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La volta che zia Iole andò in Paradiso. (1)

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di Emanuela Siciliani

 

Avevo perso mio padre da poco e incontrare zia Iole, sua sorella, leniva un po’ il dolore per la sua perdita. Stando con lei mi sembrava che lui stesse lì con noi, seduto in veranda a sorseggiare un bicchiere di vino.

I racconti di zia Iole – grande narratrice e grandissima donna – li avevo ascoltati per anni: la lunga storia d’amore con il marito, Zio Mario, un amore tempestoso e bellissimo, lui gran paravento, lei innamoratissima. Benché innamorata – o proprio perché innamorata – non aveva esitato a trasformarsi in una belva, quando aveva scoperto che aveva un’amante, una commessa della Upim piuttosto ordinaria. Niente a che vedere con la furia vitale e ridente di Iole, un lavoro alla Technicolor al montaggio pellicole.

Era l’epoca in cui Alberto Sordi visionava il montaggio dell’ultimo film di cui era stato protagonista. Avevano lavorato insieme giorno e notte per una settimana e il grande Alberto mangiava ’a pasta e facioli di zia, rimanendo incantato da lei e dai fagioli.
Quella storia la sapevano anche i muri di Cinecittà – dove zia abitava – e del piccolo paese abruzzese in cui marito e figli andavano a caccia e di cui tutta la famiglia era originaria. Prendevano in giro affettuosamente i burini, loro che erano di città e tenuti nel debito riguardo dal piccolo paese di tre case e un bar sulla strada.

Casa in Abbruzzo

Negli anni della pensione zia Iole si era ritirata nel paese in Abruzzo, una casa piena di sole con un terrazzo guarnito di erbe aromatiche in vaso e una dispensa da far impallidire un Fauchon a Parigi: cinghiale, polenta, uccelletti, fagiano, lepre, ogni sorta di prelibatezza, coltivata come zio Paperone il suo deposito.
Da quella dispensa estraeva ogni ben di Dio quando la domenica arrivavano i figli cacciatori, o chiunque volesse fare onore alla sua tavola, che imbandiva come fosse la governante del Faraone.
Mitiche le sue fettuccine al sugo tirato alla carne, imbattibili i ravioli di ricotta, per gusto e per misura.
Una volta mio fratello riuscì a mangiare nove fettine panate – lei sorniona continuava a servirlo fino a farlo scoppiare – e rimase per sempre nel Guinness dei primati. Mio fratello digerì le nove fettine a meraviglia, doveva avere uno stomaco di ferro.

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Vedute d’Abruzzo, dalla casa di zia Iole: Valle Roveto

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Una volta portai zia Iole a Ponza, dove riuscì a fare una polentata per 20 persone e a tenere tutti incollati al tavolo ad ascoltare i suoi racconti, le sue barzellette – non si riusciva mai a capire dove finisse la verità e iniziasse la favola – sempre gli stessi ma ogni volta narrati con qualche particolare inedito o un semplice cambio di tono, da attrice consumata.

Era andata una volta in Riviera con due amiche della Technicolor, si era separata e a suo dire – non avrebbe disdegnato un’avventura galante del tipo: – Trovo qualcuno che mi fa ridere (intendendo che ha i soldi!).
Si era fatta un vestito lungo da sera turchese e sandali in tinta, si sentiva bella, come non lo era da tanto. Era la sua prima vacanza in hotel, con le amiche. Doveva avere preso un terno al lotto perché di soldi da sciupare non ne aveva mai avuti.
Un pomeriggio che era al bar con le amiche, un signore di una certa età, dopo un’amabile conversazione in cui mia zia si era data un certo tono, le aveva invitate a ballare in una balera del paese vicino.

I preparativi occuparono ogni istante, dal momento in cui dissero sì all’invito del gentiluomo. Sì, doveva trattarsi proprio di un signore agiato, pensava mia zia mentre si passava il rimmel sulle ciglia, si vede da come era vestito e poi quei modi, così gentili…..

La serata andò bene e mia zia, tra un tango e una mazurca, ebbe modo di chiedere al signore – che la preferiva evidentemente alle altre due – che lavoro facesse.
Il signore non si era dilungato troppo sulla sua occupazione ma aveva lasciato intendere che lavorava nel campo dell’ecologia. L’ecologia? Ma avrà una fabbrica? Un ufficio?
Il signore aveva sorvolato.
Si erano lasciati a notte fonda, con la promessa di rivedersi al più presto, lui le aveva sfiorato la mano con un bacio.

Zia era andata a letto che gongolava e – complice un bicchierino di vermouth, bevuto alla balera – era caduta in un sonno leggero ed agitato.
All’alba aveva aperto gli occhi con un filo di mal di testa.
Il vermouth – pensò.
Dalla porta finestra del balcone- affacciato sulla piazza del paese – entrava un venticello leggero e un odore di pioggia di fine estate. Ma no, non era pioggia quel rumore, piuttosto sembrava un camioncino e la pioggia uno spruzzo: Fsthhhhhhfftt…
Zia Iole pigramente si alzò, il primo pensiero alla serata appena trascorsa e alla promessa di rivedere quel signore del ballo al più presto.
In vestaglia a fioroni si affacciò a quel balcone e inforcando gli occhiali riuscì a distinguere nel netturbino che lavava la strada il signore del ballo…
L’amore finì in quell’istante ma con questo racconto – chissà se vero o di fantasia – riempì tante, divertenti serate.

Zia Iole con Emanuela e Lorella

Zia Iole con Emanuela e Lorella, sul suo terrazzo, più di qualche anno fa

Quando le proposi di venire con noi in Sri Lanka all’inizio non voleva neppure crederci. In realtà non stava nella pelle ogni volta che ne facevo cenno…

 

[La volta che zia Iole andò in Paradiso. (1) – Continua]

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