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’A nummenàta, ovvero: Cronache di poveri amanti (2)

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di Pasquale Scarpati
Matrimonio d'altri tempi

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Ai bimbi, fin dalla più tenera età, si dava in pasto il… lavoro.
Li si affidava, per questo, a qualche amico o parente affinché insegnasse loro il mestiere. Al termine di una faticosissima giornata di lavoro, il bimbo portava a casa un’inezia. Ma era cosa graditissima nell’economia della famiglia. Anzi il capofamiglia, per questo, in tutte le feste comandate, era tenuto anche a disobbligarsi con il datore di lavoro del figlioletto regalando qualcosa soprattutto prodotti agricoli, se contadino.

Da questo contesto scaturiva ’a nummenàta sia per un giovane che per una fanciulla. Essa era buona se il giovane era un onesto e soprattutto buon faticatore, non ubriacone e non manesco. Alla donna si chiedeva di essere un perfetto – come si diceva – angelo del focolare e soprattutto di avere un’integerrima moralità.
Doveva arrivare, infatti, al matrimonio con una bona nummenàta e soprattutto – come si diceva in alcune parti – non doveva essere stata comm’a seggia d’u barbiere, dove tutti vanno a sedersi.

Tutti i parenti, genitori, nonni, zii, cugini, madrine, padrini, amici stretti si adoperavano affinché questa fosse tutelata. Una fanciulla diveniva così una sorvegliata speciale e pertanto era un po’difficile incontrarla da sola o semplicemente avvicinarsi. Allora si ricorreva ad altre persone per lo più parenti o amici comuni. Tramite loro si chiedeva di poter accedere a casa sua.
Una volta che era avvenuto il fidanzamento ufficiale si definivano i giorni e le ore in cui il promesso sposo poteva recarsi a casa della futura sposa in quanto era disdicevole presentarsi tutti i giorni e a qualsiasi ora e questo perché, essendo le famiglie numerose, poteva succedere che anche altre persone della stessa famiglia fossero fidanzate.
E anche lì, in presenza della futura suocera o di qualche altro membro della famiglia, non era consentito avvicinarsi troppo alla fanciulla.
Si racconta di quel tizio che volendo toccare un pochino l’amata ma essendone impedito dalla presenza della suocera, chiese a costei con fare disinvolto: – Mammà, me pozz’ appiccia’ ’na sigarètt’?
– E comm’ no, figliu mie! –
rispose quella, mentre continuava a sferruzzare. Così, con la sigaretta tra le labbra, si avvicinò al lume a petrolio che stava comm’ ’na cannela in mezzo al tavolo. Invece di accendere, soffiò con forza su di quello e lo spense.
Ne seguì un grande trambusto: rumori di sedie e la donna che strillava: – Uhé, appìccie ’stu’ lumm’!
Altre voci, però, non se ne sentivano. Quando il lume si riaccese tutto era tornato come prima. In seguito colui dirà: Sul’ accussì puteve tucca’ ’nu poc ’a manell’ ’i Cuncetta mia. Aveva mostrato di essere audace e di saper aguzzare l’ingegno.

Io mammeta e tu

Un altro, invece, non ebbe ’a stessa ciorta. Come al solito stavano seduti intorno ad un tavolo: lui stava di fronte a lei ma questa volta tra i due stava il vecchio (per quei tempi) suocero. Il giovane ebbe l’audacia di allungare il piede (fare piedino) e, credendo di toccare la caviglia dell’amata, spingeva su di essa.
Ad un certo punto sentì bofonchiare il vecchio Gnasiell’: – ’Ncàse, ’ncàse quann’ vuo’i muòrt’ ’i màmmet’! …Tant’ ’u’ pède’ è ’u’ mie” [spingi, spingi, quanto vuoi… (…), tanto il piede è mio].
Il giovane arrossì violentemente e da quel momento non osò neppure sollevare lo sguardo verso l’amata.

Altrettanto inusuale era uscire da soli, anche per una semplice passeggiata. Bisognava chiedere il permesso ai genitori della promessa sposa . Si racconta che in una casa, situata quasi alla fine dei Conti, abitavano tre fanciulle tutte fidanzate. Due lo erano con dei cugini, un’altra con un “ intruso” che era più loquace e “spigliato” degli altri, forse perché proveniva dal Porto. Un lunedì in albis quando era d’uso uscire pe’ fa’ pascòne (per la Pasquetta) o una semplice passeggiata per festeggiare la primavera incipiente o inoltrata, i giovani, dopo pranzo, confabularono tra loro per poter andare, a passi lenti, verso Trebbiént’ (Tre Venti) che non dista molto da quella casa. Nessuno, però, aveva il coraggio di chiedere il permesso al padre delle fanciulle. I due cugini fidanzati dissero sottovoce a quello più spigliato: Dincéll’ tu, ca si’ cchiù gruoss’ d’età”. Quello, non senza timore, fece un passo avanti e col cappello in mano chiese al padre della fanciulla che, seduto su un muretto della “ curteglia”, traeva boccate di fumo da una pipa: Papà – disse – putimm’ ‘i, ’tutt’ e tre, a farci ‘na passeggiata ‘ncopp’ Trebbient’?
L’uomo lo guardò tra il meravigliato ed il severo, poi con voce grave rispose: “ Figliu mie… pe’ stavota putiìt’ i’, ma comm’ me l’he chiest’ mo’, nun m’u chiede cchiù!
Così, con un sospiro di sollievo, le tre coppie, contente, si avviarono verso quella località percorrendo la strada asfaltata costruita di recente. Quando furono all’altezza dove quella strada a monte incrocia quella che giunge dalla località chiamata i Petruni, uno di loro nel voltarsi vide che erano seguiti, a debita distanza, dalla madre delle fanciulle. Si fermarono e chiesero come mai fosse da quelle parti. Quella, senza scomporsi, rispose che andava a ’na catena di terra situata lì vicino. I giovani fecero buon viso a cattivo gioco e la invitarono a proseguire la strada insieme a loro.

