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Vivere Ponza (1)

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proposto da Silverio Lamonica

Rist. Tramonto

Chiedo scusa all’amico Giuseppe Mazzella per aver “carpito” il titolo dell’indimenticabile rivista degli anni’80 di cui era animatore. Però leggendo attentamente l’articolo della turista americana Helen Shulman, apparso sul blog “travel and leasure” (viaggio e tempo libero) mi sembra, come titolo, più “azzeccato”.

Se c’è ancora qualcuno che ritiene Ponza non adatta per le famiglie, come meta turistica, certamente si ricrederà dopo aver letto questo reportage proposto con un tono molto confidenziale, tipico di chi ama fare “quattro chiacchiere in famiglia” o tra amici. Proprio così, perché Helen e i suoi cari, venendo qui in vacanza, sono stati accolti come persone di famiglia: è un ottimo suggerimento per migliorare ulteriormente il nostro “marchio turistico”.  S. L.

Vivere a Ponza, Italy

di Helen Shulman

http://www.travelandleisure.com/articles/instant-home

Fin da quando mise piede sull’isola di Ponza, Helen Shulman fu intenta a vivere come una del posto,
in questo minuscolo paradiso italiano.

Nonostante il forte ronzio, mi ero appisolata sull’aliscafo appena partito da Anzio, una città della costa ad un’ora di treno da Roma. Il Mar Tirreno era così calmo che il mezzo procedeva nella corsa cullandosi. All’improvviso fui svegliata di soprassalto da un coro di sirene di navi e piccole imbarcazioni. Erano proprio gli angeli – angeli molto chiassosi e importuni – che annunciavano il nostro arrivo?

Ponza. La posso ammirare dalla mia finestra: che scioccante interruzione di quell’acqua calma blu, con le sue candide falesie e gli scoscesi faraglioni scuri, circondati da stalagmiti che si ergono dall’acqua simili a sentinelle, in un certo senso paragonabili alla copertina di un album degli Yes (rock progressivo inglese – D.d.T.) in versione mediterranea!
Questo remoto, piccolo atollo vulcanico, un tempo fu colonia penale per i Cristiani ivi relegati all’epoca dell’impero romano e, più di recente, per gli antifascisti, alcuni di loro amarono talmente l’isola che vi tornarono come residenti, quando il governo del dopoguerra riconobbe gli errori e li liberò.

Ponza, ravia e caciocavallo vsiti da Santa maria

Attraverso lo spesso e graffiato plexiglas (dell’aliscafo – N.d.T.), l’isola sembrava impossibile da scalare (a meno che tu non fossi uno Spider man o una capra di montagna) eppure invitante. Le terrazze lungo i pendii di Ponza sono state tappezzate con vigne ben curate e macchie di ginestre, i cespugli di ginestre selvatiche erano accesi nei loro fiori gialli. Le colline erano punteggiate di modeste ville, di due e tre piani, dalle tinte napoletane color pastello.

Appena l’aliscafo attraccò, potemmo ammirare la cittadina raccolta intorno al porto con passeggiate lungo un acciottolato a semicerchio, su più livelli, che s’ inerpicavano sui fianchi della collina in un ampio sorriso. Il porticciolo era pieno di grossi traghetti, yacht appariscenti, barche a vela, motoscafi, piccoli gommoni con graziosi motori fuoribordo e perfino poche barche a remi che manovravano nello specchio d’acqua – sembrava che tutte queste barche fossero cariche di passeggeri diretti ad un festoso picnic, suonando rauchi contrappunti coi loro corni. C’era stato promesso un caldo benvenuto, ma questo era ridicolo. Mio marito, Bruce, mi afferrò la mano e sogghignò.

porto Ponza

Non avevo mai sentito parlare di Ponza fino a che Maria Romano, studentessa laureata in un laboratorio di narrativa, penso presso la New School della Città di New York, cominciò a descrivere l’isola dei pescatori dov’era nata. Da Maria appresi che Ponza una volta apparteneva solo ad una manciata di famiglie e anche oggi è preservata attentamente dal destino di un eccessivo sviluppo come Capri e la Costa Azzurra. I Ponzesi permettono che i romani e i napoletani nei week end estivi, vi si rechino in traghetto e arrivano a frotte – la popolazione aumenta da 3.100 a 20.000 in luglio e agosto. Ma i residenti sono anche abili a mantenere (come ospiti – N.d.T.) la maggior parte dei forestieri. I proprietari di yacht europei vi si ancorano a prendere il sole in coperta; i vacanzieri italiani affittano ville o case private; c’è un numero limitato di piccoli hotel. Nell’alta stagione i vacanzieri con tasche poco profonde, possono trovare anche una culla nel salotto di qualche casa ponzese. Facoltosi o no, queste persone intelligenti vengono a Ponza per nuotare e andare in barca, per lo snorkeling e le immersioni, per crogiolarsi nelle bellezze dell’isola. Siedono ai bar gustando pasticcini e vino e flirtando l’un con l’altra. Comprano sandali costosi e graziose gioie locali in una manciata di negozi e passano ore in trattoria e al ristorante consumando le pietanze di mare più fresche del mondo. Ero proprio decisa ad essere una di loro.

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Arrivammo l’ultimo giorno della festa di San Silverio, il santo martire, patrono di Ponza – per cui tutto quel soffiar di corni (suoni delle sirene – N.d.T.). Maria aveva menzionato la festa, ma io non ero preparata all’onda di umanità che ci accolse, una processione che effettivamente avanzava sull’acqua. In testa alla sfilata c’erano i bambini nelle candide vesti della prima comunione che portavano un Cristo su una croce a grandezza naturale. Dietro di loro c’era la banda musicale del luogo in marcia, quindi un qualcosa come 50 vedove italiane nei loro abiti domenicali che si esibivano in un lamentevole canto. Nella parte posteriore era issata una effigie dello stesso San Silverio in una piccola barca cosparsa di rose (garofani rossi – N.d.T.) trasportata a spalla da pochi uomini verso il mare, a benedire le vite dei pescatori.

