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Il Giovane e il Mare. Una storia vera di Coraggio, Fede e Speranza (1)

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di Emilio Iodice

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Siamo felici di pubblicare (in cinque puntate, con cadenza giornaliera) un racconto di Emilio Iodice in esclusiva per Ponzaracconta.
La Redazione

 

Una brezza fredda aleggiava intorno all’isola, erano le quattro del mattino. Febbraio era quasi sempre freddo, ma la sua imprevedibilità poteva talvolta significare temperature miti e solari. Le onde del Mar Mediterraneo che circondava l’isola potevano aumentare notevolmente in velocità, altezza e volume in un attimo, e poi cambiare di nuovo con la stessa rapidità, scomparendo nel nulla; anche i venti potevano cambiare all’improvviso, portando i freschi spruzzi del mare sopra le colline e nelle case di Ponza.

Da un mare calmo come un lago e delicato come vetro, poteva arrivare un uragano con raffiche così potenti da scardinare porte e finestre, portandole alte nel cielo prima di offrirle alla spuma delle onde. La pericolosa presenza di bufere di vento e acqua avrebbe potuto trascinare negli abissi dei transatlantici; ma quel mattino era calmo. Tutto era tranquillo.

Una folata di aria mite filtrò nella sua stanza e accarezzò il viso di Silverio, destandolo dolcemente dal suo sonno. Il profumo del Mediterraneo riempì la sua stanza, poteva sentire nell’aria il sapore del sale e delle alghe. Sorrise aprendo gli occhi, sapeva che era un giorno speciale. Accese una lanterna e un bagliore d’ambra si diffuse sui muri, spazzando via l’oscurità. La stanza era fredda, umida e scarsamente ammobiliata; c’erano un piccolo letto e un comodino con una bacinella di acqua e sapone. Silverio si lavò rapidamente e in pochi minuti era vestito. Indossò un paio di stivali di gomma che gli aveva dato suo nonno; delle crepe lungo i lati e sul fondo rivelavano la loro età, ma sarebbero andati bene per il lungo viaggio verso Palmarola. Oltre agli stivali, un maglione di lana logoro, un paio di blue jeans americani strappati, un vecchio berretto da marinaio (che puzzava di sudore) e una giacca a vento erano tutto quello che aveva da indossare ma, sapendo quale era il suo importantissimo compito per quel giorno, infilò un coltello ricurvo nella sua cintura.

Sua madre, i suoi due fratelli e sua sorella dormivano mentre lui usciva in punta di piedi dalla porta della camera da letto. Sul tavolo della cucina c’era un piccolo piatto di cibo. Mangiò il pane, i fichi secchi e il formaggio molto rapidamente ma, anche senza prendersi il tempo per assaporare i bocconi, il cibo aveva un sapore incredibile dovuto alla sua emozione per l’imminente viaggio. Delle siepi invernali precoci emettevano un profumo di lavanda e bacche selvatiche mentre seguiva il sentiero che portava alla spiaggia. La luna era ancora sospesa nel cielo, illuminava la sua strada verso il mare. Corse giù per la collina, saltando sassi e muri mentre procedeva senza temere di inciampare: aveva percorso quel sentiero innumerevoli volte; Silverio conosceva la strada e dove stava andando, l’attesa lo faceva sentire vivo ed euforico.

Mentre si avvicinava alla spiaggia, vide degli uomini che mettevano insieme le lenze e aggiustavano i remi di una barca. Vedendo le imbarcazioni, il cuore gli balzò nel petto e un ampio sorriso entusiasta si aprì sul volto del ragazzo. Era la vigilia della ‘Festa di San Silverio’ a Le Forna, la parte più popolata dell’isola; il giorno era dedicato al loro santo patrono e a coloro che navigavano il mare per vivere, e lui e i suoi compagni stavano andando a Palmarola per pescare il pesce per la festa.

L’isola di Palmarola era a sole sette miglia da Ponza, le sue acque erano ricche di ogni forma di vita marina ed era uno dei posti più belli della terra; uno dei più belli, eppure uno dei più pericolosi. Era del tutto disabitata. I venti e le onde erano imprevedibili, c’erano pochi luoghi nei quali i marinai avrebbero potuto trovare rifugio dalle tempeste e, sulla montagnola desolata, non si riusciva quasi a trovare acqua.

Il quindicenne Silverio possedeva delle capacità che altri avevano impiegato decenni ad acquisire. Era un marinaio nato, così come la maggior parte dei bambini che vivevano sulla Perla del Mediterraneo, come veniva chiamata Ponza; a sette anni già navigava a vela, pescava e sapeva governare quasi ogni tipo di piccola imbarcazione da solo; a dieci sapeva determinare dei punti marittimi e terrestri per trovare delle nasse per pesci senza necessità di boe di segnalazione, e cinque anni dopo era pronto per la sua prima escursione a Palmarola. Era un’opportunità per dimostrare il suo valore, in particolare all’uomo che adorava, suo padre Raffaele, che per lui era un idolo.

Raffaele era caloroso, affascinante, sempre sorridente e sapeva fare qualsiasi cosa, dall’agricoltore e pescatore al minatore. Stava tornando dall’America. Era andato nel Nuovo Mondo nel 1902, aveva inizialmente lavorato nelle miniere di carbone del West Virginia per pochi centesimi al giorno, e si era poi trasferito nel Michigan e a New York per contribuire alla costruzione di ponti; era un uomo dai molti talenti, era amato e rispettato in America e a Ponza.

Sull’isola lo chiamavano “il Re della Piana”, poiché aveva astutamente coltivato acri di terreno pianeggiante per far crescere di tutto, dai carciofi all’uva e ai cereali. Aveva portato attrezzi e sistemi di irrigazione dagli Stati Uniti all’isola: sembravano tecnologie dell’era spaziale nella Ponza dei primi anni del Novecento. Raffaele sarebbe approdato a Napoli il giorno della festa e avrebbe preso la prima barca per Ponza. Silverio sognava di abbracciare di nuovo suo padre, non lo vedeva da cinque lunghi anni.

Era un viaggio lungo e pericoloso, quello verso l’isola delle piccole palme. C’erano poche barche a motore nel 1929, il viaggio da Ponza a Palmarola sarebbe stato compiuto da dieci uomini con dei remi e una piccola vela; ci sarebbero volute quattro ore, se il vento e le onde fossero stati in loro favore. Era buio quando uscirono in mare. La barca era carica di tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno; c’era una lunga lenza, riposta con cura insieme ai trecento ami che sarebbero stati lanciati con un’esca. Tutti gli uomini erano in posizione, cinque avevano meno di venti anni e cinque più di quaranta; il più anziano era il capitano, Fabrizio, che governava il timone e la vela e impartiva ordini. Era la sua barca; l’aveva chiamata la San Silverio.

Fabrizio aveva navigato molte volte verso Palmarola, conosceva le correnti e sapeva prevedere le onde. Era uno dei più abili marinai di Ponza, tutti avevano fiducia in lui e la San Silverio era robusta. L’aveva costruita con le sue mani. Le murate erano rivestite di quercia austriaca, l’albero maestro era stato fatto con un alto pino, una bandiera della marina italiana sventolava in cima all’imbarcazione.

Fabrizio era preoccupato. Qualche mese prima, nel dicembre 1928, una barca a motore chiamata anch’essa San Silverio si era schiantata sulle rocce vicino Terranova. Dieci uomini avevano perso la vita. Pregava che la sua piccola imbarcazione fosse sicura, mentre lasciavano Ponza.

[Il Giovane e il Mare (1) – Continua]

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