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Razzismo, intolleranza e discriminazione

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di Luigi Pellegrini
Razzismo paperotto

 

Razzismo, intolleranza e discriminazione sono le manifestazioni più problematiche della convivenza sociale, soprattutto se queste si evidenziano in un luogo circoscritto, come potrebbe essere un’isola. La loro presenza di fatto impedisce la realizzazione ed il rispetto dei diritti in qualsiasi forma. Con loro non può esistere libertà di espressione, libertà di movimento, libertà di decisione.

Quando l’amico Alessandro Romano, in un suo articolo (leggi qui), asserisce con convinzione che nella nostra comunità isolana ci sono dei tratti di latente razzismo, sintomatici di un patologico complesso di inferiorità, credo voglia invitare i lettori ad una disamina, non certo fare un’arringa difensiva riguardo a dei comportamenti adottati da talune persone dell’isola.

A questo punto diviene però necessario un chiarimento etimologico riguardo i termini, apparentemente simili, che definiscono la mancata tutela dei diritti.

Il razzismo è una concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori destinate al comando e razze inferiori destinate ad essere sottomesse.

L’intolleranza è l’attaccamento rigido alle proprie idee e convinzioni, per cui non si ammettono in altri opinioni diverse e si cerca di impedirne la libera espressione, partendo dal presupposto dell’unicità della verità, e dalla convinzione di essere in possesso della verità stessa.

La discriminazione è la distinzione, diversificazione o differenziazione, operata fra persone, cose, casi o situazioni.

E’ curioso, a mio avviso, come gli ultimi due termini siano l’uno la conseguenza dell’altro. La discriminazione è diffusa nella nostra società, come violenza morale e fisica verso tutte quelle persone definite “diverse” come ad esempio le persone di colore, gli omosessuali, i portatori di handicap ma anche verso chi non è d’accordo su una scelta in qualsiasi forma e/o natura. Ed è proprio in questo modo che l’intolleranza si manifesta in forma violenta e pericolosa ritenendo che l’unico rimedio per escludere il problema dalla società, sia quello di emarginare, eliminare, aggredire il “diverso”. Peggio ancora se in una collettività, ad essere discriminata, è una parte sostanziosa di essa. Nel qual caso diventa difficile vederla, perché potrebbe confondersi o far parte del sistema.

L’istaurarsi di un ambiente discriminatorio comporta un’ingiustificata riduzione di opportunità sociali, economiche e politiche a danno di individui o gruppi.
Chiediamoci ora quali sono i danni subiti da un simile processo

In primo luogo, il danno soggettivo inteso come l’impossibilità di manifestare pienamente le proprie capacità in termini di conquista del proprio benessere. E poi la negazione di apportare il proprio contributo allo sviluppo della comunità.

Appare chiaro che per contrastare il fenomeno della discriminazione ci sia bisogno di azioni che mirino a promuovere una trasformazione “culturale”. Incontri, manifestazioni, riunioni atte a promuovere il concetto del rispetto.

In estrema sintesi dunque, una volta avuta la percezione del fenomeno ed individuato l’ambito della diversità su cui si vuole porre l’attenzione – nel nostro caso, la nostra collettività – potremmo vincere le nostre paure di sentirci “diversi e separati” semplicemente dialogando…
Parlare, comunicare, esprimere le nostre opinioni libera-mente e senza paura!

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4 commenti per Razzismo, intolleranza e discriminazione

  • Interessante comunque la tematica di Luigi ma non ho capito dove vuole andare “a parare”.
    Che cosa significa parlare oggi di meridione d’Italia quando l’Italia è il meridione d’Europa. Tant’è che Salvini l’antimeridionalista fino a ieri oggi sta facendo il giro elettorale nel meridione d’Italia per propagandare i suoi grugniti.

    Termini forti questi: razzismo, intolleranza, discriminazione.
    Io per quanto riguarda l’isola parlerei di: sfiducia, opportunismo, tatticismo estremo ecc.

