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Casa dolce casa

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di Enzo di Giovanni
Casa. Isola

 

Non ricordo chi disse che l’Umanità ha un certo numero di storie che ama raccontarsi, che si ripetono in tempi diversi con personaggi ed ambientazione diversi, ma con medesimo intreccio.
Avviene così anche in Ponza racconta.

Una delle più storie più frequenti che proponiamo è quella che riguarda il destino di Ponza, stretta tra residenzialità ed abbandono. Ce lo siamo appunto raccontato in tutte le salse, fin quasi all’esasperazione. Non per compulsività, ma perché con tutta evidenza la questione è non solo attuale, ma probabilmente decisiva per il nostro futuro di isolani.

Il bel pezzo di Giuseppe Mazzella (leggi qui) introduce un elemento nuovo nella dinamica di questo racconto: ci riporta indietro ai tempi in cui la preoccupazione era di mantenere la popolazione al di sotto della fatidica soglia delle cinquemila anime: detta oggi, questa variabile sul tema assume una colorazione vagamente ironica!
Ben presto ci siamo dovuti accorgere che il vero problema infatti era, al contrario, quella di riuscire a mantenere certi numeri.

Ricordo ad esempio un consiglio comunale del 2003 in cui il sottoscritto, in qualità di rappresentante di un comitato di genitori, presentò una relazione in Consiglio Comunale, in cui si manifestava da parte degli stessi la preoccupazione che la continua emorragia di residenti avrebbe portato presto alla perdita di servizi essenziali, tra cui nello specifico la possibile riduzione dei plessi scolastici. All’epoca riuscimmo ad evitare accorpamenti perché la condizione di comunità disagiata ci consentiva di “sforare” in negativo i numeri minimi occorrenti.
Ma allora non eravamo attanagliati dalla crisi economica; erano anni in cui vi erano allo studio del Parlamento disegni di legge con incentivi per favorire la residenzialità nei comuni al di sotto, appunto, dei cinquemila abitanti, e non i tagli a cui ci siamo sempre più abituati.

Cinquemila evidentemente è il numero magico identificato come limite in cui una comunità “decide” se esistere o se essere condannata alla scomparsa.

È un fenomeno, purtroppo, che si sta sviluppando molto anche in Italia, che storicamente ne era immune: contrariamente agli altri paesi dell’area euro connotati da grandi aree metropolitane, il belpaese, per peculiarità territoriali e storiche, è sempre stato caratterizzato da una miriade di paesi piccoli, eredi di quella frammentazione feudale che è il nostro vero tessuto connettivo, ma che oggi è in forte crisi, di pari passo con la crisi della piccola distribuzione, delle aziende a carattere familiare.
Messa così, noi non dovremmo avere alcuna possibilità di sopravvivere: siamo ben al di sotto di certi numeri, e non da oggi!

Quanti paesi, che non vantano il nostro appeal, sono già scomparsi?
Quanti sindaci sotto i cinquemila mettono in vendita abitazioni abbandonate alla cifra simbolica di un euro, per cercare di frenare l’inedia, la chiusura dell’ultimo fornaio, dell’ultima bottega?
Ma allora perché, nonostante tutto, esistiamo ancora e possiamo ancora permetterci di discutere, seppur troppo spesso solo via web?
Per lo stesso motivo che sotto altri aspetti è la nostra dannazione: perché siamo una località ad alta valenza turistica.

Quella spada di Damocle, continuamente evocata e rappresentata dal rischio concretissimo di diventare un villaggio vacanze con le economie che contano in mano a gruppi esterni, e con i pochi ponzesi r-esistenti ridotti a fare la danza della pioggia in costume per campare, è proprio ciò che ci tiene ancora in vita.

Non sembra, ma abbiamo ancora il potere di far sì che quel numero, cinquemila, per noi non conti nulla.
Perché sta a noi valutare se e come volere un porto, una piazza, un museo, un centro culturale. Se costruire una cucina di territorio. Se recuperare tradizioni, inventarsi attività legate al territorio.
Se, in ultima analisi, essere parte attiva di un processo di sviluppo, o subirlo.

Bambini.-Disegno

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