetta di acqua marina. L’umidità rende tutto madido ed anche le lenzuola sanno di fresco.

La piccola isola racchiude in poco spazio una miriade di bellezze. Alcune visibili, altre nascoste che vanno cercate. Essa si concede volentieri se si sa come trovarle. Queste bellezze, però, vanno salvaguardate, perché, una volta perdute, non sono rinnovabili. Mentre, infatti, ciò che l’uomo crea, qualora venga distrutto da eventi naturali o bellici, può essere rifatto, anche se a fatica e con pazienza certosina, come ad esempio la famosa abbazia di Montecassino tante volte distrutta e tante volte ricostruita, ciò che offre la natura, invece, non può essere rifatto neppure dal migliore dei chirurghi plastici.

Per questo bisogna essere molto attenti, intervenire laddove si notano degrado e manipolazioni incontrollate e soprattutto effettuare controlli.
Quanto più lo spazio è piccolo tanto più dovrebbero essere controlli assidui e capillari. Invece, caso strano, questi sono o sono stati completamente assenti o per meglio dire latitanti. Così ogni grotta è divenuta “ grottone” o per meglio dire appartamento.

Qualcuno, forse ironicamente, ha ipotizzato che ciò è avvenuto per impinguare le casse comunali e statali. Asserisce: “Una grotta non paga alcun tipo di tassa, un’abitazione paga ogni tipo di tassa; un ampliamento di un’abitazione, poi, dovrebbe pagare più tasse”.
Sennonché ciò è avvenuto ed avviene a discapito della Natura, la quale, si sa, oltraggiata diviene vendicativa specialmente se in alternativa non le si offre nulla. Questo concetto gli antichi lo avevano ben espresso quando ai loro Dei antropomorfi ma sostanzialmente raffiguranti gli elementi naturali da cui derivavano, offrivano, timorosi, vittime per calmare la loro ira.
Oggi forse siamo noi gli Dei a cui la Natura, in cambio, deve dare le sue bellezze in olocausto. Ma la Natura non si lascia domare. A molti dà l’idea di essere fragile e “fessa” (sciocca) perché Essa non grida, anzi sembra quasi non parlare.


Purtroppo oggi si vive in un mondo dove sembra che abbia ragione chi grida di più, dove l’appariscenza la fa da padrone, dove quelli silenti vengono messi all’angolo. Poiché la Natura appartiene a quest’ultima categoria, viene calpestata. Quando, invece, bisogna saperla ascoltare perché Lei parla, ma sottovoce.
Non ama, infatti, il rombo dei motori: la disturbano.
Non ama l’eccessiva confusione: non la si comprende appieno, anzi non la si capisce per niente. Ama le chiome degli alberi perché parlano, stormiscono agitate dal fruscio del vento, il quale, a sua volta, come genitore autorevole, in alcuni momenti le accarezza, in altri le sferza quasi a controllare la loro solidità.
Ama il cinguettio degli uccelli che si ricoverano tra i loro rami.
Ama il colore della pietra perché riempie l’animo di gioia.
Ama l’acqua che scorre sinuosa tra gli argini naturali (non intaccati da violente costruzioni) in mezzo alle valli ed ai campi perché dà la vita.
Ama il profumo dei fiori perché inebria l’animo e la mente.

Ma l’uomo, dio in terra, avvinghiato da altri interessi, non ascolta. La sua caratteristica odierna è la distrazione (nei due significati) sia perché ha la mente occupata altrove sia perché sottrae alla Natura ciò che le è peculiare.

Negli spazi angusti ciò si nota di più. I nostri avi disboscarono l’isola, mettendo a nudo la sua fragilità, ma nel tempo curarono “catene” e “parracine”. Navigarono lungo la costa con barche a remi e qualche rara barca a motore.


Nella mia infanzia fruivamo dell’isola nella sua interezza. Tranquillamente ci intrufolavamo nelle grotte e nelle “calette”. Forse, penso, qualche masso da qualche parete si sia staccato ma non mi spiego perché da oltre un decennio a questa parte, i crolli siano stati molto più frequenti tanto da provocare la chiusura di spiagge e l’interdizione di grotte, ostruite, pare, anch’esse da crolli. Perché mai?
Eppure, penso, che per secoli la costa sia rimasta sostanzialmente sempre la stessa. Come don Ferrante che attribuiva l’epidemia della peste agli astri, così qualcuno dice che è colpa delle piogge acide, del buco dell’ozono, di altri eventi, non ben specificati, naturali e soprannaturali. Non c’è bisogno di alzare troppo né gli occhi né la voce: basta guardarsi in se stessi o per meglio dire all’uomo.
E’ un continuo sciabordare. Natanti di tutti i tipi che vanno e vengono a tutta velocità in prossimità della costa, perché si ha fretta, bisogna far presto. Onde quindi che sbattono in continuazione. A volte, trovandosi con una piccola barca si viene sballottati di qua e di là: sembra di stare in mezzo ad onde anomale.

