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Gli immigranti da Ponza a Ingeniero White: una vita persa tra il tempo e la distanza. (5)

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di Patricia Sandra Feola

 

Ricorda Gemma che sua cugina Rita a volte uccideva una colomba, e faceva che la trovava e gliela portava alla mamma, per mangiarla. Non avevano fame ma lei ripeteva quello che vedeva in altre case.
Tutto si produceva a casa, e quello che non producevano facevano uno scambio con delle merce in qualche negozio vicino.

Una volta alla settimana si faceva a casa il pane, e si doveva frazionare per tutta la settimana.
Un giorno alla settimana arrivava all‘isola una barca con “una mucca”, e si sacrificava in una delle grotte.

Si vendeva in due posti come macellerie che esisteva nel posto.
Nell‘interno dell‘isola tutto era vicino, ma all‘esterno si vedeva abbastanza lontano. Erano pochi i medici che esistevano, molto più frequenti erano i guaritori che si incaricavano della pratica della medicina empirica a base di erbe.
Si può osservare che esisteva la differenza tra il Nord e il Sud, ma anche tra le diverse isole meridionali.
Specialmente nell‘ambito scolastico, i ragazzi andavano a scuola, che continuava a provvedere di un‘educazione elementare. Avevano la possibilità di studiare fino ai 15 anni. I maschi lo facevano soltanto fino ai 12, per incominciare a lavorare.

Secondo ricordano le sorelle Gemma e Lucia Feola, attualmente di 80 e 78 anni, “a scuola abbiamo imparato l‘unico italiano che conosciamo oggi: il nostro proprio dialetto..” – si manifestano in un ponzese molto stretto -, “mai abbiamo imparato il vero italiano. Forse per la distanza che esisteva con l‘Italia e l‘essere una piccola isola quasi dimenticata”.
Aggiunge Lucia che ricorda al suo padre al momento della raccomandazione… che mai dovevano usare scarpe da ginnastica.. “quello era da povero… e noi non eravamo poveri.”
Oggi, chiudendo gli occhi e appena asciugandosi le lacrime, Gemma ricorda l‘emotivo giorno in cui la mamma leggeva la lettera che aveva ricevuto dal papà.. in quel momento aveva 9 anni: “esiste la possibilità di inviare i biglietti per te e i nostri ragazzi…”

Civita, correva, in una mano portava la lettera appena letta e nell‘altra mano i piccolini, gridando, scendeva infretta dalla montagna giù verso la spiaggia dove c‘era Agata. Hanno letto un‘altra volta la lettera. Presa di emozione per la notizia, allo stesso tempo la confusione ha colpito Agata pensando al suo futuro nell‘isola se restava da sola, ha chiesto di domandare
se anche Aniellantonio gli dava la possibilità di viaggiare.
La risposta è stata: “L‘invio di biglietti per le 2 donne e i 6 ragazzi!”
Ma si dovevano affrettare perchè 2 dei ragazzi erano presti a compiere 10 anni, quindi in quel momento ancora il biglietto poteva essere abbonato al 50% del valore reale.

Il passaporto usato da Agata Piro, ed i ragazzi minorenni. I ragazzi minori di 15 anni, non avevano l‘obbligo di avere passaporto proprio. Potevano essere iscritti nello stesso documento del padre, madre, tutore o fratello maggiore. Si può osservare che la data di scadenza del passaporto in quell‘ epoca era valido soltanto di 1 anno.

Il passaporto usato da Agata Piro, ed i ragazzi minorenni.
I ragazzi minori di 15 anni, non avevano l‘obbligo di avere passaporto proprio. Potevano essere iscritti nello stesso documento del padre, madre, tutore o fratello maggiore. Si può osservare che la data di scadenza del passaporto in quell‘
epoca era valido soltanto di 1 anno.

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In tanto si facevano i documenti per il viaggio, si doveva aspettare “L‘Atto di Chiamata”. Era l‘unica maniera che l‘Italia accettasse l‘uscita come “Riunificazione Familiare”. Voleva dire che l‘uomo che era lontano chiamava tutta la famiglia per portarla con se.

Intanto si facevano i documenti per il viaggio; si doveva aspettare “L‘Atto di Chiamata”. In questo modo l‘Italia accettava l‘uscita come “Riunificazione Familiare”. Voleva dire che l‘uomo che era lontano chiamava tutta la famiglia per portarla con sé.

