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Dal mito di Telegono al mito di Ponza

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di Rosanna Conte

 

Ha senso, oggi, scrivere un poemetto su un tema dell’antica mitologia greca quale quello incarnato dall’eroe Telegono? (1)

L’attualità del tema è stata affrontata nella presentazione del Telegono. Il figlio di Ulisse nato a Ponza dall’autore, Gino Usai, e mi sembra giusto riprenderla qui perché aiuta ad inquadrare meglio le riflessioni sul suo lavoro.

Avere l’esigenza di ricercare il padre mai conosciuto, affrontare le incognite di un viaggio-incontro-scontro con un’unica arma, donata dalla madre, dall’efficacia mortale, incontrarlo senza riconoscerlo ed ucciderlo, rientra, secondo i canoni della psicologia, nel percorso di molti adolescenti verso l’età adulta.

La figura paterna, in quanto cardine di regole riconosciute e condivise, è sempre stata assimilata alla stabilità ed oggi che questa stabilità non esiste più, sfuma la sua presenza e non se ne coglie più la funzione, lasciando senza ancoraggi le nuove generazioni.

L’evaporazione della figura paterna – avvenuta di contro anche per abdicazione al ruolo tradizionale sostituito con quello dell’amico e del compagno o per assenza reale perché, nella crisi dell’istituto familiare, il padre è quasi sempre quello che va via – non consente agli adolescenti di avere il rispecchiamento necessario alla crescita, rendendoli incerti e insicuri per un lungo arco della loro vita.

Da qui l’attualità di una ricerca che più che cercare il padre per ristabilire un ordine, lo cerca per dare senso e radici a se stesso.
Non è, quindi, un’idea peregrina quella di Gino Usai di guardare ad un mito così vicino a problematiche presenti nella nostra società.

Cos’è del resto un mito?

E’ una narrazione che, pur impostata su fatti e personaggi di fantasia, vuol dare forma a ciò che la ragione non riesce a far emergere. La psicologia e l’antropologia ci hanno spiegato che i miti hanno molto a che fare con i nodi irrisolti dell’io o con i ruoli che mantengono in vita le strutture sociali di una comunità.

Ma un mito ha valore se la società tutta lo conosce e vi si riconosce, e diventa classico, come quelli del mondo antico, quando ha ancora qualcosa da raccontare alle società successive.

Oggi un mito articolato e carico di contenuti come quello di Telegono può essere accolto e rielaborato?

Per gli adolescenti i miti preferiti sono sempre quelli che narrano di eroi che compiono gesta grandiose, al di fuori del quotidiano, e le differenze fra miti di generazioni diverse si notano solo nel cambio di senso dei valori su cui si misura l’eroe: forza fisica, astuzia, capacità di sacrificio per salvare la comunità, e così via.

Essendo oggi questi valori evanescenti più che stabili, esteriori più che interiori, coincidenti con oggetti più che con sentimenti, gli eroi attuali sono coloro che emergono sul web o in TV per un motivo qualsiasi, positivo o negativo che sia, e la loro gloria dura poco, fin quando non ne sopraggiunga un altro con una nuova particolarità.

L’antropologo Marino Niola parla di mitoidi, i miti che le generazioni giovanili contemporanee si costruiscono perché la società massificata – globalizzata – parcellizzata di oggi, la società liquida di Bauman, ha cancellato, prima ancora della possibilità di una narrazione organica che rielabori le problematiche della loro età, gli ancoraggi sicuri alla realtà quotidiana.

Non so, quindi, se Telegono possa essere un eroe per i giovani di oggi, ma mancando l’opera antica, penso che Gino Usai abbia fatto bene a dare una forma a quel mito e a scegliere sintassi e ritmi semplici, vicini al parlato, lasciando al lessico, a volte di origine aulica, il compito di richiamare alla tradizione del poema classico.

Mi sembra, però, che il poemetto non esaurisca qui la sua funzione perché le vicende dell’eroe, che ripercorrono il mito in tutti gli aspetti simbolici (la figura materna che apre all’età adulta, il matrimonio con la sposa del padre…) hanno una collocazione spaziale precisa nell’isola di Eea, assimilata a Ponza.

