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0028-028 0029-029 0044-044 cl-01 29 Una delle tante vele storiche

Oceano Pacifico (2)

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di Adriano Madonna

pescatori cinesi

per la prima parte (leggi qui)

 

Quella sera invitai Abin a cena a bordo di una “sampoa”, un ristorante galleggiante, dove mangiai anatra e riso alla cantonese con i bastoncini.

Forse fu l’ampia libagione di birra che mi offuscò il cervello di quel tanto necessario a consentirmi di assaggiare anche i filetti di rospo e dei tocchetti di serpente. Al tavolo a fianco al nostro cenava un giornalista inglese, che, come mi raccontò, si trovava a Macao perché stava scrivendo un libro su quel lontano angolo di mondo, un’opera magna che iniziava la trattazione dal 1513, quando il navigatore portoghese Jorge Alvares giunse in Cina e gettò le ancore alla foce del fiume Cantão.

Jorge-Alvares1

L’inglese aveva scavato negli archivi e nelle leggende, ed era giunto ad avere indicazioni su un punto al largo di Coloane dove si diceva che in tempi antichi fosse naufragato un vascello con un carico di preziosi. Si raccontava che un pescatore avesse ritrovato nelle reti nientemeno che un risciò d’oro, ma quando questo giunse a pelo d’acqua, il poveretto ne ebbe un’emozione talmente grande da non riuscire ad afferrarlo in tempo prima che il risciò precipitasse di nuovo sul fondo.

tesori sommersi

Non fu proprio la speranza di recuperare il risciò d’oro, ma più la prospettiva affascinante di immergermi in quelle acque che ospitavano simili leggende a indurmi a chiedere ad Abin di accompagnarmi in una nuova avventura.
Egli accettò con palese entusiasmo, ed ebbi l’impressione che, per quanto lo riguardava, egli fosse spinto proprio dal desiderio e dalla speranza di trovare il prezioso risciò.

Le acque dove mi immersi non erano molto limpide, ma la discesa era possibile. Trovai subito una grande distesa di ciottoli bianchi e un canalone fiancheggiato da due pareti rocciose verticali. Seguii la gola e dopo un po’ quasi andai a battere contro una trave di legno incatramato (o almeno mi sembrava) che spuntava da una macchia di fango tenace e indurito dalle radici di un vegetale marino che assomiglia vagamente alla nostra posidonia. Provai a muovere la trave, ma i miei tentativi non ebbero alcun esito, allora vi feci scorrere una mano sotto e sentii chiaramente con le dita la testa di un chiodo a forma quadra.

«Qui le cose sono due, pensai, o si tratta di un chiodo del fasciame del galeone, oppure questo qui è un semplice tirafondo dei giorni nostri».

Mi sentii strattonare, infatti, per desiderio del buon Abin, avevo una cima legata alla cintura. Decisi di risalire subito: c’era qualcosa che induceva il mio amico a darmi il segnale di emergenza.
Appena emerso, mi resi conto che si stava addensando un temporale che aveva oscurato il sole con le sue nubi di pece. Dopo un paio di minuti si scatenò la tempesta: era qualcosa di simile alle nostre buriane di fine estate, ma, purtroppo, molto meno breve.
La giunca era sballottata dai marosi come un turacciolo e Abin mi chiese di aiutarlo a tenere il timone. La barra era lunga due metri e grossa come un palo del telefono ed era praticamente impossibile tenerla, tant’è che a un certo punto mi ci trovai attaccato mentre sbandava a destra e a sinistra sbatacchiandomi come un pappagallo sul trespolo. Abin cercava di tenere la prua alle onde, ma queste erano troppo disordinate per governare. Inoltre, scrosciava una pioggia torrenziale che batteva sulla cappottina di vimini e tela e produceva un rumore infernale.
Poi la burrasca finì, così, d’incanto, come avviene in Oriente, quasi che qualcuno avesse girato un interruttore.

tempesta in arrivo

Il cielo si schiarì, il mare si placò, il sole riemerse dai nuvoloni neri che correvano verso Occidente come i destrieri dei cavalieri dell’Apocalisse, tirandosi dietro qualche fulmine.

Due giorni dopo partivo per l’Italia. Mi accompagnavano il ricordo di un’esperienza indimenticabile in quel pianeta sconosciuto che è la Cina, le benedizioni di Abin e Jofan che già mi chiedevano quando sarei tornato, e un gran magone che mi serrava la gola e lo stomaco.

Partii di sera da Hong Kong, cercai di guardare sotto di me per ritrovare le isole e quella più al largo, dove Abin mi aveva portato con la giunca, ma la notte aveva coperto tutto, anche quella storia che era appena terminata e già mi sembrava vecchia di mille anni.

Hong Kong notturna (2)

Oceano Pacifico (2) – Fine

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1 commento per Oceano Pacifico (2)

  • isidorofeola

    L’affascinante racconto del prof. Madonna mi ha fatto tornare alla mente un gustoso episodio riferitomi dal compianto Peppe Tricoli: era la fine degli anni ’80 e Don Salvatore Tagliamonte aveva, come di consueto, organizzato un viaggio in comitiva. Questa volta la meta era l’estremo oriente (Singapore, Hong Kong e dintorni) e quindi Peppe e la moglie Lella decisero di parteciparvi. Tralascio altre storielle per riferire questa: era un primo pomeriggio ed era prevista, per tale ora, la visita a Macao e, per raggiungere la meta, bisognava fare 20-25′ di aliscafo (uguale a quelli della Vetor). Ma, all’orario previsto, era in corso una bufera come quella raccontata dal prof. Madonna e quindi Don Salvatore comunicò: “…Ci troviamo tra due ore nella hall dell’albergo perché per allora si sarà placata la tempesta e potremo così viaggiare in aliscafo, visto che adesso non è possibile..”. Al che una signora del gruppo rispose: “io ve lo avevo detto che non si poteva andare perché ho parlato con Ponza e figuratevi che non è partito manco ‘u traghett’ ‘i Sigarett’ , comm’ fa a partì all’aliscaf’!!…”

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