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Umberto Tommasini: il fabbro anarchico (1)

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di Rosanna Conte

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Il primo anno ci hanno fatto fare il bagno al chiaro di luna! Che bel posto! C’era come una grande muraglia a strapiombo sul mare e c’era una bella spiaggia, tutta sabbia.

Umberto Tommasini arriva a Ponza nel 1928, col Garibaldi e col primo carico di confinati trasferito da Ustica. Ha 32 anni, è anarchico ed ha l’esperienza delle lotte operaie e di soldato al fronte.

Il primo anno abbiamo fatto i bagni in quella bella spiaggetta, dopo hanno visto che era un posto troppo vulnerabile per le fughe perché il mare era aperto, anche se c’erano le barche che ci facevano la guardia. Allora ci hanno messo dentro al porto, in una spiaggetta, bella ma piccola. Vicino c’era uno scolo di non so che. Lì andavano tutti i benestanti del paese, era la spiaggia della borghesia. Era troppo piccola per noi che eravamo un mucchio di gente. Volevamo tornare dove il mare era aperto, c’erano certe onde che nuotavo come un pesce, andavo dentro un’onda e uscivo dall’altra parte. Io e il deputato di Gorizia, Srebrnic, andavamo fuori con qualunque tempo, ci schizzavamo, andavamo sotto le onde. Lì invece c’era una scogliera, era tutto chiuso, c’era solo la banchina per saltare e fare i tuffi. E allora agitazione: “Non facciamo il bagno! Sciopero dei bagni!”

Che carattere Umberto! Ci ha raccontato la sua vita, lunga e intensa, nel volumetto Il fabbro anarchico, scritto in friulano nel 1972 e pubblicato in italiano solo nel 2011.

Scorrendo le pagine, ci lasciamo trasportare dal ritmo sincopato e ricco di intercalari, che appartengono al suo modo di parlare,  attraverso quasi un secolo di storia.

Incrociamo lungo il confine italo-austriaco l’emigrazione italiana in terra asburgica, gli aspetti della prima guerra mondiale non presenti nella retorica nazionalista, le lotte operaie dell’immediato dopoguerra, la violenza dei fascisti prima e dopo la presa del potere, il confino, l’espatrio clandestino, la condizione dei rifugiati italiani in Francia, la guerra di Spagna, la lotta di liberazione, il secondo dopoguerra, la rete che unisce gli anarchici nei diversi momenti del ‘900.

Ponza, per Umberto, è importante: è da lì che gli giunge il soffio dell’anarchismo che, affine ai suoi sentimenti ed ai suoi principi, resterà la scelta della sua vita, ed è lì che da confinato tesserà rapporti che si svilupperanno poi a Parigi, nella guerra di Spagna e nella ricomposizione della rete anarchica durante e dopo la guerra.

Il fabbro anarchico ha vissuto in pieno i suoi 84 anni, fin da bambino e, quando ricorda la sua vita, chi lo segue non può fare a meno di cogliere la grande naturalezza con cui si è sempre esposto al sacrificio nel momento in cui le idee trovavano la strada dell’azione.

La sua famiglia, morta la madre quando lui aveva sei anni, era formata dal padre -convinto socialista-quattro figli maschi ed una femmina che vivevano fra il paesino italiano di origine in Friuli, Vivaro, e Trieste che, agli inizi del ‘900, era una fiorente città asburgica.

Cresciuto leggendo e distribuendo giornali e libri socialisti, partecipando a discussioni nelle riunioni nei posti di lavoro e assistendo ai consigli comunali, sceglie tuttavia l’anarchismo quando nel 21′ il partito si scinde dando vita al Pcd’I.

Era stato suo fratello Vittorio a innescare ragionamenti diversi in una famiglia in cui fino ad allora c’era stata unanimità di vedute fra il padre e i quattro figli maschi. Mutilato, accusato di disfattismo durante la guerra, era stato mandato al confino a Ponza e qui aveva conosciuto altri internati triestini, tutti anarchici che, nelle lunghe discussioni quotidiane, lo avevano convinto a condividere le loro idee.

Nell’immediato dopoguerra, a Trieste, Umberto vive gli scontri con gli squadristi fascisti, frequenti come le sue entrate e uscite dal carcere. E’ presente quando viene appiccato l’incendio al palazzo di via Fabio Filzi 47, dove sono l’albergo Balkan e il Narodni Dom, la Casa del popolo degli sloveni, il luogo della loro rinascita nazionale, politica, economica e culturale.

E’ la “notte dei cristalli” contro gli sloveni.

