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u-14 u-26 l-12 ss06 peche-1973 L'ingresso pricipale delle grotte di Pilato presso il porto

Storie di madri. Ma non dimentichiamo i padri

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a cura della redazione

 

Quando capita, dai giornali o altre fonti, riportiamo racconti, storie, lettere che rievocano la figura materna [trova in “Cerca nel Sito”: – Storie di madri – circa 20 articoli pubblicati]. Qualche volta abbiamo tratto questi scritti dalla rubrica dei lettori di Concita De Gregorio su la Repubblica. Lo facciamo anche in questo caso, dal giornale di ieri 7 febbraio, solo che stavolta il ricordo riguarda il padre.
Sempre ci chiediamo in redazione… ma perché i nostri lettori-contributori – salvo rare eccezioni -, non ci inviano degli scritti sulle loro madri, sui loro padri?

Il padre di L. La figlia in un’altra mail scrive “non voglio aggiungere nomi, né il suo né il mio”

Tutto quello che devo a mio padre
Grazie a L., che racconta di suo padre, della sua famiglia

“A casa non si poteva parlare di guerra, di nessuna guerra. Il 4 novembre o il 25 aprile non si usciva di casa per non incontrare manifestazioni, se alla televisione partiva qualche servizio c’era chi faceva cadere un piatto purché si cambiasse argomento. Centomila gavette di ghiaccio e altri libri simili si leggevano di nascosto e non si abbandonavano sopra i tavoli”.

“Mia madre aveva dettato l’ordine: non si parla di guerra”.

“La mia famiglia, mio padre, mia madre e i miei due fratelli maggiori si trovavano in Piemonte, dove mio padre lavorava allo scavo di qualche galleria, quando giunse il richiamo alle armi. La famiglia tornò al paese in provincia di Brescia, mio padre partì per il fronte, mia madre si trovò a crescere due bambini piccoli (un primo figlio, il più biondo, il più bello, il più buono era morto a quasi tre anni di pertosse. Ah, i vaccini!). Mangiarono grazie al suo lavoro di sarta, alla coltivazione dell’orto e del vigneto, al pollaio, al maiale, acquistato piccolo che costava meno, ma esposto a tali rischi nella crescita che richiedeva continue novene e rosari”.

“Al fronte si trovavano contemporaneamente mio padre e due suoi fratelli. Uno fu fatto prigioniero in Germania, l’altro passò tre anni in Siberia. Tutti e tre tornarono a casa. Mio padre fece la ritirata dal Don. Si portò sulle spalle un compagno e dormì sopra il suo corpo ogni notte. Si salvarono entrambi”.

“Tornato a casa cominciò l’incubo. Scappava, si nascondeva, piangeva, rideva. Venne ricoverato: elettroshock, cure costrittive antiche anche per quei tempi. Fu trasportato in una clinica più moderna che mia madre pagava lavorando anche di notte. Migliorò e tornò a casa. Nacque mio fratello nel ’45 e io nel ’48. Mi ha cresciuta mia sorella maggiore, ancora bambina, mentre la mamma lavorava”.

“Pochi anni dopo avvenne quello che la mamma chiamava il miracolo. Papà andò a lavorare in un cantiere di montagna e cominciò inaspettatamente a riprendersi. Il primo pic-nic sull’erba tutti insieme, felici, me lo ricordo a tre anni. In casa venne abolita un’altra parola: pensione di guerra. Quando la domanda venne rifiutata, mio padre non riuscì a spiegarsi perché non credessero a quel che aveva passato”.

“Era un uomo semplice, aveva visto e subito cose che non trovavano giustificazione nella sua mente. Solo quando ebbe un piccolo aumento sulla sua pensione di operaio per aver partecipato a operazioni di prima linea trovò un po’ di conforto. Hai visto che ti credono? gli diceva mamma la sera, a bassa voce”.

“A tutto c’era una sola giornata di deroga: una volta all’anno lo accompagnavamo dall’amico con cui aveva diviso la sciagura della ritirata. Un uomo grande e grosso, il doppio di mio padre, che aveva riportato congelamento ai piedi e viveva su una sedia a rotelle. Ci permettevamo la battuta sulle dimensioni che non avevano riparato tutto il corpo del compagno e, mentre i due si guardavano, non parlavano e piangevano, noi uscivamo adagio dalla camera. Era nato nel 1909 ed è morto sereno, come solo un uomo buono può, a 96 anni. Scrivo perché glielo devo e perché guardo ogni giorno sullo screen del mio computer la sua fotografia”.

 

[Dalla rubrica “Invece Concita”, la Repubblica del 7 febbraio 2018]

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