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Il capitano Giuseppe Romano e il suo veliero (2)

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di Giuseppe Romano

 

Per la prima parte, leggi qui

Furono esaminate le seguenti ipotesi circa le cause del sinistro, considerato che, come si è detto, in quei giorni il mare era calmo come l’olio:

1 ) il dislocamento del carico;
2 ) lo scoppio di un ordigno che si poteva trovare nel carico, costituito da pezzi di ferro residuati dalla guerra;
3 ) un atto di sabotaggio, come una bomba ad orologeria messa di nascosto nel bastimento.
4 ) lo scoppio della bombola del gas per la cucina;
5 ) la collisione con una nave di grossa stazza, in transito nella zona di mare tra Monte Circeo e Palmarola.

La prima ipotesi venne esclusa in quanto la stessa si poteva eventualmente verificare in conseguenza di un mare molto agitato, mentre risultava che il mare era stato in quei giorni di una calma unica.

Nemmeno lo scoppio di un possibile ordigno bellico poteva essere avvenuto, dato che se realmente e casualmente nella merce da caricare vi fosse stato tale presunto ordigno, lo stesso, secondo logica, avrebbe dovuto esplodere durante le operazioni di carico e non certo in navigazione con il mare calmo.

Né sussistevano motivi per provocare un atto di sabotaggio. L’attività cui era adibita il Bartolo Rosaria era del tutto lecita e si svolgeva nel rispetto della legge. Peraltro, mai nessuno ha rivendicato l’affondamento del bastimento, come mai nessuno, in precedenza, aveva minacciato il suo comandante o l’armatore.

Quanto poi all’eventuale scoppio della bombola del gas, anche tale ipotesi era da escludere, atteso che un simile eventuale scoppio avrebbe potuto, al massimo, danneggiare l bastimento, ma non provocarne l’affondamento. La bombola del gas era collocata in coperta, nel locale cucina ed il suo scoppio avrebbe semmai mandato in frantumi la cabina della cucina e non provocato la rottura di un bordo di circa sette / otto metri.
L’unica ipotesi accreditabile, dunque, era e rimane la collisione. Tale causa era ampiamente compatibile con i reperti del Bartolo Rosaria rinvenuti tra Palmarola e Monte Circeo.

Infatti, il tratto del bordo di legno, doppio mediamente 30/40 centimetri e lungo 7/8 metri, spezzato come se fosse un fuscello, costituiva la prova che il bastimento (che per il carico viaggiava con l’opera morta quasi a pelo d’acqua) fu violentemente urtato in una fiancata, in un punto tra il centro e la poppa. La circostanza era agevolmente deducibile dalla natura e dalla forma del reperto.

Il forte urto sicuramente con una grossa nave in ferro cagionò il distacco del bordo nonché lo scollamento della cabina di comando posta più in alto e quindi maggiormente sollecitata dall’urto. Il bordo e la cabina di comando furono gli unici reperti rinvenuti, appartenenti al Bartolo Rosaria.
Invece, alcun oggetto appartenente alla nave investitrice è mai stato ritrovato, segno evidente che questa era sicuramente costruita con lamine di ferro e quindi nessuna traccia lasciò sul mare. Rimase indenne e proseguì forse la sua rotta, come nulla fosse accaduto, anche se non è da escludere che nel punto dello scafo interessato all’urto sicuramente qualche ammaccatura e tracce di pittura del bastimento era residuata.

E’ da evidenziare, in proposito, che urtare contro un bastimento, anche se di legno, ma con un carico di oltre 250 tonnellate di ferro, fu per la nave come urtare contro una secca in movimento!

Conoscendo l’ora di partenza del bastimento, la sua velocità media in navigazione, la sua rotta, le condizioni meteo-marine che erano ottime in quei giorni, si calcolò che il Bartolo Rosaria nella notte tra il 26 ed il 27 marzo doveva trovarsi in navigazione proprio nel tratto di mare tra il Circeo e Palmarola.

La persona che al momento della collisione si trovava alla ruota del timone era sicuramente Angelo Mazzella che dal violento urto venne sbalzato in mare insieme alle pareti della cabina. In mare, poi trovò il bordo al quale egli si tenne appoggiato con il petto e con le braccia per ben 72 ore, come risultò dall’autopsia.

Gli altri membri dell’equipaggio, al momento della collisione, si trovavano sicuramente sotto coperta (qualcuno riposava, qualche altro era intento a qualche piccola incombenza) e, in un baleno, si trovarono sepolti per sempre nello scafo del bastimento che, ricevuto l’urto, carico di ferro com’era, precipitò verso il fondo in un attimo. Sicuramente la nave di ferro vi passò sopra, mentre affondava.

IL MESSAGGERO di Frosinone e Latina Domenica 02.04.1961

L’ipotesi della collisione, oltre che dagli elementi probatori sopra riportati, era avvalorata poi dalla circostanza che un fornaio il quale aveva la sua attività in località La Piana delle Forna, diceva di aver visto, durante la notte di alcuni giorni prima della Pasqua, una grande ed intensa luce, sul mare, fuori Palmarola che si era trattenuta più o meno nella stessa zona per circa 30 minuti, poi era scomparsa.
Il fornaio però non ricordava il giorno esatto e nemmeno l’ora esatta in cui aveva visto quella luce.

Il TIRRENO Domenica 02.04.1961

Collaborai con l’anziano avv. Vado Vadi alla stesura di un esposto alla Procura della Repubblica di Latina con il quale si indicavano le possibili cause dell’affondamento del Bartolo Rosaria, ma escludendole tutte, salvo l’ipotesi della collisione per i motivi sopra dedotti.

Con il predetto esposto veniva formalmente chiesto che si procedesse ad un’indagine per conoscere quali navi si trovavano in navigazione nel tratto di mare tra il Circeo e Palmarola la notte tra il 26 e 27 marzo del 1961 e quali porti dovevano raggiungere; che, individuate le navi in transito in quella zona, venissero le medesime ispezionate al fine di reperire tracce del Bartolo Rosaria e, infine, ricostruita la dinamica del sinistro, venissero accertatale responsabilità della morte di ben cinque persone.

L’ esposto venne inviato, per opportuna conoscenza, anche al Prefetto di Latina.

Purtroppo, le autorità competenti rimasero inerti, perché l’esposto non ebbe alcun riscontro. Anche la stampa, salvo qualche articolo apparso sui giornali locali, rimase silenziosa.

La divulgazione e l’interesse a conoscere fatti, anche gravi, come il nostro all’epoca erano veramente scarsi. La televisione era agli inizi e non esistevano i programmi televisivi che, come oggi, si occupano specificatamente di simili fatti.

Il mare ha nascosto per sempre ogni verità. Resta vivo il ricordo!

avv. Giuseppe Romano


Il comandante Antonio Romano, figlio del capitano Giuseppe Romano con la madre Graziella (2001). Dopo 40 anni  la storia si ripete, questa volta in positivo, con la nascita della SNIP-&-SNAP

 

Allegati

Lettera al Ministro della Marina Mercantile S.E. Iervolino 10.04.1961

Lettera al Procuratore della Repubblica di Latina 26.04.1961

Lettera dell’ On. Togni all’avv. Vadi 04.05.1961

Lettera del Ministero Marina Mercantile all’On. Togni del 13.05.1961 e lettera dell’On. Togni all’Avvocato Vadi del 16.05.1961

 

[Il capitano Giuseppe Romano e il suo veliero (2) – Fine]

 

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