Questo assunto non è di poco conto poiché l’isola non resta un semplice luogo, ma diventa parte rilevante dei rapporti amorosi fra Ulisse e Circe, prima, e Telemaco e Circe, Telegono e Penelope poi. E’ lì perché possano amarsi e sarà lì anche per accogliere il corpo di Ulisse.

Le descrizioni di Eea-Ponza occupano uno spazio notevole e culminano nell’esaltazione di Palmarola che assurge a luogo per eccellenza della fertilità.

Solo chi non è ponzese, di nascita o di adozione, non riesce a cogliere la contiguità fra le due isole. E’ un legame che l’agricoltura, la caccia ed, ora, il turismo hanno creato e rinsaldato in quasi tre secoli della storia recente e che è diventato un legame affettivo che rende la piccola isola méta delle gite fuori porta. Negli anni cinquanta c’era anche chi ci andava a fare il viaggio di nozze.

E così, a ragione, Gino Usai la pone come luogo in cui sono stati concepiti Telegono ed Italo e la identifica con l’isola dei beati, dove vanno a vivere Penelope e Telegono dopo essere stati resi immortali.

A questo punto, ci sembra che accanto al mito di Telegono ci sia quello di Ponza-Eea, nato da un’urgenza ispiratrice forse più forte di quella che è sottesa alla scelta del tema di classica provenienza.

I miti hanno sempre avuto la funzione di traghettare il senso nelle strettoie che separano un mondo che scompare da quello che si profila ancora sconosciuto e inquietante, e l’immagine dell’isola che tende a perdere i suoi connotati di autenticità e si prepara ad essere un luogo altro in cui non ci si riconosce più, spinge molti isolani a recuperare e stigmatizzare momenti e aspetti ormai scomparsi.

Tanti sono i cammei su Ponza, piccoli flash, accorate descrizioni, nostalgici ricordi in cui i ponzesi hanno riversato l’amore per la loro isola, e Gino Usai l’ha cantata con un poemetto.

Così, richiamandone la bellezza primigenia, quando ad abitarla c’erano solo dee ed eroi, facendola diventare luogo incantato della poesia, dove la magia cede solo all’amore, l’ha resa simbolo di un mondo superiore in cui regna e regnerà per sempre vitalità e gioia di vivere.

E’ per questo che ritengo Telegono. Il figlio di Ulisse nato a Ponza un sincero e accorato dono d’amore di Gino Usai alla sua e nostra isola.

 

(1) – Sinossi dalla mitologia greca.
Telegono ((in greco classico: Τηλέγονος/ Tēlégonos, «nato lontano», con riferimento alla lontananza dal padre), è una figura della mitologia greca,  figlio di Ulisse e della maga Circe, che vive nell’isola di Eea. Alle soglie dell’età adulta egli chiede alla madre chi sia suo padre e dove si trovi. Circe a malincuore gli dà le informazioni e, quando il giovane decide di andare a cercarlo, nonostante i suoi tentativi di fermarlo, gli dà una lancia alla cui punta è inserito un aculeo velenoso, una coda di un trigone. Il giovane prima di affrontare l’incognita del viaggio, va ad interrogare nell’Ade, il regno dei morti, il vate Tiresia che gli predice il fato nefasto: Telegono avrebbe ucciso suo padre. Sconvolto, l’eroe riprende il viaggio fino a giungere ad Itaca che lui e i suoi compagni di viaggio ritengono sia Corcira. Qui si saziano con la carne delle mandrie che trovano nelle vallate e quando si presentano Ulisse ed il figlio Telemaco nasce un diverbio che sfocia nel ferimento mortale  del re di Itaca con la lancia armata di trigone. Ormai morente, Ulisse riconosce negli occhi del figlio se stesso e avverte Telemaco di avere di fronte un suo fratello.

La dea Atena riappacifica gli animi e invita i giovani a seppellire Ulisse nell’isola di Eea. Per il funerale vi si recano , oltre a Telegono, Penelope, moglie addolorata del re ucciso, e Telemaco. La vicenda evolve col matrimonio di Telemaco e Circe, che restano in Eea, e di Telegono e Penelope, che vanno a vivere nell‘isola dei beati. Dalla loro unione nasceranno rispettivamente Latino e Italo i capostipiti della stirpe romana e della gente italica.

 

 

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