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Ritratti fornesi. Assunta Avellino: “Quel mio bel Montagnone…”

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di Giuseppe MazzellaAssunta Avellino a 95 anni

 

“Eravamo poco più di dieci famiglie. E c’era tra noi una grande solidarietà. Ognuno correva in aiuto dell’altro e la sera ci si riuniva nel cortile di casa di mio padre Gennaro, che era poi la casa di mio nonno Giuseppe, per raccontarci la giornata e confidarci le nostre speranze e le nostre paure”.

Montagnone.2

Il Montagnone, oggi 

Così Assunta Avellino racconta di quel grappolo di case abbarbicate sul Montagnone, un tempo noto come montagna di Peppantonio Avellino e di Peppe Tricoli, una collina a Nord di Ponza, dove poche famiglie provenienti nel 1772 da Torre del Greco diedero vita alla prima comunità di Le Forna.
Assunta, a quasi 95 anni, ricorda oggi con nitidezza e nostalgia quegli anni lontani, quando un mondo semplice sembrava racchiudere tutta la felicità.

“Oggi abito a Calacaparra e quella casa è ormai un rudere invaso dalle erbe e dagli arbusti selvatici. Una casa che è stata per decenni il luogo di incontro di tutte le famiglie del vicinato.
Mio padre, Gennaro, aveva come soprannome Caparossa, perché aveva i capelli rossastri.
Nel nostro cortile di casa le sere d’estate, alla luce della luna, si facevano le ore tarde per sentire raccontare storie antiche.
In una di quelle per me memorabili serate mi è stato raccontato, da mia madre Civita, che durante la prima guerra mondiale, quando non si sapeva se mio fratello Giuseppe più grande che era al fronte fosse ancora vivo, dopo il rosario che recitava ogni sera, era andata a dormire.
Nel dormiveglia le era allora apparso ’nu munaciello con una lanterna accesa in mano che le diceva, rincuorandola, di non preoccuparsi, che il figlio sarebbe tornato presto.
Mia madre però, dopo aver raccontato dell’apparizione, forse a causa dello spavento, perse la voce che le ritornò solo dopo molti massaggi di aceto.
Qualcuno suggerì che’u munaciello forse non voleva essere sbruvugnato (scoperto) e per questo le aveva fatto perdere la parola. Di lì a pochi giorni mio fratello, come era stato annunciato dal munaciello, tornava a casa sano e salvo.

Ricordo che c’era chi metteva addirittura un piatto di legumi cotti per il munaciello di Cala Fonte, che ritrovavamo regolarmente vuotato.
Lo si faceva perché non spaventasse grandi e bambini e proteggesse i pescatori che andavano al mare.

Ricordo anche che un certo Giovanni Vitiello, che aveva una piccola cantina per la mescita di vino dietro la Chiesa di Le Forna. Conduceva una vita allegra, senza lavorare. A chi gli chiedeva come facesse a sopravvivere, rispondeva che aveva rinvenuto giù alla Caletta 10 marenghi d’oro, che lo avevano fatto diventare benestante”.

E i giochi?

“Oltre ai tradizionali giochi che potevamo fare noi bambine senza una bambola e senza giocattoli, io amavo molto gli indovinelli, che ancora ricordo”.
E subito ne sciorina due in scioltezza e con un sorriso ironico nello sguardo:
A mamma pile pelossa, tene carne, pile e ossa; a figlia pile pelossa, nu tene né carne, né pile né ossa. Che cosa è?’ (La mamma di pelo, pelle e ossa ha carne, peli e ossa; la figlia pelo pelle e ossa, non ha né carne, né peli né ossa).
Alla mia titubanza rivela tutta giuliva: “Sono la pecora e il latte!”.

E subito ne recita un altro: È bell’a vede’, è car’ ’a’ccattà, ienghele ’i carne e lascial’a sta’ (È bello a vedersi, è caro ad acquistarlo, riempilo di carne e lascialo stare).
Cosa è? È l’anello!” …e accompagna la soluzione con una larga risata.

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Guarda e ascolta qui, su YouTube:

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Assunta, quindi sei vissuta sul Montagnone fino al matrimonio.

“Sì, quello è stato il mio mondo. Lì lavoravamo la terra. Noi piccoli aiutavamo andando a caccia di uccelli. Era una gara tra noi a chi ne prendeva di più.
Usavamo ’i tagliole, i lacciuoli e ’i pesarole, un rudimentale congegno fatto di canne e di virgulti di viti su cui poggiavamo dei sassi, che scattavano per imprigionare gli uccelli in un piccolo incavo del terreno, da cui li recuperavamo ancora vivi. Uccelli che conservavamo per l’inverno sotto olio.
Al tempo questa era la nostra dieta di carne, oltre ai conigli e alle galline.
Per la verità la mia famiglia possedeva anche due tre pecore, da cui ricavavamo la lana. Imparai a pochi anni ad usare il fuso: quanti indumenti, per la verità un po’ grezzi, riuscivamo a realizzare! E poi, festa nella festa, allevavamo, come molte altre famiglie, un maiale che a Natale ci dava tutto quel ben di Dio per festeggiare solennemente la ricorrenza.

