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Bambini ponzesi di una volta

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di Rosanna Conte
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Piccole donne e piccoli uomini crescono.

Quante esperienze hanno potuto accumulare i bambini ponzesi di una volta abituati a trascorrere le loro giornate fra le ore di scuola, ad aiutare i genitori nelle loro attività in campagna, sul mare o in casa, a giocare, nei momenti di libertà, con i coetanei per le strade, nella terra o sulle spiagge.

Se consideriamo l’intensità di esperienza che impregnava la loro vita, non ci possiamo meravigliare del comportamento di tre ragazzini di una volta, due biondine  di 8-9 anni e un maschietto di 12-13, pronti a risolvere un problema col piglio degli adulti.

Era il tardo pomeriggio di una domenica d’estate e alla punta del Molo un gruppo di ragazzini aspettava l’arrivo del piroscafo proveniente da Formia. Era un po’ un’abitudine, un modo come un altro di trascorrere il tempo.

Il vaporetto era appena attraccato e fra i tanti ponzesi che scendevano, c’era anche qualche sconosciuto turista.

Fra bagagli, saluti, strette di mano c’era la solita confusione che in breve si sciolse nella lunga scia di persone che risaliva verso la piazza.
I ragazzini si avviarono a seguito.

Tre di loro, due bambine ed un maschietto fratello di una di esse, rimasti più indietro, notarono che, distaccata dagli altri, ai piedi della passerella c’era una ragazzina della loro stessa età che seduta sulla sua valigia, piangeva.
– Perché piangi?
– Doveva venire qualcuno a prendermi per portarmi a casa, ma che non c’è nessuno.

Zannone%20Prima

I tre piccoli ponzesi non riuscivano a capire cosa ci fosse di drammatico.
– E tu non ricordi la strada? Ti possiamo accompagnare noi!
– Ma la mia casa è a Zannone! Sicuramente il marinaio si è dimenticato di venire e adesso dove vado?

I tre si compenetrarono nell’angoscia della ragazzina e avrebbero voluto aiutarla, ma come fare?
Il maschietto prese l’iniziativa
– Io ho la barca. Ti portiamo noi a Zannone.

Prese la valigia e, seguito dal gruppetto di bambine, attraversò il molo, la banchina e arrivò a Sant’Antonio.

La barca era ‘ncopp o summariell e non ci volle niente per i tre, una volta caricata la loro passeggera, a sciogliere le cime, mettere in moto il Seagull di due cavalli e tirare l’ancora.

Quanto tempo impiegarono per arrivare a Zannone e accompagnare la ragazzina fino alla villa, perché, pur essendo quasi buio, bisognava portare a termine l’impegno preso?

Arrivati alla sommità del viottolo, entrarono nella bianca cucina dove erano tre persone della servitù in divisa.

Appena scorsero i bambini, la donna, Maria che era ponzese, esclamò:
– S’è scordato di andare a prendere a’ criatura!

Imbarazzata, ma anche desiderosa di dimostrare che non era stata colpa sua, si dedicò esclusivamente all’accoglienza della signorina, ignorando del tutto i ragazzini ponzesi che nella loro generosa disponibilità si erano sobbarcati di una traversata così lunga.

Non fu loro offerto né un bicchiere d’acqua né una caramella né una preoccupata offerta di riaccompagnamento a Ponza!

Ma non è solo la servitù! Ci si chiede come fosse possibile per dei genitori non sapere che la loro piccola stava venendo sull’isola e che bisognava sollecitare il marinaio ad essere puntuale all’arrivo del vaporetto.

Certamente la bambina non era stata dimenticata sul molo, ma dimenticata e basta!

I tre piccoli ponzesi erano però soddisfatti di aver portato a termine un impegno importante. Così badarono poco alla irresponsabilità di chi aveva capito che i bambini stavano con una barca a motore soli in mezzo al mare e non aveva fatto una grinza.

Il problema per loro apparve una volta arrivati ‘ncopp o summariell.
Era ormai notte e sul marciapiede c’erano le due mamme in atteggiamento che non prometteva niente di buono.

Ovviamente, essendo ormai fatto notte da tempo e non vedendo rientrare i figli, erano andate alla loro ricerca e alla fine erano andate a denunciarne la scomparsa ai carabinieri.

Accortesi che mancava la barca, man mano che passava il tempo, diventavano sempre più angosciate e sulla spiaggia di Sant’Antonio guardavano disperatamente verso il mare fin dove il buio consentiva di vedere.

