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Buffa la vita… (1)

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di Pasquale Scarpati

 

La vita mi sembra buffa perché, quando si è ancora bambini, quelli che precedono in età ci sembrano distanti anni luce. Poi, a mano a mano che si cresce, le distanze si annullano e tutto appare uniforme.
In buona sostanza, infatti, anche se in modo diversificato, da adulti alla base di tutti i discorsi c’è: la conservazione della specie (il nutrimento), la procreazione e la morale da cui ed intorno a cui danzano tutti gli altri argomenti come la politica, l’economia, la religione, il sesso ed altro, per non dire il potere.
Terminato, infatti, il periodo dei giochi e diciamo dell’irresponsabilità soggettiva ed oggettiva più che della spensieratezza, ci troviamo catapultati, quasi all’improvviso e ognuno con il proprio pensiero e con le proprie idee, nel vasto gorgo.

Salvo, poi, andare a scavare nei meandri della memoria.
La quale, invece, se si riflette un pochino, non è molto lontana da noi anzi vicina se non vicinissima perché tutte, ma proprio tutte, le azioni che facciamo lo dobbiamo ad essa. Esse ci sono state tramandate quindi insegnate da altri che a loro volta le hanno acquisite da altri prima di loro. Il tutto attraverso il sacrificio.
Fin da piccoli, infatti, la nostra mente, libera da ogni costrizione rassomiglia ad una “tabula rasa”; gli adulti (lei spesso recalcitrante) cercano di ingabbiarla e/o di incanalarla verso una certa direzione dettata dalle circostanze.
Non esiste, quindi, il “bel tempo della spensieratezza”; anzi è un tempo traumatico per i bambini che gli uomini si affannano ad addolcire attraverso mille espedienti. Molti, però, rimangono così traumatizzati che, una volta adulti, si sentono ancora bambini e credono di rapportarsi sempre e comunque con altri bambini. Pertanto se non li si ascolta diventano dispettosi e capricciosi oppure perseguitano chi non segue pedissequamente le loro direttive.
Per altri questo trauma è simile all’aria gelida che colpisce una pagnotta di farina nella fase di lievitazione: ferma la crescita. In tal caso si rimane perennemente bambini affidandosi esclusivamente alle direttive altrui e come tutti i bambini che sono per lo più egocentrici, non badano ad altro che al loro “orticello”.

Una delle cure che può far superare simili traumi è, senz’altro, la conoscenza, alla cui base c’è, guarda caso, la memoria che, a sua volta, ha bisogno di essere esercitata ed “oliata” come un ingranaggio, altrimenti rischia di arrugginire. Essa si alimenta continuamente, sta dappertutto e vaga in tutte le direzioni. Per questo tende a fuggire e a disperdersi come nuvoletta leggera, se non fosse per qualche “sognatore” (perché vaga nei sogni) canuto o meno che si affanna a carpirla e a sottoporla all’attenzione degli altri affinché, possibilmente, ne traggano cose utili ed efficaci per tutti.

Sostanzialmente, quindi, la base da cui si parte è uniforme come è uniforme il nostro corpo che per tutti, ma proprio tutti, è composto dalle medesime parti. Pertanto trascorriamo la gran parte della vita a compiere le medesime cose e a discutere sui medesimi argomenti. Però con il protrarsi dell’età, il solco – per alcuni prima per altri dopo – ahimè torna ad allargarsi.
Si diviene di nuovo, infatti, quasi come bambini; ad esempio: si può piangere per nulla, si diviene più vulnerabili a livello fisico e mentale e, come i bambini, purtroppo e in non pochi casi, si ha necessità delle cure e dell’assistenza altrui.
Tra l’altro anche la memoria contingente si affievolisce mentre nitide, a volte, sorgono le immagini del tempo andato. Il Sommo Poeta non fa percepire ai dannati gli avvenimenti recenti ma li condanna nella memoria del loro passato. Forse che la vecchiaia è una dannazione? O forse già allora aveva intuito che del passato spesso non importa niente a nessuno sia perché sembra lontanissimo sia perché sembra che esuli dal quotidiano. Alcuni però, consapevoli dell’altrui ignoranza, ne fruiscono a loro piacimento.

Presi dal vortice degli eventi e/o dalla poca o scarsa conoscenza ci sembra che tutto ciò che usiamo o tutto ciò che ci circonda sia stato sempre allo stesso modo così come lo vediamo. Dimentichiamo – o per meglio dire non ci pensiamo – che alla base di quello che usiamo c’è sempre qualcosa che lo ha preceduto; che alla base di ciò che prima pensiamo e poi facciamo, c’è o c’è stato sempre qualcuno che ce l’ha insegnato; che questo fatto ha comportato, comunque, uno sforzo sia da parte di un docente (genitori e altri) sia da parte del discente; dimentichiamo che qualsiasi apprendimento costa ed è costato fatica. Anche per quelle attività che, svolte quotidianamente, ci sembrano stupide come, ad esempio, abbottonarsi una camicia o allacciarsi le scarpe.

