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La storia dimenticata. Su uno scritto di Antonio De Vito

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di Rosanna Conte

 

Antonio De Vito, autore del libro “Il sovversivo col farfallino. Destinazione Ponza” (leggi qui), ci ha inviato uno scritto (in .pdf al termine di questo articolo) in cui descrive le iniziative svolte nel corso dell’anno a Torino per ricordare cosa furono le leggi speciali varate 90 anni fa dal regime fascista che con esse divenne irreversibilmente una dittatura.

Articolate in un percorso che va dal confino alla lotta partigiana alla Costituzione ha visto anche la partecipazione, con una mostra, del Centro Studi di Ustica.

La lettura di questo scritto sollecita diverse riflessioni.
 Qui ne riporto alcune

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Vite e gioventù rubate, espressione che, a noi che abbiamo attraversato i decenni della seconda metà del ‘900, carichi di speranze ed angosce, suggerisce un’azione violenta su persone poco abituate a reagire, ad opporre resistenza come i ragazzi vittime della droga o piegati all’ozio forzato della disoccupazione giovanile o affascinati dal vanesio che la dilagante ignoranza mass-mediatica, in cui l’apparire ha sostituito l’essere, distribuisce a piene mani

Eppure c’è stato un periodo in cui questa espressione non ha significato solo un furto facilitato dall’assenza di misure preventive, ma, potremmo dire con un paragone da poco, ci ha aggiunto anche lo scasso perché l’argine di difesa c’era ed è stato forzato con la violenza fisica e giuridica.

Stiamo parlando di coloro che hanno offerto la loro giovinezza per l’affermazione di un ideale pur sapendo di dover subire violenza da parte di chi deteneva il potere: gli antifascisti.

Sembra inconcepibile ai nostri giorni che si potesse sfidare uno stato che aveva fatto della violenza la sua modalità di essere, e lo può sembrare ancor di più a chi si troverebbe a vivere in una comunità dove piccoli ras hanno la ventura di assurgere a posizioni decisionali.

Si sa che si pagherà sulla propria pelle l’autonomia di giudizio, l’avversione alla prepotenza, il disprezzo per la piccineria che alberga in chi non accetta di non essere accettato, e principalmente la critica esplicita, espressa ad alta voce contro chi gestisce il potere.

Eppure gli antifascisti, che non erano solo giovani, lo hanno fatto. Ed hanno pagato col carcere, col confino, con la morte la loro opposizione, continuando a confermare la loro scelta ideale nella lotta partigiana contro il nazifascismo.

Ma questa storia di lotta e sacrificio, come scrive De Vito, è stata dimenticata, e non per il passare del tempo: i grandi nodi storici non hanno scadenze cronologiche.

Del resto già nel 1956 la nostra compaesana, Rita Parisi, moglie di Mario Magri, ucciso alle Fosse Ardeatine, rilevava con amarezza come fosse circondata da persone che continuano ancora, dopo dieci anni dalla Liberazione, a svalutare i morti della Resistenza Nazionale.

Rita Parisi con Mario Magri

Questo accadeva allora ed accade ancora oggi, a 71 anni dalla fine della Resistenza.

In un contesto in cui non si sono mai fatti i conti col proprio passato, ignorandolo, e in cui impera il marasma informativo della rete, di facile accesso e privo di controllo, ci si lascia travolgere dal pensiero semplicistico presente nei vari blog che elude qualsiasi autorevolezza con asserzioni che veicolano conoscenze sbagliate, distorte, rimaneggiate, strumentalizzate.

Così capita, ove mai non ci si fosse dimenticati di loro, di sentir dire che quei giovani, e non solo, che hanno dato la loro gioventù, se non la propria vita, per combattere contro chi negava i diritti di libertà, di giustizia, di tutele sul lavoro, di dignità salariale, non sono da ricordare come padri fondatori dell’Italia repubblicana e sono additati come idealisti che non riuscivano a fare i conti con la realtà, anzi le loro azioni non hanno inciso sul travagliato percorso che dal fascismo ha portato alla Costituzione Italiana e, quindi, non è il caso di soffermarsi a parlare di loro.