Quando avvistarono la barchetta respirarono, ma la loro angoscia si trasformò in furia. Aspettarono silenziosamente che mettessero piede a terra e poi… la punizione fu tremenda. Una volta si usava la cinghia e, in questo frangente, fu abbondantemente usata.

Una volta i figli si educavano così, seguendo il famoso proverbio Mazze e panelle fanno i figli belli, panelle senza mazza fanno i figli pazzi che era indiscutibilmente messo in atto.

Non so se il dolore dovuto alla cinghia sia stato maggiore o minore di quello della povera Annamaria dimenticata dal padre e dalla servitù e, se non avesse incontrato tre piccoli ponzesi, anche dal mondo intero.

 

I protagonisti dell’episodio narrato sono Rosanna Migliaccio, Maria e Peppino Marcone, mentre la piccola dimenticata è Annamaria Casati, figlia del marchese Casati .

La barchetta di legno a motore era stata acquistata di recente da Vincenzo Marcone, il papà di Peppino e Maria, per trasportare il materiale sulla Ravia dove stava ristrutturando i resti del fortino Bentick per farne l’abitazione che caratterizza ancora  oggi lo scoglio all’ingresso del porto.

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6 commenti per Bambini ponzesi di una volta

  • Vediamo un po’ di commentare a distanza di anni questa esperienza giovanile:
    I Casati erano evidentemente distratti da troppi svaghi. La bambina viaggiava da sola ma non era autosufficiente infatti poteva rivolgersi ai carabinieri che potevano mettersi in contatto con quelli di Zannone, invece ha avuto solo la capacità di piangere.
    I Signori Casati (e la signora di Ponza al loro servizio) oltre alla distrazione si sono dimostrati irriconoscenti, non ringraziando i ragazzi e poi ancora una volta irresponsabili abbandonando i giovani ponzesi al loro destino. Malissimo!

    I giovanissimi ponzesi erano invece troppo avventurosi: prendere una barca senza avvisare nessuno e poi non per andare a Frontone ma a Zannone con un motore di 2 cv non era normale; era più normale – vista la bambina in difficoltà – avvisare un adulto.
    A questo punto sarebbe interessante conoscere che cosa ha insegnato quella esperienza a quei bambini oggi adulti.

  • polina ambrosino

    Storia meravigliosa, alla Huckleberry Finn, compagno intrepido di Tom Sawyer… Capisco, Vincenzo, il tuo commento da adulto e padre. Ma, per un attimo, ho visto una Ponza e dei bambini ponzesi che vivevano l’isola come la loro casa, che prendevano la barca come oggi si prende la bici, che sapevano guidare un motore, ormeggiare la barca, nuotare, e soprattutto, non temevano il mare. Incoscienti, di certo, ma sinceramente ce ne fossero di bambini che invece di picchiarsi e litigare per un nonnulla, si armano di coraggio per aiutare una bambina, decisamente più sfortunata di loro, visti gli assurdi genitori, a raggiungere la sua casa sull’isola dell’isola… Ce ne fossero! Oggi i bambini non hanno autonomia, non si sanno allacciare le scarpe, quasi nessuno sa fare una commissione come andare a comprare il pane perché per i moderni genitori “è pericoloso mandarli a fare a la spesa da soli…” L’avventura raccontata da Rosanna ha, ovviamente, i suoi lati pericolosi, ma di certo i bambini di ieri, pur essendo bambini, sapevano cavarsela, avevano maggiore senso di solidarietà per chi era in difficoltà, maggiore empatia, e, questo è innegabile, VIVEVANO IL LORO TERRITORIO, conoscevano le strade, i vicoli, i nascondigli, le coste e gli scogli come oggi nemmeno gli adulti… EST MODUS IN REBUS, dicevano i Latini… il modo non è quello di dimenticare i bambini e lasciarli troppo liberi, ma dare loro fiducia affinché non temano la loro ombra, insegnare loro ad affrontare i pericoli perché la vita non è una passeggiata e cercare di esserci sempre, ma anche da lontano. Oggi quella bambina non sarebbe rimasta a piangere, perché di certo un adulto l’avrebbe portata dai carabinieri e fatto avvisare la famiglia… perché nessun bambino, in gruppo con altri amici, sarebbe stato li ad aspettare lo sbarco della nave… che tristezza, mi viene da dire…