Vista da Tre Venti

Celebrate le nozze, gli sposi restavano segregati in casa per alcuni giorni. La madre di lei era l’unica deputata ad accedervi, probabilmente per sapere come fossero andate le cose e se i due avessero bisogno di qualcosa.

Poi tutti restavano in attesa. Trascorso un certo periodo, la gente cominciava a guardare la pancia della sposina per vedere se affiorasse qualche rotondità. Se non accadeva nulla si cominciava a taglia’ e a còse e lo stesso avveniva se la pancia era cresciuta prima del previsto.
Eh sì, la gente sapeva tenere i conti! Inutilmente i genitori si affannavano a mettere in giro altre voci! Si cominciava a murmulia’… chi diceva una cosa, chi un’altra…
Se non accadeva nulla, quasi sempre la colpa veniva imputata alla donna; se, invece, si vociferava fosse colpa dell’uomo, essa diveniva immediatamente di dominio pubblico perché si diceva che nunn’ er’ bbuòn’ e quindi si faceva cenno col capo, si sussurrava; fiorivano aneddoti accompagnati da risatine maliziose che, a volte, potevano coinvolgere, a lungo andare, anche la moglie.

Si sgravava (si partoriva) in casa ma poteva accadere che qualcuna partorisse sul posto di lavoro.
Si racconta infatti di una donna che, colta dalle doglie mentre vendemmiava, diede alla luce il figlioletto tra i pampini ed i succosi grappoli d’uva, tra l’odore dei ciuffi d’arecht (origano) e la dolce brezza marina. Però non è dato sapere con precisione dove avvenne il lieto evento. Qualcuno disse: ’nfaccia ’u Pagliar’; un altro asserì: dint’ i Petrun”; secondo altri il fatto avvenne dint’ a chell’ ’i ’Ntuniell’ o dint’ u chian’, località più prossime alle abitazioni. Fatto sta che quello è stato uno dei pochi bimbi a cui in seguito verrà detta una mezza verità.
Quando, infatti, più grandicello, chiederà come era nato, gli si risponderà che era stato trovato sotto un… cavolo e quindi in aperta campagna.
Di solito la puerpera, al momento del parto, era aiutata dalla mammana, la quale era anche deputata ad andare al Comune per segnalare l’avvenuta nascita. Questo accadeva sia perché la puerpera, ovviamente, non poteva muoversi per un certo periodo sia perché il marito poteva non essere presente, sia perché costui preferiva andare a lavorare nei campi e/o per analfabetismo. Costei però, nel frattempo, andava anche in altre abitazioni per aiutare altre partorienti. Pertanto solo dopo alcuni giorni dal parto si recava presso gli uffici comunali per declinare le generalità del neonato. Alla domanda dell’impiegato quale nome la famiglia avesse messo al bambino, spesso la donna o per dimenticanza o per confusione dava un nome che a lei in quel momento sembrava fosse quello giusto. Così non era raro che molte persone in famiglia erano chiamate con un nome mentre negli atti ufficiali ne risultava un altro; né la madre, spesso, sapeva dire con precisione il giorno della nascita.
All’eventuale domanda rispondeva con molta approssimazione.
Gli interessati venivano a conoscenza della verità soltanto quando tenevan’ a caccia’ ’i carte, dovevano, cioè, esibire i documenti per eventi ufficiali. Uno di questi era, per l’appunto, il matrimonio.

Fonte battesimale con pesce in rilievo
I neonati poi, erano quasi immediatamente battezzati perché la mortalità infantile era molto alta. Si racconta che quando un piccolo saliva al cielo suonavano le campane a festa e si buttavano i confetti perché si diceva che il Signore aveva accolto un nuovo angelo. Era riprovevole, pertanto, battezzare quando il bimbo fosse un po’ cresciuto; alcuni dicevano: n’atu ppoche, putev’ i’ da sul’ a battezza’ (un altro po’ di tempo e sarebbe andato da solo a battezzarsi).

Fidanzamento per procura

Una menzione speciale spetta a quelli che si sposavano per procura. Come oggi ci si incontra attraverso i social network e basta una foto e qualche messaggio per conoscersi, così essi convolavano a nozze dopo aver semplicemente visto una foto o scritto una lettera, sempreché conoscessero la scrittura.
Pertanto essi possono essere definiti, a mio avviso, non solo precursori dei tempi ma anche persone oltremodo coraggiose, perché si legavano, obbligatoriamente, per tutta la vita ad una persona mai conosciuta direttamente, ma soltanto attraverso una foto e soprattutto, ancora una volta, attraverso la onnipresente “nummenàta”, che in questo caso coinvolgeva anche la famiglia fino alla… settima generazione.

Bello onesto emigrato Australia...

Tutto questo accadeva prima del secondo conflitto mondiale, o giù di lì.

 

[’A nummenàta, ovvero: Cronache di poveri amanti (2) – Continua]

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1 commento per ’A nummenàta, ovvero: Cronache di poveri amanti (2)

  • silverio lamonica1

    Una strana dichiarazione d’amore (fatto vero).
    Un giovane ponzese (che chiameremo Ciccillo) corteggiava una ragazza (Maria) e tutte le sere, puntualmente, si recava a casa di lei. Dopo qualche settimana, conversando come al solito del più e del meno, la mamma di Maria gli domandò: “Cicci’, pe’ caso tu venisse ‘ccà pe’ Maria? Che t’a vuo’ spusa’?”
    Ciccillo: “E senò je ‘ccà che ce venevo a ffa’?”

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