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Dall’isola: il Natale

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di Francesco De Luca
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E’ dal giorno di santa Caterina che si insedia il tempo di Natale. Ossia dal 25 novembre: comme caterenéa accussì nataléa (come è il giorno di santa Caterina così sarà il giorno di Natale). E dunque sarà col cielo coperto, infastidito dallo scirocco, col mare minaccioso perché plumbeo. Più burbero che cattivo. Niente freddo.

Nessun paragone col tempo natalizio dell’infanzia. Più aspro. Freddo fuori e caldo dentro. In famiglia, nel paese. Nei luoghi dove si alimentava la socialità.

Oggi l’isola è desolatamente priva di calore umano. Perché non si ha dove mettere in campo l’incontro.

Dov’è il nostro Natale? Quello ponzese: nutrito di canti avvolgenti, di profumi di dolci casalinghi, di battute salaci nel tirare i numeri della tombola, di bottammurre improvvise.

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Vedo prendere consistenza la noia nelle liturgie, vedo divenire maniacale l’acquisto alimentare, il lasciare deserti i luoghi di raduno. Forse sbaglio nel considerare il rintanarsi in compagnia del video-divertimento un tentativo di allontanarsi dall’aspettativa infantile. Quella che ci faceva cantare: Natale notte mistica, Natale tutto amore, un’ansia viva e trepida fiorisce in ogni cuor.

Non può ripetersi il miracolo dell’infanzia, mi dico. Fallace l’usanza isolana, ancillare e succuba di una religiosità questuante.
Sì, perché chiede a Dio ciò che dovrebbe impegnarsi a realizzare lei, insieme alle volontà degli uomini.
Ma la cultura degli isolani non si nutre soltanto di rigore razionale. Ha bisogno di estraniarsi al profumo delle bucce d’arancio sul braciere, mentre i ragazzi giocano ’a castella con le mandorle, e il presepe attesta l’attesa per una statuina che prenderà posto nella stalla fra il bue e l’asinello, nella culla con accanto Giuseppe e Maria.

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Le culture mutano. Quella isolana sta forzatamente mutando. La preme l’indifferenza. Non ha senso lasciarsi al freddo dell’inverno che non c’è più, al buio delle strade, all’afflato dei sentimenti, nati fra le nuvole profumate dell’incenso. Lì è nata l’amicizia che ci tiene legati nonostante le distanze ideologiche, lì è fiorito il nostro legame con l’isola. Ieri agognata perché povera e vera e oggi venduta nelle fiere turistiche anche se non più vestita di quella foggia.

Un Natale pendente verso i desideri è inopportuno, troppo banale e fazioso, ma il momento impone le sue risposte, quelle di moda.

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L’intimo però nessuno potrà profanarlo, e guastare la scena. Quella che, se il meteo non la mostra se la finge il cuore. Essa minaccia temporali, il mare ribolle cattivo con onde alimentate dal vento, i rari incontri per strada manifestano una burbera simpatia.

Il Natale ruvido e sincero, smanioso all’esterno e trepido nell’intimo si dispiega. Regine ritornano l’aridità della terra e la semplicità dei compaesani, e allora scende… piccolo… piccolo si fa Gesù, umile e misero scende quaggiù.

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