  • Luisa Guarino

    La storia raccontata da Rosanna sembra incredibile, ma tra l’altro i protagonisti hanno nome e cognome, e possono confermare ogni virgola. Oggi una vicenda del genere non sarebbe davvero possibile. Eppure, tutto sommato, i bambini di Ponza non sono poi cambiati così tanto. La considerazione l’ho fatta un pomeriggio, dietro la scogliera, poco tempo fa. L’aliscafo tardava a causa del mare mosso, e piccoli e grandi eravamo lì un po’ impazienti ad aspettare. C’era il ragazzino che allungava il collo per la cuginetta piccolissima che arrivava; nel frattempo scambiava quattro chiacchiere con un gruppetto di coetanei, sugli otto anni ma anche meno. Erano lì a pescare, con esche e lenze: salivano sugli scogli, correvano, provavano a tirare su qualche pesce. Si aiutavano ma si facevano anche dispetti. Il grande controllava il fratello più piccolo. Mi sono sembrati autonomi, indipendenti, capaci di cavarsela da soli. In altri posti mare a strapiombo, scogli pericolosi, ami taglienti sarebbero un deterrente per tutti i bambini, non fosse altro per i divieti delle madri. A Ponza no. Quei bambini non mi sono sembrati tanto diversi da noi, quando avevamo la loro stessa età.

  • Io Polina ho dato un giudizio negativo ad un comportamento irresponsabile di adulti di altri tempi: le madri di Ponza, che io ho conosciuto, degli anni sessanta, malgrado a servizio dei nobili, non si sarebbe mai comportate così.
    In quell’epoca, tutto era controllato dagli adulti: dalla sedia, alla dispensa, al pezzo di legno figuriamoci di una barca. Le incombenze quotidiane: sveglia, gioco, uscite e rientri a casa, cene e pranzi ecc) erano regolati dalla luce del sole e venivano rispettati da tutti a cominciare dagli adulti.
    L’irresponsabilità di quei bambini non è normale proprio per quei tempi, posso capirla oggi, dove l’educazione sfugge al controllo dei genitori: internet è l’istruzione personalizzata che crea comportamenti individuali per cui i nostri ragazzi possono emulare eroi e antieroi globali.
    Ieri non era così, quella autonomia di cui si parla era imitazione di comportamenti che si apprendevano da padre in figlio, da zio a nipote ecc.
    I ragazzi di oggi, purtroppo o per fortuna, sono capaci di viaggiare in lungo e largo il mondo e sono sfuggiti al controllo dell’educazione territoriale e dei genitori.

    Per questo io ho chiesto ai protagonisti della storia, quali sono stati gli apprendimenti ricevuti e a distanza di anni come giudicano quei bambini e quegli adulti ricchi e meno ricchi.

  • silverio lamonica1

    Il fatto dimostra chiaramente che, di solito “nobiltà del blasone” e “nobiltà d’animo” non coincidono. Non a caso i blasoni contengono molto spesso immagini di aquile, leoni e altre fiere, proprio perché i così detti “nobili” intendevano dare al “volgo” l’idea del comando, della sopraffazione. Nel blasone dei Casati – le due aquile nere, dall’aspetto minaccioso e sinistro, direi profetiche, data la misera fine dell’ultimo “rampollo” – si alternano a due torri che, accoppiate agli uccelli rapaci, danno l’idea della chiusura e dell’indifferenza totale per il prossimo, anche se quest’ultimo reca loro dei benefici, come nel caso in questione.

  • polina ambrosino

    Vedi, Vincenzo, io non intendevo dire che i genitori dell’epoca non fossero responsabili, anzi! Ma di sicuro i bambini dell’epoca venivano presto responsabilizzati e quindi se stavano fuori casa per tutto il pomeriggio, di certo non c’era la madre dietro a guardarli: quelle madri non avevano la lavatrice che faceva il bucato, non avevano la donna delle pulizie, non usavano avere la baby sitter, per cui i figli, appena iniziavano a camminare, venivano “istruiti” anche a “non farsi male che prendevano il resto”, ad uscire e a ritornare sani e salvi, ad aiutare in casa, a vestirsi e lavarsi da soli, ecc ecc… e questo anche per la mia generazione che non è quella del racconto.
    Oggi è vero che ci sono alcuni bambini ponzesi che li vedi gironzolare a tutte le ore fra la banchina e la scogliera a pescare con le lenze o con un pallone fra i piedi, ma non hanno alcuna idea di cosa sia la responsabilità del guidare una barca da soli, o del prendersi davvero cura dell’altro… io lavoro con i bambini, ogni giorno, e so che l’infanzia di oggi è più ricca di oggetti ma poverissima di esperienze valide, eccezioni a parte… e purtroppo questo non è colpa loro…

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