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Il diritto all’odio

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di Rosanna Conte

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Quando si avvia una spirale di violenza, non si sa dove si può arrivare.
La storia ce ne ha dato numerose dimostrazioni, ma si sa che non sempre e non per tutti è vero che la storia è maestra di vita.

Commemorare vicende orribili del nostro recente passato senza trarre alcuna deduzione spendibile nel nostro presente diventa retorico. Somiglia tanto al pianto del  coccodrillo, anticipato.

Quanta virulenza è nei discorsi di certi politici, megafoni di esasperazioni cresciute su situazioni difficili a cui è stata data la risposta più facile: l’urlo contro l’altro!
La demagogica regia di tribuni riesce a trasformare l’insoddisfazione, il timore di perdere il proprio benessere, la paura del diverso, l’impoverimento in astio e poi odio, e va ad aumentare la massa che, per nulla propensa a dialogare, si aggrega attorno alle poche parole d’ordine nel cui recinto si sente al sicuro.

In questo contesto le soluzioni ai problemi escludono del tutto l’impegno di chi è all’interno della zona recintata, mentre lo si richiede a chi è all’esterno: è su questi che cade l’onere di rimuovere  gli  ostacoli al benessere di chi è dentro.
Così l’urlo diventa sempre più forte fino a giustificare lo scontro, la sopraffazione e via via, esasperandosi sempre di più, sfocia nella violenza fisica.

Quanti episodi quotidiani ci confermano questo scivolamento! È solo di qualche giorno fa la violenza perpetrata ai danni di un inerme cittadino parigino di colore da parte di quattro poliziotti; ma evitiamo di fare un elenco.

Da come parlano Donald Trump, Marine Le Pen, Matteo Salvini e, giù giù, fino ai toni  beceri di chi è pronto a denigrare l’altro per affermare se stesso, siamo immersi nell’humus che crea il “diritto all’odio”, il diritto di eliminare l’altro adducendo come motivazione la sopravvivenza e presupponendo una superiorità da difendere a tutti i costi, senza aver usato gli strumenti della riflessione che consentono di andare oltre l’immediato.


La frontiera orientale italiana è stata per decenni luogo di propaganda anti-slovena e anti-slava in genere.
Iniziata in sottofondo nel primo decennio del novecento con l’irredentismo degli italiani, allora ancora sudditi asburgici, in un momento in cui gli equilibri socio-economici del territorio minacciavano di far emergere in maniera concorrenziale l’etnia slovena, emerse in tutta la sua violenza nel primo dopoguerra, col passaggio della Venezia Giulia, di Zara e dell’Istria all’Italia. Lo stato fascista continuò l’aggressione verso le etnie slave e l’oppressione della dittatura ne aggravò la portata.

La reazione di queste popolazioni l’8 settembre del ’43 ebbe allora una triplice connotazione: politica in quanto antifascista, etnica in quanto nazionalista, sociale in quanto rivolta contro i padroni. In Istria, luogo in cui per un mese le formazioni di liberazione, ancora frammentate in diversi gruppi di appartenenza politica, si trovarono a gestire un territorio carico di odio represso, ci furono aggressioni e uccisioni di fascisti, ma anche di italiani che non avevano nulla a che fare col fascismo, come i proprietari delle terre in cui erano stati costretti a lavorare ed ex datori di lavoro in genere, insegnanti, studenti e professionisti, persone che con la loro attività avrebbero potuto continuare a consolidare la nazionalità italiana.

Anche all’interno delle stesse formazioni partigiane – nonostante fossero impartite direttive, specie da parte della componente italiana –  che ci fossero regolari processi, ci furono molti che agirono in maniera indiscriminata.

La reazione nazi-fascista dall’ottobre del ’43 fu tremenda: interi villaggi e case distrutte, famiglie decimate e deportate, raccolti bruciati.

E la spirale di violenza non si arrestò ancora perché, nel maggio del’45, con l’avanzata dei partigiani titini vittoriosi, caddero nazifascisti, collaborazionisti, delatori e fiancheggiatori, ma anche partigiani “nemici del popolo”, cioè coloro che non condividevano l’annessione delle zone liberate alla Jugoslavia.

Fu la violenza del “fare di tutta l’erba un fascio”, senza distinzioni legate alle responsabilità personali che portò alle esecuzioni sommarie dei militari delle forze armate nazifasciste e della polizia, nonché di chiunque avesse avuto contatti con l’odiato nemico.


Ora, se i lager tedeschi fanno parte di un “universo concentrazionario” in cui c’è un’organizzazione che rende l’uomo non più uomo, ma un pezzo da usare e gettare, secondo un piano prestabilito, le foibe (*) rientrano in un discorso che non prevede un disegno sistematico, ma la reazione istintiva di alcuni alle efferatezze subite, la vendetta di altri per beghe private, l’avversione ideologica, il nazionalismo o il “normale” scontro col nemico in momenti di guerra.

Quello che comunque queste tristi vicende ci inducono a pensare è che il “diritto all’odio”, nel momento in cui si forma un contesto che gli permette di esprimersi, provoca eccidi.

 

(*) – 10 febbraio. Giorno del ricordo delle foibe
Con legge n. 92 del 30 marzo 2004, il nostro ordinamento ha riconosciuto ufficialmente le vittime delle foibe carsiche, istituendo una giornata per commemorarle. L’Associazione Nazionale tra i Congiunti dei Deportati italiani uccisi o scomparsi in Jugoslavia (A.N.C.D.J.) e il “Comitato 10 febbraio”, hanno celebrato la ricorrenza con varie iniziative (NdR)

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