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Di ‘turisticizzazione’ ci si cura

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di Francesco De Luca
Un'isola da ricostruire. Di Gaia De Luca

 

Vorrei precisare ulteriormente il pensiero sulla ‘turisticizzazione’ affinché non se ne traggano inesatte conclusioni. L’assoggettamento incondizionato della vita isolana ai ritmi e alle forme del turismo provoca all’isola un danno mortale – La turisticizzazione: peggio di una malattia (leggi qui).
Ma non è impossibile che il fenomeno turistico non possa essere utilizzato per dare linfa vitale all’isola e agli isolani.

Ciò che vedo come una malattia già operante nel corpo sociale ponzese è l’incapacità di metabolizzare il fenomeno turistico, di trarre da esso il giusto nutrimento.

Mi è chiarissimo come il turismo alimenti per la quasi totalità l’economia isolana e pertanto non auspico il suo venir meno. Dico soltanto che la vita cittadina non deve essere stravolta talmente da non ritrovare in ottobre i punti cardinali del suo esistere e, sentendosi inadatta, preferire altri luoghi di residenza.

È un discorso che si ripete da anni: la vita isolana deve incorporare il periodo del marasma estivo, farlo diventare parte di sé. Cosa che ora non avviene. Al contrario: avviene che il periodo estivo sconvolge ogni preordinato cittadino, togliendo all’isolano la sua identità culturale. Lo fa diventare semplicemente un addetto ai servizi turistici.
Ad ottobre quel servizio non ha più funzione e l’isolano non riesce a rivestire i suoi abiti. L’isola si ritrova priva di quei comfort necessari per la vita sociale: avrebbe bisogno dell’apporto vitale di tutti per riaffermare la sua cultura. Non ne trova molti.

I più, appagati dal benessere economico, preferiscono l’anonimato della comunità urbana piuttosto che l’eccellenza dell’identità isolana. L’isola si spopola e muore, la cultura isolana si disperde e langue, il turismo e il suo daffare si impongono come modello d’esistenza. Esistenza: precaria, tumultuosa, raffazzonata, anonima.

L’antidoto a tutto questo sarebbe concentrare l’attenzione sulle condizioni necessarie per rendere la vita isolana appetibile per l’intero arco dell’anno. Operare perché i servizi sociali sull’isola siano ottimali per la comunità, tendere ad uno standard di vita alternativo a quello cittadino. E pubblicizzare questo modello.

Questo implica un diverso modo di concepire la vita isolana, e il trascorrere le vacanze sull’isola. E tuttavia, intanto si può presentare un modello di turismo siffatto in quanto si innesta su un modello di vita isolana definito, consapevole.

Non è utopistico pensare di imbrigliare il fenomeno turistico in una gabbia culturale. Altre località lo fanno. Sottraendosi all’assillo economico. Di cui non si deve temere il venir meno, perché oggi il turismo è selettivo per se stesso. Ciascuno sceglie la propria meta delle vacanze secondo diversi fattori. Non è più la scelta fra ‘turismo d’élite’ e ‘turismo di massa’ quella che deve fare la località bensì: presentarsi con una identità o assumerne una anonima, buona per tutti i gusti?

Il destino ha dotato Ponza di caratteristiche naturali di difficile eguaglianza, occorre che la comunità preservi la propria identità culturale, e la affianchi alle bellezze naturali.

L’asservimento della vita isolana ai gusti del turismo comporta quello cui si sta assistendo: in procinto dell’estate si ferma la vita nelle dinamiche ordinarie paesane; ci si appronta ad accogliere la massa dei turisti. Tutto prende la forma dell’apparato: colorato, fintamente ordinato, funzionale ad una macchina che strangola la vita cittadina in favore di quella turistica.

In estate si guadagna e… nel restante periodo ci si spegne, ci si affligge.

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Immagine di copertina. Foto di Gaia De Luca da Flickr, scelta dalla Redazione

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