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Dalle lettere di Umberto Greatti, uno sguardo su Ponza. (2)

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di Rosanna Conte

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“Umberto Greatti. Triestino, confinato a Ponza dal 1933 al 1938 delle cui lettere alla moglie siamo venuti in possesso in circostante fortunose”.(leggi qui, per la prima parte)

Di Umberto non sappiamo granché.

Nato il 1 ottobre del 1906, è militare a Bologna nel ’26. Repubblicano e iscritto al Partito d’ Azione, è arrestato nell’ottobre del 1932 e a dicembre dello stesso anno si trova ancora nel carcere di Trieste. Si sposa con Carla Covacci il 17 luglio 1933 proprio a ridosso della partenza per il confino a Ponza, dove probabilmente arriva il 21 luglio insieme a lei (lettera del 15-12-35).

Durante la protesta del febbraio del 1935 è accusato, insieme al confinato Stoka, di essere un istigatore e tra i più facinorosi. Condannato, resta a Poggioreale fino al dicembre del ’35.

Tornato a Ponza, finisce di scontare il periodo di confino che sarebbe dovuto terminare nel luglio del 1937, ma finirà l’anno successivo poiché i 10 mesi di carcere ne hanno allungato i tempi.

Così il 3 luglio del 1938, data dell’ultima lettera della raccolta, è ancora a Ponza.

Dopo l’8 settembre del ’43, certamente non è stato a casa.

Trieste, già dal 9 settembre, è occupata dai tedeschi che si erano preparati all’invasione della zona nord-est dell’Italia dal 25 luglio, giorno della caduta del fascismo.

La nascita dei primi Gruppi di Azione Patriottica (GAP) fu immediata, seguita subito dopo dalla formazione del primo Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) triestino composto da brigate appartenenti ai diversi partiti politici.

Purtroppo, in breve tempo una retata decapitò il CLN con arresti e invii ai lager tedeschi e alla risiera di San Sabba dei responsabili politici di tutti i partiti, fra essi anche Gabriele Foschiatti, massimo esponente del Partito d’ Azione, a cui Umberto Greatti era iscritto.

Al di là delle vicissitudini piuttosto complesse della resistenza armata a Trieste e nella Venezia Giulia, è nel giugno del ‘44, – quando nasce il Corpo Volontari per la Libertà (CVL), che riunisce in un unico coordinamento tutte le sigle e le formazioni di combattenti in un coordinamento unitario riconosciuto anche dagli alleati – che riescono a formarsi anche le prime brigate del Corpo Volontari della Libertà (CVL) organizzate dal movimento Giustizia e Libertà, e fra esse c’è la brigata Foschiatti di cui Umberto risulta essere il commissario politico.

Non sappiamo altro e possiamo solo sperare che con qualche ricerca all’anagrafe triestina veniamo a conoscenza di altre notizie.

Per ora, invece, sono le sue lettere che ci danno informazioni di diverso tipo.

Il rapporto epistolare tra Umberto e la moglie inizia nel 1935, subito dopo il trasferimento da Ponza a Poggioreale dei  266 confinati che avevano protestato contro le restrizioni per l’uso degli alloggi privati consegnando la carta di permanenza.

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Fino a quel momento Carla era stata sull’isola da dove è costretta a partire col foglio di via (consegnato a Trieste il 20 marzo con alloggio presso la famiglia del marito) e aveva frequentato le altre confinate nonché le mogli dei confinati, anche quelle ponzesi, per cui non ci meraviglia trovare notizie su Carolina Guarino e Libera Scarpati che si sono recate a Napoli, nel luglio del ’35, in occasione del processo d’appello, per incontrare i loro mariti, né su Rita Parisi che ha sposato il suo Mario Magri il 7 novembre del ’35 .

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Rita Parisi e Mario Magri

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Carolina Guarino

Scrive alla sua ex padrona di casa ponzese, Maria, e si cruccia di non riceverne risposta. Sarà Umberto a farle capire che Maria ha già abbastanza beghe con la milizia fascista ed è naturale che sia reticente ad instaurare un rapporto epistolare con la moglie di un confinato: Devi considerare che Maria non era tenuta in odore di santità e quindi vorrà evitare per quanto possibile delle noie considerato che queste non le saranno sicuramente mancate. E’ molto probabile che la Maria in questione sia Maria Picicco di cui è nota l’attività di sostegno e collaborazione con i confinati.

