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La Via del Confino: le garitte

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di Rita Bosso

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Guardando con attenzione le foto degli anni in cui Ponza fu colonia confinaria, si scorgono piccoli casotti dal tetto a due falde.  Non sono cabine da spiaggia né capanni per gli attrezzi e nemmeno gli antesignani dei ciess ‘i plastica su cui tanto si accanì la buonanima di Sang’ i Rutunne; si tratta invece delle garitte in muratura in cui sostavano i militi. All’Archivio di Stato di Latina è conservata la documentazione relativa alla costruzione dell’ultimo lotto, costituito da sette unità; le garitte hanno pianta quadrata, con lato di 110 centimetri; le pareti sono costituite da una fila di mattoni sottili.

Le garitte delimitavano la zona accessibile ai confinati; altri posti di guardia, più periferici, erano collocati in località esterne alla zona confinaria ma di importanza strategica, come il Semaforo, la zona sopra il Bagno Vecchio, il piazzale di Chiaia di Luna. La maggior parte dei militi però esercitava le funzioni di sorveglianza en plei air, nei pressi della casa dei  confinati ritenuti pericolosi, da tenere sotto controllo costantemente.

Una garitta è visibile nella foto in alto, alla sommità della salita; nel piccolo slargo sulla sinistra c’erano il carcere e la pretura.  Di fronte all’ex emporio Musella, esattamente nel punto in cui sorge una cappella votiva, vi era un’altra garitta; le distanze tra i posti di guardia consentivano ai militi di comunicare a voce. A pochi metri, nei pressi dell’hotel Bellavista, vi era un terzo posto di guardia; un altro era collocato all’inizio di molo Musco, davanti all’ingresso del ristorante la Risacca. Nella zona del Casino c’erano ben tre garitte; un’altra era posta all’inizio di salita Scotti; una era nei pressi della Cisterna della Dragonara; una lungo la via di Chiaia di Luna, nel punto in cui inizia via Pizzicato; un’altra ancora sul piazzale di Chiaia di Luna. Più avanti, sui Guarini, altro posto di guardia: la foto in basso ha una forte valenza simbolica, con il fascio littorio e i militi che dominano l’isola e la tengono sotto il tiro dei loro moschetti; dalla piazzola su cui sostano possono vedere distintamente la garitta davanti al grottone di Sant’Antonio e quella affiancata all’ingresso del tunnel di Giancos.

Poco importa che l’elenco sia completo o meno; la dislocazione delle garitte rende l’idea di quanto gli isolani sentissero la presenza della milizia in ogni momento della loro giornata, in ogni occasione della loro vita. Lucia racconta del padre che usciva dalla sua casa alla Dragonara e, per andare a corteggiare la ragazza che sarebbe diventata sua moglie, doveva  “varcare la frontiera” all’inizio di salita Scotti ed esibire i documenti; Genoveffa sa di essere nata in una notte in cui diluviava perché glielo ricordò più volte un milite che era di guardia in via Corridoio; l’uomo trovò riparo sotto la cabina del cinema Primo e seguì le fasi del parto che si svolgeva nella casa di fronte.

Spesso i ponzesi lasciavano aperti i portoni affinché i militi potessero ripararsi dal freddo e dalla pioggia, dando prova di quella tolleranza che, tanti anni dopo,  avrebbe permesso di sopportare perfino i  vigili sabaudi.

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