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Un libro di storia scritto con basoli e pietre

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di Rita Bosso

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Il calendario che abbiamo pubblicato qualche giorno fa subisce una modifica, causa un  incidente occorso all’amica Gabriella Nardacci. Restano confermati gli appuntamenti di venerdì; dedicheremo al confino anche l’incontro di sabato 9, di cui scriverò nei prossimi giorni.

Venerdì alle 18,30 percorreremo un tratto de La Via del Confino, dai Cameroni all’ex carcere: pochi metri densi di storia, di luoghi, di racconti, di letture.

Alle 20 di venerdì, nell’atrio del palazzo di Clorinda, si inaugura la mostra fotografica La Via del Confino.

I luoghi del confino sono i protagonisti degli incontri.

I luoghi sono i documenti più delicati, più deperibili, più soggetti ad oblio; al riguardo, poco o nulla si desume dalle ricerche d’archivio, dalla lettura delle memorie e degli epistolari dei confinati, se non descrizioni generiche che non consentono l’individuazione di case, di mense, di garitte. Ne dà spiegazione Camilla Ravera: le sue prime lettere da Ponza non superano il vaglio della censura perché contengono nomi dei luoghi e di altri compagni; le viene spiegato che il confinato deve limitarsi a scrivere di sé, delle proprie condizioni di salute, in modo da rassicurare i familiari, ma non può citare luoghi e persone.

La mappa del confino contenuta nella app APPonza (scaricabile gratuitamente da PlayStore) è realizzata grazie ai ponzesi che hanno vissuto gli anni del confino e che, con rigore, generosità e disponibilità, hanno collaborato a una ricerca che si è sviluppata negli anni; in più di un caso non si sono limitati a indicare e descrivere ma si sono fatti prendere sotto braccio e mi hanno accompagnata, per consentirmi di individuare l’esatta ubicazione.

I luoghi sono i documenti che meglio esprimono il senso del confino, il quale non fu una pena particolarmente afflittiva dal punto di vista delle condizioni materiali, se paragonate alle condizioni di vita del cittadino medio; il confronto neanche si pone con le condizioni dei dissidenti sotto altri regimi totalitari. Per cogliere il senso del confino occorre visitare i Cameroni e immaginarli affollati di centinaia di persone; occorre camminare lungo la Via del Confino, misurarla coi passi, immaginare giovani uomini costretti a percorrerla più volte al giorno come criceti in gabbia sotto la sorveglianza dei militi, senza potersi intrattenere con la gente del paese, limitandosi a parlare con uno o due compagni perché era vietato “formare capannelli”.

La Via del Confino è un museo a cielo aperto, è un parco storico-letterario. Come ogni museo, necessita di un apparato comunicativo. Allo stato attuale, la Via del Confino è quello che sarebbe un qualunque sito di interesse storico, artistico, archeologico se fosse privato di guide, di audioguide, di depliant, di filmati, di cartelloni: anche il più volenteroso e colto dei visitatori, visitando Pompei o Ostia, vedrebbe null’altro che ruderi e non riuscirebbe a collegarli alle proprie conoscenze di storia e di arte romana.
La Via del Confino è un libro di storia scritto con i basoli e con le pietre; venerdì pomeriggio, Camminando lungo la Via del Confino, proveremo a leggerne una pagina; in serata, con la mostra fotografica, ne vedremo l’intero sviluppo, con un suggestivo accostamento tra immagini d’epoca e le foto  scattate a giugno da Enzo Di Fazio.

Alle 21 di sabato ci ritroveremo al Winspeare per parlare di Confinati in Casa Nostra.

Vi aspettiamo.

 

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