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Le prove di forza: ‘a sacchètt’ ‘i cemènt’

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di Domenico Musco
Sisifo

 

Erano gli anni ’80 e io insegnavo a Ponza ‘Educazione Fisica’; ero nel pieno delle forze e ben allenato.
Questa premessa serve non per farmi i complimenti da solo ma per entrare nella mentalità di allora – e anche di molto prima – per definire i parametri di valutazione della forza e della resistenza di un essere umano.

Sull’isola, da ragazzino, spesso sentivo storie legate a sforzi mostruosi, sovrumani… E devo dire che le persone che ne erano state protagoniste avevano un riconoscimento dalla comunità molto elevato.

…Persone che erano andati a Palmarola a remi senza mai fermarsi per riposare; altre che erano state tutta una notte a caricare pietre senza smettere; altre avevano fatto percorsi enormi a nuoto…
Di prove di forza ce n’erano tantissime per essere considerato “uno buono”. Se non riuscivi, eri “uno normale” ma non “speciale” secondo i canoni di valore di allora.

 

Mi trovavo una mattina giù alle banchine e mi fermai nell’officina di Salvatore ’u meccanico (Panzatuòst’) e parlando del più e del meno, in un’officina piena di gente che stava là a chiacchierare – aspettavano l’ora del pranzo -, dissi che l’indomani sarei andato a Palmarola .
Non l’avessi mai detto! Come può immaginare chiunque conosce i ponzesi veri e Panzatuost’ in particolare (che subito ti chiedono qualcosa che gli può interessare), subito il meccanico mi dice: – Si vai ’ncopp Vardella, me puòrt’ ’na sacchètt’ i cimènt’?
E subito dopo mi dice: No no… Tu nun ci ha fai..!

Sapevo che portare un sacco di cemento – allora di 50 kg – sopra Vardella una di quelle prove da forza che pochi erano capaci di sostenere… Così peccai di presunzione e dissi davanti a tutti: – Che ci vuole! …volentieri te la porto sopra!
La sfida era partita!

Puntuale Salvatore la mattina dopo mi fece trovare un bel sacco di cemento da 50 kg (a titolo di cronaca ora tutti i pesi non devono superare per legge i 25 kg per diritto operaio).

Così partii con il mio gozzetto in direzione Palmarola; dopo un’ora e dieci ormeggiai a Vardella .

Vardella dall'alto. Il nido del gabbiano

Vista da Vardella verso il Faraglione di Mezzogiorno

Le rocce bianche sopra Vardella

Afferrai con tutta la mia forza il sacco di cemento e mi avviai per la salita, sicuro di passare nella lista degli uomini forti.

Chi non conosce quella salita deve sapere che non c’è un scalino uguale a un altro e la roccia spesso è scivolosa.

Mi inerpicai su per la salita convinto di farla in una sola tirata come facevano i veri portatori, ma dopo neanche 50 metri le gambe mi cominciarono a tremare e mi mancava il respiro: mi dovetti fermare per non essere sotterrato là per là dal peso del cemento…

Per non farla troppo lunga arrivai in cima alla montagna dopo aver fatto pausa per ben 12 volte – poco meno della via Crucis, che di stazioni ne ha quattordici o quindici – fermandomi ogni volta per più di 10 minuti.
Appena raggiunsi il pianoro che immetteva nel boschetto d’u carcariéll’, mi fermai per l’ultima volta, misi la testa sul sacco di cemento e, disteso sull’erba del pianoro (erano finiti gli scalini intagliati nella roccia), caddi in un sonno profondo che durò almeno un’ora .

Mi svegliai con una sensazione strana di pericolo-per-non-so-che-cosa… aprii gli occhi e… Ero circondato da gabbiani pronti a beccarmi, tipo film di Hitchcock!

BIRDS, THE (1963) - HEDREN, TIPPI. Credit: UNIVERSAL PICTURES / Album

Meno male che san Silverio protegge sempre i ponzesi! …Mi alzai di colpo pronto a combattere e ci furono strilli acuti di pennuti che si alzarono in volo per scappare.

Il rettilineo fino alla baracca fu come una pista di Formula uno! …il cemento non pesava proprio niente rispetto alla salita.

Tornato a Ponza dissi che il risultato l’avevo ottenuto ma non facevo parte di quei ponzesi veri che in una giornata erano capaci di portarne 50 di sacchi di cemento!

È proprio vero! Il mondo è cambiato..!

Punta Vardella e cala Brigantino. Sullo sfondo Ponza

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2 commenti per Le prove di forza: ‘a sacchètt’ ‘i cemènt’

  • isidorofeola

    Una cosa peggiore è portare una bombola del gas: dopo i primi 70 – 80 metri incomincia ad ondeggiare avanti e dietro ed hai l’impressione di perdere l’equilibrio e cadere nel dirupo sottostante assieme alla bombola anche se ci alternavamo nel trasporto io e Peppe Coppa (di Adalgiso). Per fortuna quella volta venne in soccorso il buon “Squirino” (Salvatore Pasqua) che aveva già portato in una sola tirata una bombola a “Girillo” (Ciro Porzio) che me la strappò letteralmente dalle spalle apostrofandoci con un misto di benevolenza e sfottò: “damma a me ca vuje’ sit bbuon sul’ a studià”.
    Per la cronaca giù a Vardella avevamo assistito ad un teatrino tra Squirino e Girillo: quest’ultimo aveva chiesto quando voleva per ogni viaggio per portare la roba sopra.
    Squirino avrebbe voluto dire: prendo cinquemila lire a viaggio, e pure se faccio cinque viaggi sempre cinquemila lire a viaggio mi devi dare; invece disse:”nu viaggio cinquemila lire, cinque viaggi cinquemila lire”. Al che Girillo disse: fammi cinque viaggi (ovviamente gli pagò quanto spettante non prima di averlo fatto tribolare e tenuto sulle spine per qualche giorno)

  • Silverio Guarino

    A parte l’aspetto ludico, goliardico e sportivo, corre l’obbligo di fare una riflessione sull’aspetto ecologico delle prove di forza riportate nel contributo e nel commento che ne è seguito.

    Il gas della bombola si è esaurito svolgendo il suo compito istituzionale nell’arrostire rotondi, capretti e cibi vari; la bombola è stata riportata vuota sull’isola maggiore, poi ricaricata e successivamente riusata.

    Il sacchetto di cemento, no.

    Lui è rimasto sull’isola più piccola, insieme a tanti altri sacchetti, quintali, tonnellate di cemento che hanno appesantito Palmarola per soddisfare gli appetiti e le esigenze dei “cavernicoli” (proprietari ed abitanti di caverne e grotte) dell’isola maggiore.

    Cemento che non è servito solo a sistemare “‘i riggiole” di zia Concettina a Via Roma 1 (grazie all’opera di Vito, ‘u mast’ che carburava bene solo con benzina del fieno), “riggiole” che, traballando sul pavimento, si muovevano come “‘n’arghinett”.

    E che i gabbiani avessero voluto manifestare il loro disappunto?

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