Ciò accade anche a “Punta stendardo” sul promontorio di Gaeta, soprattutto nei giorni festivi e prefestivi. Ma lì la roccia ha ben altra consistenza, rispetto al friabile tufo!

Si può più tirare la barca in secco nella piccola fenditura di una vasca delle “Grotte di Pilato” e farla rimane lì a lungo? Penso di no. Di conseguenza l’isola, invece di avere gli abitanti tutto l’anno, ha i marosi tutto l’anno: d’inverno per le naturali procelle, d’estate per le tempeste… artificiali!
Perché, quindi, non limitare la velocità di tutti i natanti, anche delle navi di linea che, vecchie ed obsolete (e poi parlano della “ sicurezza” dove, tra l’altro si fanno due pesi e due misure!) letteralmente “ galleggiano” e navigano alla stessa velocità del mitico “Ponza” o dell’“Equa”? Impiegherebbero un po’ di tempo in più, ma si potrebbe salvaguardare la costa.
Quando, infatti, la nave sbuca dal promontorio di monte Orlando a Gaeta o si avvicina ad esso proveniente dall’isola, dopo non molto tempo, sulla spiaggia di Serapo, che non è troppo vicina, si abbattono le onde del suo passaggio!
Immagino ciò che succede quando le navi provenienti non solo da Formia ma da tutti gli altri porti collegati passano in prossimità della costa dell’isola!
E allora sarebbe giunta l’ora, finalmente, di mettere sulle tratte navi moderne e più veloci che recuperano al largo ciò che perdono nelle vicinanze della costa!
Ma poi, qualcuno potrebbe obiettare…

Nell’isola s’intersecano una miriade di strade! Non le sto qui ad enumerare. Strade larghe con rettilinei ed ampie curve! Chilometri e chilometri di strade per cui è indispensabile che chi va in villeggiatura, si porti l’automobile. Come fa costui, senza la propria macchina, ad andare da Le Forna a Ponza Porto e viceversa? Otto chilometri da percorrere sono tanti, specialmente se, lasciata la via principale, “gira” per la “Panoramica”, scende o sale per i “Petruni”, s’inerpica su per gli Scotti o va giù alle “piscine naturali”. Non parliamo se deve decidere quale strada imboccare per arrivare a Calacaparra o giù di lì: la nuova o la vecchia! (…mi sembra di non aver dimenticato nessuna strada asfaltata!).

Autobus: pochi ed il servizio è… pessimo! Non esistono taxi! Non esistono auto delle strutture private! Insomma bisogna – è necessario ed obbligatorio – che ogni villeggiante si porti la sua auto!
Un vecchio ha detto, nella sua saggezza, che ciò deve avvenire per forza perché fanno da zavorra alla nave! Forse, nella sua senilità, non si è reso conto di aver fatto un po’ di confusione tra “cassoni” e “casse”!
Ma poi… qualcuno potrebbe obiettare.

I mesi estivi sono come una buriana violenta: pioggia, grandine, fulmini, lampi, tuoni. Una gran confusione. Poi come dice il Pascoli, dopo la tempesta tutto si rasserena e tornano le “placide stelle”.
Così nell’sola, dopo la buriana estiva torna il silenzio tanto amato da chi come me è vissuto colà quando l’isola era chiamata per l’appunto l’Isola del silenzio.
Ai più, però, specialmente coloro che ci vivono tutto l’anno, questo non piace o almeno così dicono.
Ma nulla fanno per:
a) verificare chi siano i veri residenti( lo si può dedurre, tra l’altro, anche dalle bollette dei consumi domestici);
b) invogliare altri (nativi e non) ad andare anche durante gli altri mesi dell’anno;
c) fare in modo che quelli che durante il periodo estivo hanno riempito i forzieri e poi sono sciamati, ritornino per dare qualche opportunità in più a chi pensa di trascorrere alcuni giorni sull’isola fuori stagione;
d) incentivare il turismo terrestre (che, oltretutto, può tornare utile anche durante il periodo estivo quando le giornate sono piovose o quando le condizioni meteo marine sono avverse). Ma poi…qualcuno potrebbe obiettare.

Forse le cose vanno bene così. L’isola continua a farsi vedere ma… da lontano.
E’ lontana, infatti, perché non ci si può avvicinare alle sue coste se non per pochi tratti, è lontana perché, per la maggior parte dell’anno, rimane semi deserta.

In questo modo viene tutelato l’uomo, non la Natura. Continueranno i crolli e le predazioni. Chi non ha affetto se ne andrà dopo aver “spolpato l’osso”.
Rimarrà, infatti, soltanto “l’osso” e le generazioni future non avranno altro che un ricordo perché “l’osso”, non offrendo nulla, sarà inaccessibile o abbandonato. Ma spero che ciò non accada.

 

Pasquale

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