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Oggi è il 5 marzo… Non dimentichiamo questa data!

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di Antonello Feola

 

Un ringraziamento a don Ramon per aver ripetuto il triduo di ringraziamento
a San Silverio come consuetudine da oltre 70 anni.
Per non essere ripetitivo vi chiedo di allegare uno dei racconti dell’episodio del 5 marzo 1944, magari quello di Silverio Corvisieri che mi sembra ben narrato.
Grazie
Evviva San Silverio!
A. F.

La data non è stata dimenticata negli anni passati: sul sito, leggi qui

Quei giorni del 1944 sono raccontati da Silverio Corvisieri anche nel suo libro All’isola di Ponza…

“Dopo l’affondamento del “Santa Lucia” il problema degli approvvigionamenti divenne quasi insolubile. Di acqua non ne arrivò più e si dovette fare ricorso esclusivo all’acqua piovana raccolta nelle cisterne mentre la sorgente di Cala dell’Acqua risultava molto indebolita a causa degli sconvolgimenti del bacino imbrifero causati dalla miniera di bentonite.
Il rifornimento dei viveri, affidato ormai a qualche viaggio avventuroso del motoveliero di Antonio Feola, risentiva oltre che delle difficoltà della navigazione in un mare minato e attraversato dalla guerra, anche della rarefazione del cibo sul continente.
Ponza, oltretutto, si trovava collocata davanti a una costa che fu a lungo investita da furiosi combattimenti; dapprima la battaglia del Garigliano, pochi chilometri  oltre Formia, e, dal gennaio 1944, la furibonda resistenza tedesca ad Anzio e Nettuno per ritardare l’avanzata alleata su Roma.
I ponzesi che non si trovavano sotto le armi o che non avevano abbandonato l’isola per trovare un  riparo in continente, dovettero arrangiarsi con le magre risorse della loro agricoltura, dell’allevamento dei soli animali da cortile e di una pesca praticata, con molto timore e quando il tempo lo permetteva, soltanto sottocosta.
Chi possedeva un pezzetto di terra poteva dirsi fortunato; per gli altri la situazione divenne tragica.
Per mesi molti i ponzesi poterono nutrirsi soltanto con “erba e pesci cotti con l’acqua salata” del mare. Si arrivò persino a tagliuzzare le palette dei fichidindia in fili sottili per poi bollirli come una normale verdura. La denutrizione, e per alcuni, la fame vera e propria provocarono malattie gravi.
Durante la battaglia di Anzio alcuni ponzesi, pur di sopravvivere, si avventurarono in mare per recuperare i cadaveri dei soldati, la capitaneria del porto pagava una certa cifra per ogni corpo strappato al mare.
Il mese più terribile fu forse il febbraio 1944; alla fine del mese, quando si contavano già 15 persone morte di fame, il maltempo bloccò per molti giorni qualsiasi possibilità di navigazione. L’isola raggiunse il culmine della disperazione. Il parroco, che intanto aveva acquisito una grande autorità come era accaduto a Ponza ai suoi predecessori in altri tragici momenti, insieme al comandante del porto Giovanni Di Cecca, fece lanciare al governatore alleato d’Ischia un drammatico appello: “Popolo Ponza muore fame” e, al tempo stesso, riunì i fedeli per tre giorni di preghiere ovviamente rivolte a San Silverio affinché intercedesse presso l’Onnipotente.
Il caso volle che proprio un’ora dopo la predica di domenica 5 marzo, una nave inglese pilotata  da quel vecchio lupo di mare di Antonio Feola facesse il suo ingresso nel porto di Ponza nonostante l’incredibile bufera che agitava le acque. La nave trasportava un carico di farina bianca e di farinella (un miscuglio di legumi macinati), una vera e propria benedizione che salvò la vita a molta gente”.


Antonio Feola (Totonno Primo) figlio di Angelo Feola e Concetta Mazzella, nipote di Evangelista Feola e Gabriella Conte

Immagine di copertina. Il motoveliero Maria Pace Feola nel porto di Ponza

 

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