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Nel segno delle donne (2)

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di Pasquale Scarpati

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All’improvviso, si spengono le luci e sullo schermo appare una donna intenta a porre delicatamente il suo neonato in una cesta di vimini. Poi lo lascia andare sulle acque tranquille di un ampio fiume. Lo segue, ansiosa, con gli occhi per lungo tratto fino a che non sparisce dietro una selva di papiri. E’ vero che ha detto alla figlia di seguirlo con discrezione, ma è lo stesso preoccupata perché il futuro del bambino rimane incerto e lei si è dovuta liberare del sangue del suo sangue. Non ha potuto allattarlo, non ha potuto calmarlo, non ha potuto sollevargli le sue pene, non ha potuto cullarlo con le nenie che conosce. Spera, comunque, che conoscerà altre canzoncine, altri cibi, altre abitudini.

Mosè affidato alle acque del Nilo. Alexey Tyranov (1839-42)

Mosè salvato alle acque. Loggia di Raffaello

La Loggia di Raffaello è un ambiente del secondo piano del Palazzo Apostolico, nella Città del Vaticano. È celebre per un ciclo di affreschi della scuola di Raffaello riproducenti decorazioni con storie bibliche e grottesche, databile tra il 1518 e il 1519.

Continuano a scorrere le immagini sullo schermo…
Un Angelo, nella povera casa di un modesto paese della Galilea porta l’Annuncio ad un’umile Donna e questa, dopo un primo momento di smarrimento dovuto all’improvvisa apparizione, accetta incondizionatamente.

L’Annunciazione è un dipinto a olio e tempera su tavola (98 x 217 cm), attribuito a Leonardo da Vinci, databile tra il 1472 e il 1475 circa e conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

Un’altra Annunciazione, di Beato Angelico

Il distacco del cristianesimo dalle altre religioni avviene infatti proprio nel mistero dell’Incarnazione: in nessun altro credo è concepito un Dio che assume in sé la natura umana e la fa propria, con l’unica differenza della assenza di ogni forma di peccato. La nascita e poi la vita pubblica di Gesù daranno piena attuazione alla sua missione, fino al suo compimento nelle vicende pasquali. Ma tutto nacque dal ‘fiat’ di Maria.

Ma il racconto sullo schermo prosegue.
Ecco apparire l’immagine di un’altra donna che, astutamente, con strisce sottili di pelle di bue riesce a delimitare un vasto pezzo di terra e quindi a fondare una città che diviene, nel tempo, così prosperosa da dominare il Mediterraneo per lungo tempo.


La leggenda sulla fondazione di Cartagine narrata dall’Eneide di Virgilio, ha inizio con la storia della regina Didone di Tiro. Attraverso un sogno, questa scoprì che suo marito Sicheo fu ucciso in segreto dal cognato Pigmalione per interessi personali. Lo stesso sogno le consigliò inoltre di fuggire in esilio in una terra lontana, ricca e sicura, altrimenti anche la sua vita sarebbe stata messa a repentaglio. La donna dunque decise di seguire il consiglio e si imbarcò. Dopo un lungo viaggio la regina sbarcò sulle coste libiche del sovrano Iarba, re dei Getuli. La regina si presentò al re Tiro al quale chiese in dono un appezzamento di terreno su cui far sorgere la sua nuova città. Per tutta risposta Iarba la schernì, aggiungendo che le avrebbe potuto dare al massimo un terreno grande quanto una pelle di bue. Didone con furbizia e saggezza azzittì il sovrano tagliando la pelle di bue in strisce sottili e unendole tra loro in lungo, occupando così un terreno abbastanza vasto. Il sovrano senza proferire alcuna parola, fu costretto a concederle l’appezzamento di terra come promesso. Fu così che nacque la città di Cartagine. Il dipinto qui sotto rappresenta Didone, alle prese con la pelle di bue (le forbici sono un utensile poco cartaginese!).