Contro questo revisionismo, cioè revisione della storia per piegarla ad una visione diversa da quella in atto fatta attraverso scelte parziali di dati, omissioni, decontestualizzazioni ed altro, si comincia a reagire con gli strumenti della ricerca storica, ma anche con l’attivismo di associazioni, scuole, istituzioni.

E’ in questo contesto che si inserisce la serie di interventi, di cui ci parla De Vito, che si sono svolti a Torino quest’anno e che ha visto coinvolti il Centro Studi di Ustica, l’Associazione Storia condivisa a Torino, l’Istituto Tecnico “Peano”, l’ Anppia Torino, il Centro Studi Giorgio Catti, la Casa della Resistenza di corso Umbria, il Museo del Carcere Le Nuove, l’Arcivescovato e, naturalmente, il Comune di Torino. Una compartecipazione ampia, variegata come la lotta partigiana, per spiegare alla cittadinanza e alle nuove generazioni una parte di storia fondamentale per la svolta democratica del nostro paese, purtroppo dimenticata.

Un’azione incisiva articolata in mostre, presentazioni di libri, ricordi e riflessioni dei testimoni del tempo, visite a luoghi, come il Carcere Le Nuove di Torino, pieni di memoria dei dolori e delle violenze subite da chi ha dedicato la sua vita a un ideale diverso di stato e di società.

Rotonda-delle-Nuove

 

E a noi di Ponza cosa può suggerire lo scritto di Antonio De Vito così ricco di informazioni?

La nostra isola, per quanto luogo rilevante in cui si è svolta parte di questa storia, a distanza di oltre 70 anni dalla fine della guerra che ha visto definitivamente sconfitto il regime fascista, non è riuscita ancora a configurarsi come luogo della memoria.

Confinati trasferiti sull'isola copia

A parte il parziale recupero dei cameroni finito intorno al 2000, che avrebbe dovuto costituire l’avvio di un discorso molto più ampio e che si è arenato sui banchi dell’ignoranza e del menefreghismo, non è stato fatto altro.

 

Quello che riusciamo a ricordare degli anni del ventennio fascista, raccolto da chi per interesse storico personale si è attivato fra archivi e testimonianze, fatta salva la produzione bibliografica di Silverio Corvisieri, è sparpagliato nelle cartelle conservate nelle singole case poiché manca un Centro studi, manca un luogo istituzionalizzato dove conservare, archiviare e consultare quello che l’azione volontaria ha prodotto e dove un’attività costante di ricerca potrebbe sistematizzare le informazioni, rielaborarle, restituirle in pannelli di mostre permanenti e/o itineranti, accrescendo la conoscenza sul confino, sul consenso e sulla repressione fascista del dissenso non solo a livello locale, ma contribuendo anche a darne una lettura più articolata ed arricchita a livello nazionale.

Un centro di ampia portata può costituire attrattore di presenze nei diversi momenti dell’anno e incrementare rapporti con altre realtà.

Ovviamente la nascita di un Centro studi e documentazione sul confino, sarebbe una scelta e le scelte vanno fatte con e per convinzione utilizzando gli strumenti e le procedure più appropriate per realizzarle, dalle attrezzature di cui rifornirlo al personale specializzato che dovrebbe operare nell’ambito della direzione, dell’archivio, della biblioteca, che sia volontario o meno.

Luogo propulsivo di un Museo diffuso sul confino avrebbe le sue diramazioni nei luoghi significativi dell’isola contribuendo non solo a conservare la memoria, ma a produrre nuove rielaborazioni e a vivificare le menti e gli animi, specie dei giovani, innalzando la soglia di attenzione e costruendo argini contro il furto degli ideali che la mercificazione debordante contemporanea opera quotidianamente.

La costanza e la tenacia di Antonio De Vito nel diffondere i temi connessi alla lotta antifascista affondano le loro radici nel ricordo della figura paterna, il sovversivo col farfallino Giuseppe De Vito, ma ricevono linfa dal convincimento che non bisogna dimenticare né trascurare questa parte della nostra storia, importante per gli sviluppi successivi che hanno portato alla nascita della Costituzione repubblicana.

Lo saremo altrettanto anche noi?

 

Per leggere il testo originale cliccare su Antonio De Vito

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