Conosce Campanile, ma non direttamente Maria Bosso, tanto che Umberto nell’informarla del loro matrimonio dice che è una delle due ragazze che abitavano di faccia a Meovaz (altro confinato triestino). Meticoloso, aggiunge che Maria ha comprato una cartoleria a Roma e Campanile, fa il rappresentante viaggiatore – Un mestiere adatto per lui che ha lo scilinguagnolo.

Umberto dà notizie di tanti confinati – che Carla di sicuro conosce personalmente – e ne traccia spesso le linee dei caratteri.

Così emerge un Gino Vittorio – marito di Civita Migliaccio – allegro, che gli dice che Napoli è tutto sole. E quando, probabilmente, Carla gli chiede se sta in cella con lui, Umberto risponde di no, che lo vede, però, nell’ora d’aria e che in fondo non è un cattivo ragazzo e tutti abbiamo i nostri difetti che qualche volta sono anche peggiori.

E per capire la rilevanza di Titì, il cane antifascista di cui ci parla anche Pertini, nei due coniugi fa capolino, fra le tante loro ansie e preoccupazioni, anche la preoccupazione per la sua sorte: la confinata Cesira Fiori, che  se ne occupa, nell’aprile del ’35 sarà trasferita ad Ustica e Titì resterà senza padrone. Chi se ne prenderà cura?

Ma le lettere ci dicono che Titì, nel giugno del 1936, nonostante sia vecchio è ancora vivo: svelto e furbo, sa cavarsela abbastanza bene, rileva Carla.

Nel novembre del ’36, Carla manda i saluti a Libera Scarpati (la signora Zovich) che è incinta e le augura un figlio maschio.

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E’ del 1936 la descrizione minuziosa di come funziona la sua mensa.

Nella descrizione, piuttosto ampia, colpisce la cura dell’ambiente, di cui era responsabile il cameriere di turno perché, oltre alla scrupolosa pulizia quotidiana, è suo compito anche mantenere il decoro della tavola con un vaso di fiori costantemente tenuti freschi.

La salute di Umberto non è molto forte, tanto che quando era in carcere lo hanno ricoverato presso l’infermeria dove poteva ricevere pasti più sostanziosi e adeguati alle sue esigenze. Carla è costantemente in pensiero per il suo peso perciò Umberto la tranquillizza sulla qualità della dieta alimentare che segue: è vero che paga una lira al giorno in più di quanto si paga in altre mense, ma il cibo è vario e abbondante.

Coglie ogni occasione per dirle quello che mangia, dalle marmellate, mandorle e dolci ricevuti dai diversi confinati nei pacchi natalizi da casa e messi in comune, al merluzzo appena pescato del mese di gennaio alla cacciagione del periodo primaverile, lasciandoci anche i prezzi di alcuni generi.

Così ci fa sapere che col passo degli uccelli ha potuto comprarne al costo di 4, 25 lire o addirittura a 3,50 lire al kg. Peccato che Mina (ndr. Minafò, il cuoco siciliano della loro mensa) non sappia cucinarli troppo bene e che la polenta, a Ponza, non è possibile trovarla buona
Oppure che nella primavera del ’36 i piselli freschi costavano 16,18 lire al Kg.

Non mancano informazioni sulla moda. A Ponza, in primavera ed estate, anche le ragazze, usano portare i sandali alla romana: si calzano senza calzini, sono comodi e costano poco.

C’è anche qualche notizia che non collima con le testimonianze dei ponzesi contemporanei: dal 4 luglio, per l’anno 1938, i confinati possono iniziare i bagni a Giancos.

Nella memoria isolana i confinati non sono mai andati oltre il posto di guardia all’ingresso del tunnel di Giancos, dal lato di Sant’Antonio. Ma d’altronde non c’è una memoria chiara di dove andassero. Genoveffa D’Atri, che da bambina veniva accompagnata alla Caletta, ricorda che lì andava a fare il bagno anche ras Immirù con il suo dejac,  e successivamente anche  gli internati slavi.

Sappiamo che la Caletta era la spiaggia riservata ai militari e al ceto più agiato dell’isola, mentre Sant’Antonio era frequentata da tutti i ceti. Allora, dove potevano bagnarsi i confinati politici senza interferire con le persone libere? Forse c’era un orario da rispettare? Interrogativo aperto.

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