A ben guardare, quindi, la vita, quando si mostra del tutto indifesa, pretende un Amore a tutto tondo da parte di chi ci è vicino. Per chiarire questo succede quando si è infanti e quando si è al tramonto o quando si è del tutto indifesi. Nell’ ampio arco, invece, che va dalla fine dell’infanzia alla vigilia delle turbe senili a molti o ai più sembra di essere stati autodidatti a meno che non si diventa archeologi di noi stessi. Se lo facciamo, ci accorgiamo che siamo cambiati così come è cambiato tutto ciò che ci circonda, compreso l’ambiente.
Ma in questo mondo tumultuoso e galoppante, come galoppano i cavalli-motore, non ci si può fermare o per meglio dire soffermare e ripensare anche e soprattutto per poter ripartire. Se pur abbiamo in mente di fermarsi un attimo, immediatamente siamo distratti da un trillo di telefono o da qualsivoglia accidenti che ci fa distrarre e, spesso distrattamente, pensiamo di imboccare la strada migliore. Ma il tumulto o la distrazione spesso non ha fatto e non fa mai ponderare le cose: fa arraffare solo l’attimo fuggente senza lungimiranza. Pertanto anche l’ambiente sembra essere stato così come lo vediamo, immutabile anche lui: con le sue piazze, le sue case, le sue banchine. Invece anche lui si è sacrificato o per meglio dire è stato sacrificato sull’altare degli interessi economici e politici di cui non si fa che parlare dalla giovinezza in poi.
Non tutto però è uno scempio. Molto deve essere fatto perché si deve andare avanti; ma questo deve avvenire nel suo contesto senza snaturare le cose e tenendo conto delle peculiarità locali. Cercando di far compenetrare il sistema economico con quello culturale e paesaggistico insieme ad una buona dose di efficienza e dinamismo. Per fare ciò bisogna, di conseguenza, che tutti devono conoscere gli elementi portanti del luogo e pertanto devono conoscere la sua storia intesa anche come storia del quotidiano.

Quella storia cioè fatta anche di piccole cose (che poi piccole non sono perché fanno parte del suo tessuto o per meglio dire del suo corpo), dei rapporti tra le persone e delle persone con i luoghi. Storie che passano sugli antichi sentieri più che sulle vie cementate o asfaltate; navigano sulle barche spinte dal remo o dalla vela più che sui motoscafi veloci; salgono in mongolfiera più che volare su aerei supersonici.


Storie, voglio dire, fatte di conoscenze profonde, di sguardi attenti, di osservazione permanente e soprattutto di valutazioni.
Sarebbe bello percorrere gli antichi sentieri che portano “abbasci’ u camp” o salgono verso “le prunelle”, individuando innanzitutto dove poggiare i piedi per non scivolare, osservare e valutare dove stendere la mano per aggrapparsi e sia pur nella baldanza giovanile essere costretti a guardare attentamente per notare ogni angolo ed ogni particolarità dell’ambiente che ci circonda. Infine saper progettare anche una meta diversa se quella programmata non è confacente o non è adeguata al nostro scopo.
Quante volte, infatti, andando a fare ’u pascone ’ncoppa ’u chian’i riol’ con Peppe e Tommaso, abbiamo dovuto adattarci a trovare soluzioni alternative o ci siamo “arrangiati”.
Come quando, lungo la strada, comprammo ’na spasella ’i sarde e poi l’arrostimmo (si fa per dire) su pezzi di ferro trovati qua e là, spiluccando ciò chi riuscivamo a prendere con le dita, scottandoci, ridendo e facendo a gara a chi era più capace a rigirare il pesce con il fuoco vivo. Penso che nessuna soddisfazione sia mai stata migliore di quella.

Pertanto, attraverso l’apprendimento, ognuno di noi è come una parracina “in erigendo”: l’ultima fila di una di esse, fatta di pietre sovrapposte che hanno una certa consistenza, che sono messe in una certa maniera e che sono state tagliate in un certo modo in base alle file sottostanti. A loro volta queste sorgono tutte da un’unica base.

Come noi siamo stati smussati ed inseriti su quelle sottostanti, così, a nostra volta, abbiamo inserito altre pietre, cercando di metterle al punto giusto. Esse, infatti, non vanno poste a casaccio ma devono avere una certa consistenza, un certo colore, una certa dimensione, e devono essere poste in una certa maniera, altrimenti si rischia che dopo un po’ tutto crolli trascinando con sé anche i livelli sottostanti.
Per fare questo bisogna quindi, altresì, allungare un po’ l’occhio alle file sottostanti.
Non sempre fino alla base perché potrebbe risultare troppo lontana e quindi dispersiva.
Così nel sovrapporre le pietre, a mio avviso, non bisogna ipotizzare file troppo in alto perché potrebbero essere utopie che diventano o cattedrali nel deserto oppure fonti di spreco di energie e di denaro (di esempi, purtroppo, ne abbiamo a iosa). Anzi queste utopie servono solo ad alcuni per dare “fumo negli occhi”; non senza, d’altra parte, un proprio tornaconto.
Queste parracine, poi, per potere resistere meglio agli attacchi dei venti o alla frane devono essere collegate tra loro. Quanto più si è collegati tanto più si ha forza, altrimenti la parracina rischia di rimanere monca e da sola, come la malinconica colonna del tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna.

Solitaria colonna del tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna (Taranto) 

[Buffa la vita… (1). Continua]

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