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Telefoni e telecomunicazioni

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di Pasquale Scarpati
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Leggo Ponzaracconta con una certa regolarità; quel che leggo si sedimenta e stratifica, per poi tornare fuori come ricordo nei modi e tempi più impensati. Ho letto l’articolo di Luisa sui telefoni d’antan (leggi qui – NdR). Ecco quanto mi ha suggerito.
P. S.

Emigranti

All’inizio c’era “La voce degli emigranti”. Era un programma radiofonico in cui coloro che erano partiti per i Paesi d’oltreoceano mandavano brevi saluti, registrati, ai cari rimasti in Patria. In genere alcuni mesi prima che venissero trasmessi, la persona emigrata inviava una lettera ai parenti nella quale comunicava la data e l’ora della trasmissione.
Zia Carmela le comunicò a zia Malvina. Così prima delle sette del mattino di un certo giorno ( mi sembra di domenica) ci mettemmo in ascolto intorno all’apparecchio radio a valvole che, mentre lo si sintonizzava girando una manopola, emetteva fischi e fruscii, per sentire queste poche parole: “Cari miei, sono Carmela, invio tanti cari baci ed abbracci a tutti voi: a mamma, a Malvina, a Rusinella… e anche a Pascalìn’… e speriamo di vederci presto!”.
Tutti raccolti in religioso silenzio, le orecchie tese, gli occhi fissi sull’apparecchio quasi a volerlo carpire. Bastarono queste poche parole perché essi si inumidissero; ci guardammo soddisfatti e speranzosi. La seduta si sciolse con un po’ di tristezza.

Non so se a Ponza negli anni ’50 qualcuno avesse in casa un telefono, fatto sta che o Silverio o Luigi ( non so) quelli che stavano alla biglietteria SPAN qualche volta portavano un biglietto a mio padre su cui era scritto l’ora se non il giorno in cui avrebbe ricevuto una telefonata. Così bisognava andare lì dove c’era l’unica cabina telefonica (ubicata a’ pont’ u’ muòl’ nella suddetta biglietteria) ed aspettare con santa pazienza e/o impazienza. Non so come facevano quelli che abitavano alle Forna!

In Terraferma qualcuno aveva già l’apparecchio telefonico, specialmente se aveva un negozio. Se la telefonata era interurbana bisognava chiamare il centralino e dare il numero e la città. Una voce, per lo più femminile, diceva di riagganciare e di attendere perché a breve avrebbe avuto la comunicazione.
Spesso però questa si faceva attendere per molto tempo. Colui che chiamava, trascorso un quarto d’ora cominciava ad agitarsi. Afferrava la cornetta e richiamava il centralino. Di nuovo la voce femminile diceva che bisognava attendere ancora. Trascorso un altro po’ di tempo, la persona spazientita richiamava e cominciava ad inveire. La solita voce femminile diceva che le linee erano occupate e che bisognava attendere.
Trascorsa quasi un’ora quella persona afferrava di nuovo la cornetta e con tono irato e minaccioso diceva: “Queste puttane, invece di fare il loro dovere si mettono a chiacchierare o si vanno a prendere il caffè ed il cornetto!” Così gli insulti non mancavano e spesso si disdiceva la telefonata. Quanta attesa e quanta pazienza!
Quando, con il benessere, ognuno volle in casa il passavoce (così definiva il telefono mia nonna), bisognava fare la richiesta alla SIP. Bene: i tempi di attesa erano a dir poco biblici. Non giorni, non settimane, ma mesi, tanti mesi, a meno che non si avesse il solito “santo in paradiso”. Per coloro che volevano dimezzare le spese del canone vi era il cosiddetto “duplex”. Due famiglie che abitavano sullo stesso pianerottolo si mettevano d’accordo per avere ognuno un apparecchio telefonico ma un’unica linea. Così il canone era dimezzato ma quando era occupato un apparecchio telefonico di conseguenza era occupato anche l’altro.

Per quanto riguarda i gettoni o le monete qualche “figli ’i ’ntrocchia” aveva ideato un sistema per adoperarne una sola per parlare per tutto il tempo che voleva, altrimenti avveniva ciò che Luisa ha descritto molto bene.

Poi vi erano i telegrammi che si pagavano in base alle parole scritte. In quel caso si doveva stare attenti alla punteggiatura ed essere concisi. Così si può ben dire che anche le parole seguivano i tempi: si doveva risparmiare anche su di esse! Erano, come dire “risparmiose”. Così come diceva uno slogan pubblicitario.

Poi vi erano le lettere che giungevano dopo settimane se non mesi: con comodo, senza fretta! (anche se su alcune buste dai bordi colorati c’era scritto: AIR MAIL! Via aerea. Probabilmente, a mio avviso, era quello utilizzato da Gabriele D’Annunzio nella trasvolata su Vienna!).
E nell’Isola, come è risaputo, esse venivano, tra l’altro, distribuite per… chiamata diretta. Vicienz u’ pustier, infatti, dall’alto della loggia del palazzo comunale faceva… l’appello! E tutti con il naso all’insù. Alla fine visi felici si mescolavano con quelli tristi o preoccupati. Non poteva essere diversamente: tutto era al passo con i tempi!
A proposito di parolacce. C’è un termine che come lo zucchero a velo su una torta o quei confettini colorati che l’abbelliscono, viene sparso, a mo’ di proposizione incidentale, un po’ dappertutto. Proferito da uomini e donne senza nessuna distinzione pur essendo prerogativa di un solo sesso. Una volta si definiva “ volgare” per cui si cercava di nasconderlo.
Così si diceva che il caffè andava preso con le tre “c”. Ma quello che mi è rimasto impresso è che qualcuno o per meglio dire qualcuna ricorreva a formule chimiche tipo: [c-a-z(due)-o]. Oggi in TV si mette un suono pudico… “biip”!
Ma per strada rimbomba come l’eco in una stretta giogaia.

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