“Situazione di famiglia”. Documento dove era consegnato ogni membro della famiglia.

“Situazione di famiglia”. Documento che doveva essere consegnato a ogni membro della famiglia.

Tra il 1880 e il 1930 ogni 264 uomini che uscivano, uscivano 100 donne. Osia quasi il 38%.
Dopo di questa data, c‘era anche una legge fatta dal governo italiano che restringeva l‘uscita ed era necessaria l‘autorizzazione attraverso “l‘Atto di Chiamata”.
Al momento che la famiglia Feola è partita nel 1934 verso Argentina, oltre alla pesca si è incominciato a lavorare a Ponza con lo sfruttamento del giacimento di bentonite, che ha dato lavoro a circa 150 degli uomini che ancora restavano nell‘isola.

Cosa portare?

Tutto. Tutto e di più. Incominciava con un trasloco totale della casa.
Quelle cose veramente necessarie erano messe da parte. Il resto era venduto, donato o scambiato. Tutto veniva posto in un angolo della casa aspettando il giorno della partenza.
Le valigie erano di cartone e cuoio.
Il simbolo della partenza sono i bauli che portarono con loro erano rustici, fatti di legno, e dentro portavano tutto il necessario per incominciare una nuova vita: l‘abbigliamento, attrezzi di lavoro, le pentole di rame, le posate, lenzuole, libri (tra loro la Bibbia), e gli scarsi giocatoli che avevano i ragazzi.
Le donne portavano i vestiti di nozze perchè era abitudine che alla loro morte siano seppellite con questo vestimento. Prima del 1920, questi abiti erano di colore nero, perchè simboleggiava la fertilità, la solennità nelle cerimonie e la distinzione.
Molti anni dopo questi bauli rovinati rimangono tra noi, con il segno dei colpi che hanno dovuto sopportare e la sfida che hanno dovuto attraversare, come le proprie anime.
Erano trasportati con carri trascinati da somari o sulle proprie spalle fino al porto piú vicino.
Arrivata l‘ora dell‘addio.. quelli che rimanevano davano le ultime istruzione o consiglio, facevano le proprie raccomandazione.

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Immagine dei bauli che portavano gli immigranti. In fondo, si riesce vedere un pezzo di un vestito “nero” di nozze.

Le lacrime scorrevano sul volto di tutti. Al grido di “imbarcare…” Tutti a bordo!
Agata e Civita hanno portato con loro parecchi bauli.
Ricorda Gemma: “.. ancora ho delle tazzine di porcellana di tè che ha portato settanta anni fa mia mamma. Erano portate dal Giappone.. come regalo di nozze dei tuoi nonni”.

Il viaggio

È stata la prima uscita dell‘isola delle donne e dei ragazzi.
Il piroscafo “Conte Grande” è partito dal porto di Genova. Due cabine per tutti loro.
Una delle donne, Civita, non è uscita dale cabine in 40 giorni che è durato il viaggio dalla malattia che sentiva. Si sentiva male, vomitava ed è restata a letto nella sua stanza nel piroscafo fino al giorno dell‘arrivo.
A causa di questo malessere molte erano le persone che arrivavano molto debole.

Il transatlantico Conte Grande.1928

Il transatlantico Conte Grande.1928

La mancanza di acqua era un problema, e per saziare la sete succhiavano un panno umido. Molto comune era che le donne rimanessero senza latte e con questo i neonati si ammalavano e morivano. I topi attaccavano i bambini deboli.
I ragazzi delle due famiglie Feola giocavano, era l‘unica attività che potevano fare.
Ridevano, scherzavano. Erano pieni di felicità, forse per i ragazzini anche il viaggio era parte del gioco.
Al Nord del Brasile, si faceva una fermata, ma senza scendere dalla nave.
Ricorda Gemma: “tiravamo da sopra le ceste con le monete, e compravamo le banane e frutti tropicali.. faceva caldo,
c‘era – secondo dicevano – la linea dell‘Ecuador…”
Al momento del pranzo, ogni cabina aveva a disposizione 1 tavola. Se non si voleva andare si prendeva quello che si voleva mangiare e si portava in stanza.

Immagine della distinta del vitto di bordo.

Immagine della distinta del vitto di bordo.

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