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Noi quattro restammo affascinati, per nulla stupefatti da quel fasto rumoroso. Avevamo preso in affitto un piccolo appartamento nella pensione di Linda, la zia di Maria: la ‘casa vacanze’ Rosa dei Venti.
Quando dalla città di New York chiesi l’indirizzo per avere notizie in merito, Maria mi disse che a Ponza non esistevano recapiti. – Di’ semplicemente al tassista che vai da Linda – mi disse. Ma le banchine erano affollate dalla calca al seguito di San Silverio e non avevo idea dove trovare un taxi. Improvvisamente sbucò dalla ressa un uomo di mezza età, vestito di bianco.
– Siete voi gli Americani? – disse.
Intuii che fosse ovvio.

Era Giovanni Mazzella, il cugino di Maria, il dottore. In qualche modo ci procurò un tassì, pagò il conducente e ci spedì a destinazione, restando a godersi i festeggiamenti. Appena il tassista girò lungo il porto, San Silverio e la sua piccola barca furono portati per mare. Il taxi attraversò curve a gomito e viuzze scheletriche, guidandoci attraverso due tunnel scavati dagli antichi romani nelle rocce dell’isola. C’è buio nei tunnel, ma ciò non impediva a intere famiglie coi bambini sui passeggini e adolescenti in bici di procedere, sia pure a stento, mentre passavamo assieme alle vespe e ai camion, facendo vere e proprie acrobazie nei due sensi di marcia. Trattenni il fiato fino a quando uscimmo in uno spiazzo, proprio quando i fuochisti cominciarono a far esplodere sull’acqua i fuochi artificiali all’estremità del porto. In quel momento mi accorsi che i film di Fellini non erano opere di fantasia, ma veri e propri documentari.  … e, guarda caso, Fellini scelse proprio Ponza per girare alcune scene del film “Satyricon” – N.d.T.).

fuochi di San Silverio a Ponza

La corsa durò sette minuti. Fummo depositati da Zia Linda, la madre di Giovanni (un vero galantuomo) a Santa Maria, il sobborgo del lungo caseggiato di Ponza centro. La sua casa e la pensione stavano sulla piccola spiaggia, dove si riparavano barche sulla sabbia. Vicino al cantiere di riparazione delle barche c’era da Silvia, una pensione con un ristorante all’aperto sotto una tettoia di paglia. Sotto il caseggiato c’era Zanzibar dove, al mattino, gli abitanti del luogo consumano caffè e cornetti. Era questo il posto per il gelato e l’espresso del pomeriggio e a sera, seduti ai tavoli fuori al patio, per gli aperitivi ed il tramonto. E dopo c’era la Pizzeria da Luciano. Che altro? Un telefono a pagamento. Pontili dove dei tedeschi abbrustoliti dal sole parcheggiavano le loro barche. Quella era Santa Maria. E per la settimana successiva o giù di lì: il bucato ad asciugare, i cani del luogo, i ragazzini che giocavano, la gente amichevole… si era a casa.

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Il giorno dopo organizzammo un picnic e ci imbarcammo su un taxi del mare per Frontone, Giovanni ci disse che a Ponza era la migliore spiaggia per famiglie. La maggior parte delle spiagge isolane sono inaccessibili da terra, a meno che tu non sia in vena di fare l’alpinista. La gente noleggia piccole barche e costeggia tra un’insenatura e l’altra, oppure prende questi taxi. Quello per Frontone, parte da Santa Maria ogni 15 minuti circa, e la corsa dura meno di 10 minuti, il costo del biglietto andata e ritorno 1 euro (alcuni anni fa – N.d.T.). Frontone è un’ampia baia a forma di mezzaluna, con un lungomare roccioso ed una coppia di stand dove si noleggiano sdraio ed ombrelloni.
Quel mattino Giovanni ci ha mandato a fare shopping, qui è abbastanza facile; appena attraversato il tunnel, trovammo una latteria con del buon formaggio, una panetteria, uno stand di verdure. Poiché è un’isola tanto piccola, Ponza importa quasi tutto, compresa l’acqua (enormi navi cisterna ne arrivano piene ogni giorno, nel porto principale). A Frontone, se il tuo picnic a base di panini appena sfornati, salumi, fichi e albicocche, mozzarelle di bufala così fresche da gocciolare latte, e biscotti, non dovesse essere sufficiente, hai pure la possibilità di mangiare presso uno dei due buoni ristoranti alle due estremità della baia. E felicemente, se viaggi con la famiglia come noi, alla maniera degli italiani puoi gridare ai tuoi figli ciò che covi dentro:
Raffaele, Simone, basta! – Che sollievo permettere ai miei figli di scatenarsi in spiaggia con questi chiassosi monelli abbronzati. Mia figlia Zoe ha trovato un’amica, Laura, che non parla inglese, ma è venuta con Gail, la fidanzata americana di suo padre, romano. Così anche io ho trovato un’amica. Lo scorso pomeriggio Gail ed io ci avviammo barcollando sui sassi verso uno dei ristoranti, offrendoci un espresso.

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Note
– Tutte le foto, ad eccezione di quella di copertina, sono state prese dal web ed inserite nell’articolo a cura della Redazione.
– Didascalia della foto di copertina di David Cicconi: “La terrazza del Ristorante Il Tramonto, in alto sul porto a Il Forno (sic) una delle due contrade di Ponza”.

[Vivere Ponza (1) – Continua]

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