    Infatti amici state un po’ scantonando a mio avviso nel vostro sforzo di appiccicare le tematiche generali al ponzese.
    I ponzesi oggi, non si sentono inferiori a nessuno, i ponzesi utilizzano l’atteggiamento della diversità, del piagnisteo, della discriminazione ma ne fanno un uso strumentale legato alla valorizzazione dei propri interessi. La diffidenza nei confronti del “forestiero” è una forma di iniziale difesa, ma quando il forestiero diventa “amico” allora cadono le diffidenza e partono le alleanze a scapito del vero nemico, che è interno all’isola: il proprietario concorrente. Il Ponzese non ha distrazioni: “il re lo ha fatto proprietario terriero, la famiglia e solo la famiglia gli garantirà la prosperità economica”.

    Molti ponzesi per facilitare i propri interessi occupano l’amministrazione pubblica. Pensateci bene: quando si fanno le liste si pensa al ponzese che ha una famiglia numerosa. Ci sono famiglie che hanno piazzato da anni i loro rappresentanti in amministrazione per avere un punto di osservazione privilegiato e tutelare meglio i propri interessi privati. Ma la cosa a mio avviso raccapricciante è osservare questi signori quando finiscono la loro esperienza politico-amministrativa. Un attimo prima si onoravano di potere decisionale, un attimo dopo diventano comuni cittadini, uomini coerentemente fedeli solo ai propri interessi e magari li senti dire che “la politica è una cosa sporca” senza un attimo di pentimento e di vergogna.

    Purtroppo amici questo è il “familismo amorale” che resiste ancora sull’isola perché rimane la forma organizzativa che garantisce meglio la crescita economica individuale contro tutto il resto che dovrebbe essere inventato.

  • Sandro Russo

    Caro Luigi,
    il guaio con le dichiarazioni di principio, è che sono tutti d’accordo! Di più: nessuno si riconosce come razzista, intollerante, discriminatorio.
    Allora fa’ dei casi reali, racconta storie vere (senza nomi ovviamente, e senza renderli riconoscibili), ma che si impongano all’attenzione e restino nella memoria.

  • Luigi Pellegrini

    Caro Vincenzo,
    perdonami ma per quanto mi sia sforzato di comprendere il significato di quanto hai scritto, non capisco il nesso con il mio articolo. Per dirla alla Di Pietro: “ma che ci azzecca?”

    Carissimo Sandro,
    tu ritieni che a Ponza si possa esprimere “libera-mente” il proprio pensiero senza essere condannati? Guardiamoci intorno, quanta gente per paura di ritorsioni, sta zitta e non parla? Questo fenomeno come lo definisci?

  • Il mio commento si riferiva ai tuoi articoli sulla questione meridionale, ma anche sull’articolo di Romano e su quelli dicevo che è anacronistico parlare di questione meridionale, in un momento storico dove non c’è più uno Stato e tutti gli abitanti di Europa sono governati da una anonima commissione risiedente a Bruxelles. I meridionali oggi sono i milioni di cittadini risiedenti in tutte le periferie delle città Europee che devono subire invasioni di altri poveri cristi e competere con questi per uno spazio vitale.

    Ma io poi, rispondendo all’articolo sopra, dicevo che il ponzese è geneticamente attrezzato per la sopravvivenza contro i dominatori. La sua apparente remissività è strategia di sopravvivenza imparata negli anni. Invece di alzare la testa e lottare insieme, i ponzesi preferiscono fare guerriglia servendosi degli avvocati, oppure una guerra di posizione combattuta con la sola arma dell’attesa che il tempo passi e “passi a burriana”.

    Ma il ponzese è convinto che questa sia la giusta strategia per la individuale sopravvivenza sull’isola. D’altronde se la principale idea per i ponzesi è l’interesse privato il quale è in concorrenza con l’altro interesse privato del vicino, come possono convincersi di condividere insieme una lotta di civiltà democratica e denunciare la eventuale discriminazione politica ed economica?

    Meglio la mediazione, il silenzio, il “buon viso a cattivo gioco”. Ma poi è sempre stato così, chiunque fosse l’inquilino in amministrazione dopotutto chi “Comanda fa legge” e il ponzese sa che è oggi e non in un futuro incerto che quella interpretazione di legge può servigli per esempio ad ampliare la propria abitazione o ad aprire un locale.

    Chi ha deciso di esprimere libera-mente il proprio pensiero o è stato costretto a farlo (a causa di una mortale discriminazione) o è veramente un uomo libero.

    La libertà di pensiero è stata una conquista dell’uomo per essere felice, ma se la felicità una persona la trova solo nell’affare, allora non è importante il libero pensiero ma il pensiero opportuno a raggiungere quello scopo.

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