Un episodio fondamentale nell’affermazione del movimento fascista, siamo nel 1920, perché sperimenta nella violenza del fascismo di frontiera, la sua forza bruta, la capacità di arringare la folla con le parole d’ordine che vengono dalla pancia, nonché le sue collusioni con le forze dell’ordine.

La folla che assiste all’incendio

Nella città giuliana, l’esaltazione del nazionalismo esasperato facilita il  consolidamento del consenso della popolazione italiana locale al fascismo. Nel 1921 a Trieste ci sono 14.000 iscritti al Fascio: è la federazione più importante in Italia.

Umberto conosce gli altri anarchici italiani nel 1925, in seguito ad un convegno a Milano.

Con loro collabora per la fornitura di materiale per attentati, come quello di Lucetti contro Mussolini del ’26.

Sfrutterà questa esperienza in Spagna nel ’37, quando con Giobbe Giopp, conosciuto a Ponza, prepara un attentato alle navi spagnole di Franco che non andò in porto perché bloccato dai comunisti.

E’ interessante guardare agli eventi di quegli anni da un’angolazione diversa da quella più diffusa, la comunista, perché permette di coglierne coni d’ombra che non emergono facilmente. Le eventuali problematiche connesse alla memoria, sono affrontate da Claudio Venza, docente di Storia presso l’Università di Trieste, che ha raccolto e curato la testimonianza di Tommasini integrandola con fonti archivistiche e storiografiche.

Ad Ustica, dal dicembre del 1926 al luglio del ’29,  il gruppo dei triestini  è compatto. Vorrebbe continuare a restare unito intorno alla mensa progettata durante il viaggio di traduzione, dove il piatto fondamentale è la pasta e fagioli col lardo, ma Bordiga costringe la componente comunista a passare alla mensa del loro partito dove la pasta e fagioli si fa senza lardo.

La presenza di Gramsci sull’isola, per Umberto, non è memorabile. Ha seguito una sua conferenza, ma non ricorda di cosa avesse parlato.

Si vedeva che Gramsci era il tipo dello studioso e anche che era ammalato. Non era loquace, in mezzo alla gente; per ragioni di salute, o non so perché altro, frequentava poco l’ambiente.

Ma riporta le parole con le quali il segretario del fascio di Ustica parla di lui rivolgendosi al direttore della colonia che aveva scherzato sulla sua gobba: Lei non sa chi è quest’uomo! Quando quest’uomo si alzava in piedi, a parlare in Parlamento, Mussolini si alzava in segno di rispetto.

Una volta organizzata la scuola, gestita dai comunisti, Umberto frequenta le lezioni, dove viene ammesso, previo esame, al gruppo delle medie: “Ho cominciato a conoscere un poco, mi si sono aperti degli orizzonti”.

Fin quando resta aperta la biblioteca, gli anarchici ne usufruiscono e forniscono anche qualche bibliotecario.

Anarchici a Ustica nel 1927
Tommasini è in piedi con la levallière, i capelli al vento e la mano in tasca.

E’ ben chiaro nella mente di Tommasini che il fascismo può essere combattuto solo con la collaborazione di tutti, ma vede i comunisti come futuri avversari perché avevano il punto di vista dittatoriale, che dovevano comandare loro e gli altri li dovevano seguire.

Del comunista Luigi Calligaris, però, diventa amico al punto da organizzare con lui l’espatrio clandestino al termine del confino. Luigi è diverso: ci intendevamo molto, come uomini, come persone, anche perché era comunista, ma di quelli indisciplinati, non obbediva a tutti gli ordini. Obbediva quando li credeva giusti, altrimenti no”. Luigi rispetta la libertà di pensiero degli altri, anche a costo di difenderla con la propria vita.

Aveva fiuto l’anarchico: Calligaris morirà per la sua idea nei gulag siberiani.

Nel luglio del ’28, per risolvere il problema della promiscuità fra confinati comuni e politici, si organizza il trasferimento di questi ultimi a Ponza.
Umberto ricorda il viaggio sulla Garibaldi

Chiusi nelle sentine, dove i materassi di crine facevano polvere, c’era un caldo asfissiante e gli ammalati di cuore cominciavano a svenire, iniziano la protesta, e Umberto è tra i primi ad urlare contro i militi armati, pronti a sparare.

Poi l’accordo fra i comandati della nave , dei carabinieri e della milizia, consente di far fare la traversata sul ponte.

Abbiamo fatto un viaggio da papi. Vedevamo i delfini che ci correvano dietro, le cacciatorpediniere che ci giravano intorno. Contenti di aver vinto. Sai, piccole cose, che davano soddisfazione per aver costretto l’autorità a darti quello che avevi chiesto.

 

[Umberto Tommasini: il fabbro anarchico (1)- Continua]

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