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L’albero della libertà (2). Quando il gioco si fa subdolo

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di Francesco De Luca

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L’immagine della libertà come albero, offertami da zì Ntunino rimanda ad un altro ‘albero della libertà’, immesso nella storia dalla Rivoluzione francese. ‘L’ albero della libertà’ lo innalzavano in piazza i rivoluzionari in segno dell’affrancamento conquistato.

Così avvenne anche a Ponza quando, nel 1799, con Luigi Verneau a capo, nel “foro borbonico” (esattamente dove ora c’è il monumento ai caduti – Francesco Schiano e Silverio Lamonica – Luigi Verneau – Pro-Loco Ponza 1999 – pag: 45), venne issato ‘l’albero della libertà’.

Con la differenza che l’albero della rivoluzione era eretto contro l’oppressione del dispotismo del Re, mentre l’albero descritto da zì Ntunino avverte su un potere più subdolo in quanto non esclude dalla libertà in toto ma da una parte di essa.

Si prenda ad esempio la menzogna. I contendenti sono: uno (1) chi conosce lo stato delle cose, e uno (2) chi non ne è al corrente.

Poiché il nostro sistema politico esige che la conoscenza sia alla base della partecipazione, colui che sa (1) è tenuto a rendere noto le sue decisioni e le ragioni che le supportano alla base cittadina, che non sa (2).

Ma, se lo fa in modo parziale? In questo modo non viene meno alla regola democratica, la sovverte in maniera subdola.

Cosa avviene? Avviene che, per conoscere la verità, occorre adire alla via legale. Avviene cioè che, chi è stato scelto per tutelare la comunità dei cittadini, deve essere costretto dal cittadino stesso a rivelare la verità. Ossia a svolgere il suo mandato in modo corretto.

In ciò dando ragione a zì Ntunino secondo il quale alla cima dell’albero della libertà non ci si arriva mai.

E’ possibile la trasposizione di quanto detto sopra in maniera teorica in un caso concreto, vicino all’esperienza giornaliera?

Io dico di sì, anzi, chi vuole può provarci. Il gioco è aperto!

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1 commento per L’albero della libertà (2). Quando il gioco si fa subdolo

  • Poche omelie mi hanno affascinato nella mia breve partecipazione nelle chiese e quelle che mi affascinavano erano brevi, semplici, chiare e soprattutto partivano da una riflessione concreta.

    “Questa mattina, ho notato vestendomi un calzino bucato. Ero solo nella mia stanza. Ho pensato a mia madre che non c’è più e l’ho vista intenta nella penombra a rammendare i miei calzini. Mia madre mi ha messo al mondo e mi rammendava i calzini. Io oggi sono un uomo che sta al mondo, che parla della vita e dalla morte, della vita dopo la morte, ma mi ritrovo con i calzini bucati. Mi sono sentito solo, come tanti di voi alle prese dei problemi quotidiani. L’uomo, qualunque esso sia, ha bisogno di conforto, ha bisogno d’amore, di essere ascoltato. Io spero che voi possiate ascoltarmi e sono quì, con i miei calzini bucati pronto ad ascoltarvi”.

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