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L’albero della libertà. 13. Quando l’eletto diventa padrone

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di Francesco De Luca

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Come un albero ogni giorno ha bisogno di luce, terra, acqua così la libertà ha bisogno di giustizia, democrazia, rispetto. La libertà è qualcosa che vive, si alimenta e cresce come l’albero che si innalza, caccia foglie e frutti.

Sembra che io abbia fatto una mescolanza impropria mettendo nello stesso impasto giustizia, democrazia, rispetto e libertà. Ad una analisi teorica sì, ma nella vita quotidiana queste qualità distinguono un clima di libertà da uno in cui, chi ha potere, se ne avvale per non tener conto di chi quel potere lo ha delegato ad un rappresentante perché ne faccia uso pubblico.

Il rispetto della rappresentanza, proprio del sistema democratico, significa che chi rappresenta il popolo tenga come fine l’interesse della comunità che gli ha prestato il potere di rappresentanza. Nelle forme e secondo le procedure previste, ma in costante subordinazione al dettato popolare.

Non è corretto pensare: il popolo mi ha votato e ora si fa come voglio io. Non è corretto. Il mandato di rappresentanza non vale soltanto nella fase delle elezioni. Finita la quale il potere si isola dalle influenza popolari, si chiude nella stanza dei bottoni e decide secondo i suoi personali parametri.

Il sistema democratico esige che il potere debba rimanere costantemente permeabile agli influssi provenienti dal popolo. Quel cordone non deve mai spezzarsi, pena la negazione dell’impianto democratico.

Non l’avessi mai detto! Zì Ntunino quando sente queste cose si eccita. Da mancato filosofo aspirante a saggio si intromette. “Quanti nostri concittadini abbiamo visto trasformarsi, una volta andati sul Municipio. Quanti, da poveri diavoli, sono diventati ‘mammasantissima’, quanti da buontemponi sono diventati maneggioni di lungo corso. Abbiamo visto ragionieri, geometri, professori trasformarsi in sanguisughe, in profittatori. Abbiamo visto uomini d’onore diventare lacché. Fino a farci perdere ogni fiducia nei nostri compaesani e in noi stessi. Quasi.

La fiducia non l’abbiamo perduta ed essa ci ha ripagato ridandoci dignità”.

 

Nota
Le immagini (scelte dalla Redazione) sono opere di Ambrogio Lorenzetti (Siena 1290 – Siena 1348) facenti parte delle  Allegorie del Buono e Cattivo Governo e dei loro effetti in città e in campagna, affreschi  dispiegati, per una lunghezza complessiva di 35 metri,  sulle pareti della Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena (da Wikipedia)

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