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Il passo dell’autunno

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di Francesco De Luca

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Si è insediato. Le barche nel porto sono avvilite dall’inattività. Dondolano istericamente come animali in gabbia. Fra la cima di poppa e la cima dell’ancora si consuma un rito di passione, snervante e disperato.

Quelle che godono del solo cappio dell’ancora sembrano un gregge. Lo stazzo ha le sembianze di Cala Feola e in quel chiuso le barchette-pecora alzano la testa al venir dell’onda e la chinano, ritmicamente, come se pascolassero.

L’autunno ci sommerge. I muri già si stanno coprendo di un inconsistente verde-umido che li incupisce, li invecchia. Li umanizza. Giacché sagome grigie sono gli uomini accartocciati intorno al Monumento ai Caduti, o lungo la strada che a Le Forna guarda il bar Tartaruga. Alle spalle, il campanile della chiesa dell’Assunta manda la canzone dell’Ave Maria. Si ascolta col trasporto che inducono le ombre che presto oscurano il cielo, e il freddo che il giubbotto non riesce a vincere, e le luci della chiesa che sanno di casa.

Il tempo dell’ Immacolata sta insinuandosi negli animi. Ma… ahimé il motivo delle campane è stonato e la materialità dell’autunno che incede porta l’attenzione sui trilli nascosti dei pettirossi, invisibili e presenti, sui sorrisi accennati degli adolescenti dagli amori furtivi, sulle rassegnazioni dolenti delle donne.

La vita dell’isola in autunno freme e si dispera. Il desiderio è tanto ma altrettanto grande è la limitatezza dell’espressione. Socialmente l’isola cede alla inibizione.

La colpa è in tutto quanto riluccica e ferve in estate. Il sole, il mare, il contatto sociale, il profitto, la gioia di fare e di essere gratificati.

L’isolano è l’incarnazione di una solitudine lucida e solidale. La storia della comunità ponzese è pervasa da questa qualità. Ora che la solidarietà è stata erosa dal benessere economico anche la lucidità ha perso bagliore. Le scelte amministrative degli ultimi decenni hanno mostrato appieno come la stessa solitudine si è incancrenita. Gli isolani vogliono seguire modelli di vita non confacenti. E l’autunno mostra loro l’errore in cui cadono se non guardano a quanto di positivo insegna il passato. E’ la nostra cultura quella alla quale aggrapparci affinché l’espressione da isola non frantumi il residuo nostro stare insieme.

Nessun appello a guardare indietro, nessuna nostalgia bigotta e bugiarda. L’autunno, meditativo e bonario ci ritrovi uniti. Contro i falsi saccenti (così sia), contro i prepotenti (così sia), contro i falsi benefattori (così sia), per il nostro sereno domani. Così sia.

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