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Gemellaggio magnann’ e bevenn’

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di Rita Bosso

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Alla vigilia della cerimonia di gemellaggio tra Ponza e Ischia, allestisco idealmente una tavola per accogliere gli ospiti; da Alcinoo in poi, a tavola ci si gemella, ci si conosce e ci si riconosce.
Se fossi stata a Ischia, avrei chiesto alle amiche di aiutarmi ad allestire una tavola degna dell’evento. Le mie vecchie colleghe sono pasticciere provette; le signore del Garden Club sono impareggiabili nell’allestimento di tavole imbandite e, quando hanno presentato i miei libri, che sempre parlano dei rapporti tra le due isole, hanno espresso il desiderio di visitare Ponza e di conoscerne meglio la storia.
La cerimonia del gemellaggio non è che un avvio; sono sicura che sarà appagato il desiderio espresso da Biagio, da Silvia e da altri ponzesi, desiderosi di visitare i luoghi da cui, quasi tre secoli fa, gli avi partirono alla volta di Ponza. È di buon augurio la data scelta per il gemellaggio: le barche dei pescatori ischitani partivano il primo di aprile per la stagione di pesca che si sarebbe conclusa ai primi di ottobre.

Nunzia Sena, presidente del Garden Club, presenta il romanzo L’Isola delle Sirene

L’allestimento della tavola, per il momento, è solo nelle intenzioni. Attingo alle pagine di Ponzaintavola, il volumetto sull’enogastronomia ponzese che, qualche anno fa, l’associazione Calafelci ha pubblicato, in cui i legami tra le due isole sono ampiamente sottolineati.

Riguardo alla tavola ponzese nella prima metà del Settecento sussistono una certezza ed alcune fondate convinzioni. La certezza è che non ci fosse alcuna tavola: gli ischitani che nel 1734 vengono a stabilirsi a Ponza hanno viaggiato su felucche, più o meno gli odierni gozzi; hanno sicuramente trasportato i generi di prima necessità ma non i mobili; si sistemano in grotte, dormono su pagliericci dunque niente tavolo, niente sedie, niente piatti in porcellana o posate in argento. Se li avessero posseduti, non avrebbero potuto trasportarli; se li avessero posseduti, sarebbero stati dei ricchi aristocratici e non avrebbero avuto alcun bisogno o desiderio di lasciare gli agi per andare a stabilirsi su uno scoglio deserto. Però non erano neanche dei disperati, dei migranti assimilabili a quelli che sbarcano sulle coste ai giorni nostri: il popolamento di Ponza fu voluto dal re in persona, fu incentivato con appositi provvedimenti e con aiuti mirati, anzi fu uno dei primi atti del diciottenne Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio, già Infante di Spagna, appena salito al trono di Napoli.

 

La coppa di Nestore – Lacco Ameno, museo di Pithecusa

L’ischitano, dovunque vada, ha una certezza: non può non piantare una vigna. La coltivazione della vite a Ischia risale –almeno – all’ottavo secolo a.C., allorché i coloni euboici si stabilirono sull’isola e vi fondarono l’emporion di Pithekoussai; ne danno ampia testimonianza i reperti archeologici: le grandi brocche (oinochoai), i crateri, le tazze, la kotyle nota come coppa di Nestore, su cui compare un’iscrizione che è tra i più antichi esempi di scrittura alfabetica e, neanche a dirlo, cita il vino:

Io sono la bella coppa di Nestore,
chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio
di Afrodite dalla bella corona

La copertina di Ponzaintavola, edito da Calafelci

A Ischia, la produzione del vino è attività prevalente e remunerativa: questione di clima e di terreno vulcanico, particolarmente adatti alla coltivazione della vite ma non alle piante erbacee.
In età romana e nei secoli successivi il vino ischitano è esportato a Napoli, a Roma, in Sardegna, a Genova da dove parte per destinazioni lontane. Gli ischitani che si stabiliscono a Ponza tre secoli fa hanno dunque una sola certezza: non potranno non piantare delle viti. Pianteranno filari prevalentemente nelle zone del Fieno, dei Faraglioni e di Frontone, per cui il vino ponzese potrà fregiarsi delle tre effe.

Scrive in proposito Emanuele Vittorio, fondatore delle Antiche Cantine Migliaccio: Quando nel 1734 Carlo di Borbone colonizzò l’isola assegnando in “enfiteusi perpetua” vari appezzamenti di terra ai coloni partenopei, assegnò a Pietro Migliaccio, proveniente da Ischia, la zona del Fieno, che, a differenza di altre che erano definite “a bosco” o “incolto”, risultava già “vitato”. Pietro Migliaccio portò da Ischia i vitigni tipici: Biancolella, Forastera, Guarnaccia, Aglianico e Piedirosso, e sono questi gli antichi vitigni a piede franco che Emanuele Vittorio, nipote di Benedetto Migliaccio, ha riportato a nuova vita, salvandoli dagli sterpi che avevano già invaso i filari.

Immagine di apertura: Tavole imbandite – manifestazione organizzata ogni anno a Ischia dal Garden Club

 

 

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