Giovanbattista Pittoni, fine XVII – inizio XVIII sec., San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage

Ma a un certo punto questa potente città deve capitolare davanti ad una potenza emergente, dove le donne non hanno pianto i loro padri, mariti e figli dopo la cruentissima sconfitta e, nel pericolo, hanno donato alla patria le loro gioie più care e non solo in termini materiale! (lo stesso sacrificio è stato richiesto alle donne a distanza di migliaia di anni!). Dalla sua distruzione e dall’esperienza maturata in moltissimi anni di guerra costellata anche da tantissime sconfitte e da vittorie inaspettate, emerge un’altra città che riesce, in breve tempo, ad unificare tutto quel mare, come in un abbraccio, lasciando un segno indelebile della sua storia.

In un’altra parte del mondo e a distanza di molto tempo, un’altra donna, dalle forme robuste e prosperose ma dall’aspetto un po’ grossolano, lungo le sponde di un altro fiume pericoloso e limaccioso, infila le mani in una simile cesta, impigliatasi nelle canne, e solleva amorevolmente due pargoletti; li accoglie e li protegge tra le sue forti braccia. Li poggia sul suo seno e li allatta. Già è felice perché pensa a come li crescerà e alle storie che a loro tramanderà.

Romolo e Remo allattati dalla lupa. Rubens. Musei Capitolini

Secondo la leggenda Romolo e Remo erano figli di Marte e di Rea Silvia, sacerdotessa vestale figlia del re di Alba Longa, Numitore, diretto discendente di Enea. Acca Larenzia si curò di allattare anche Romolo e Remo, che crebbero, ed una volta venuti a conoscenza della loro origine reale, decisero di vendicarsi: uccisero lo zio usurpatore Amulio, e rimisero sul trono il nonno Numitore, legittimo re di Alba Longa. La lupa che allattò Romolo e Remo è, quindi, identificabile con costei, dato che aveva avuto un passato come prostituta. Altre versioni della leggenda, dicono invece che i gemelli furono salvati da una lupa vera e propria e che il pastore Faustolo, trovatili, li portò alla moglie Acca Larentia, che li allevò.


La lupa dei Musei Capitolini
Sebbene sia una leggenda, la vicenda adombra l’atto materno da cui è derivata la storia dei secoli a venire

Cerco di capire il filo conduttore di questa curiosa narrazione, che procede per ellissi temporali anche molto ampie, ma mi sembra con un filo comune…
Non ho tempo di pensare troppo a lungo perché sullo schermo appare l’immagine di un’altra donna, vestita in modo un po’ diverso dalle nostre, direi quasi bizzarro, con una fascia sulla fronte in cui è inserita, in modo civettuolo, una penna d’aquila. Ha il viso che sembra un po’ abbronzato. Lei accompagna, mostra ed incita alcuni uomini ad attraversare montagne altissime e terre inesplorate.

Statua bronzea dedicata a Sakakawea in Bismarck, North Dakota, USA

Sacagawea (1788 –1812) fu una donna nativa americana della tribù degli Shoshoni. Accompagnò Meriwether Lewis e William Clark durante l’omonima spedizione atta ad esplorare l’America nord-occidentale. Viaggiò per migliaia di chilometri dal Dakota del Nord fino alla costa pacifica dell’Oregon tra il 1804 ed il 1806.
Poche sono le fonti storiche riguardo a Sacagawea (o Sacajawea), ma è certo che si guadagnò un posto importante nelle cronache di Clark e Lewis e nell’immaginario americano.
Agli inizi del XX secolo il National American Woman Suffrage Association (associazione femminista) la assunse a simbolo dell’indipendenza delle donne, erigendo a suo onore numerose statue e targhe.

Statua di Sacagawea al Washington Park di Portland

 

Nota
Sul testo base di Pasquale Scarpati gli inserimenti delle immagini e i necessari chiarimenti storico-artistici – in corsivo – sono in parte dello stesso Autore, in parte a cura della Redazione

 

[Nel segno delle donne (2) – Continua]

[Per la prima parte del racconto di Pasquale Scarpati, leggi qui]

 

 

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