Per l’acqua da bere, al di là dei nostri pozzi, per lo più insalubre e piena di vermi, andavamo a prenderla all’antico acquedotto di Cala Fontana o di Cala Inferno.
Mio nonno Gennaro, poi, era capace di curare le scottature e i dolori di stomaco.
Una volta, dopo mesi di cure inutili, il figlio di Tommaso ’i Ciomma si era rivolto a lui ed era stato sanato. Per ringraziarlo gli regalò una grossa confezione di sigari che mio nonno esibiva tutto orgoglioso ai vicini e ai parenti”.

Che lavoro facevano i tuoi genitori?

“Erano soprattutto pescatori, ma anche contadini. Avevamo molta terra che coltivavano fino al più piccolo lembo, soprattutto a viti.
Viti che producevano un ottimo vino… ricordo che da Ponza Erasmo Aprea, con bottega e spaccio alla Punta Bianca, veniva a prenderlo a barili con gli asini.
Coltivavamo anche legumi, come lenticchie, piselli, fave e cicerchie, ma anche culetuotene (1), utilizzati per gli animali, ma che anche noi non disdegnavamo di mangiare.
Producevamo anche grano, quel che bastava per le nostre esigenze familiari.
Pur nella nostra vita semplice e sobria, non ci mancava niente. Al di fuori di Ponza compravamo solo la pasta che ci arrivava da Formia.

Mio padre con gli zii andavano anche a lavorare all’isola di Gavi per scavare il caolino. Con il caolino, poi, noi facevamo anche dei saponi con cui lavare i panni.
Durante la guerra Ponza restò isolata dopo l’affondamento del Santa Lucia e anche qui si cominciò a soffrire la fame.

Allora i miei zii tentarono di sorprendere la foca monaca che dormiva nella grotta d’u Quadrillo (2); ma non vi riuscirono. La foca fece loro spavento, guadagnando l’uscita. Da allora non è stata più vista”.

Da bambina e da giovane, avevi l’abitudine di fare i bagni?

“Sì, assieme alle mie cugine e amiche, andavamo giù a Cala Fonte. Facevamo il bagno con le vesti e comunque non più di quattro cinque volte ogni estate; e solo nel mese di agosto, quando il caldo era veramente forte.
Un’estate, ricordo, la roccia della parete di Cala Fonte cominciò a franare e due mie amiche si salvarono gettandosi a mare. Era intorno al 1930, io avevo poco più di dieci anni”.

Quando ti sei sposata?

“Mi sono sposata con Clemente Aprea nel 1941, ed ho avuto quattro figli, un maschio e tre femmine, di cui una purtroppo morì di pochi mesi.

Per il matrimonio, dopo la cerimonia religiosa – era allora parroco don Francesco Sandolo – facemmo una piccola festa a casa per i circa cinquanta invitati con un pranzo a base di galline e conigli, chiuso con un dolce-panettone sempre cucinato in casa sulle nostre cucine a legno.
Un po’ di musica era assicurata dalla fisarmonica da Agostino Aprea, padre dell’ingegner Aniello. All’epoca, poi, non c’era la luce elettrica a Le Forna e ci servivamo di lumi a petrolio e di candele o di piccole lampade ad olio con stoppino.

Alla quella fioca luce ho imparato a ricamare e a cucire. Mentre di giorno imitavo i nonni nel costruire piccoli cesti utili per la raccolta dell’uva e dei fichi e lavoravo la canapa con cui ricavavamo delle corde utilizzate per le nasse. Una passione che mi è rimasta fino ad oggi e che pratico di tanto in tanto”.

Assunta al lavoro
Assunta prepara le ginestre secche che serviranno per legare le viti, in una foto di qualche anno fa

Sei vissuta sempre a Ponza?

“No, sono stata sette mesi in Canada, dove ora vive una mia figlia.
Quando tornai trovai con dolore tutte le viti tagliate. Da allora, anche a causa della mia età che avanzava, le nostre terre sono andate lentamente inselvatichendosi.
Noi avevamo terre dappertutto e un bel pezzo lo abbiamo sopra “Scarfisso” che ho coltivato al prezzo di grandi sacrifici fino a circa venti anni fa, quando mio marito era già morto.
A me dispiaceva vedere la nostra terra incolta. Una volta mio padre aveva espresso il desiderio di vendere tutte le sue proprietà ed emigrare. L’avesse fatto! Meglio che vedere la casa abbandonata, le viti, i palemiént’ dove lavoravamo l’uva, le grotte per gli animali sfondate…
Io ho cercato di affrontare un impegno che si è subito rivelato impossibile per le mie forze. I tempi cambiano, ma a me dispiace molto vedere quelle catene (i terrazzamenti) un tempo fiorenti, abbandonate e coperte ’i rustine (di rovi)”.
Per mitigare la tristezza dei suoi pensieri mi mostra allora orgogliosa un bel Gesù bambino in terracotta appartenuto ai suoi genitori. Lo abbraccia quasi come un figlio, con delicatezza, mentre lo sguardo si perde lontano verso il suo bel Montagnone e i ricordi dell’infanzia lontana.

Il Montagnone

Assunta con la statuetta di Gesù Bambino

 

Note
(1) culetuòtene – leguminosa, selvatica ma anche coltivata in passato – Vicia sativa, var. macrocarpa -, più piccolo della fava (leggi qui e qui)

(2) Quadrillo – il nome deriva forse dal fatto che aveva forma quadra – NdA).

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