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I riti del solstizio d’estate e la festa di S. Giovanni (2)

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di Rosanna Conte

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Ma cosa avveniva  la notte della vigilia in cui si vegliava accanto al fuoco? Nelle tradizioni nordiche, prima richiamate, si riteneva questa notte, una notte magica. Pensiamo che Shakespeare su questo ha scritto uno dei suoi capolavori, la commedia Sogno di una notte di mezza estate, in cui si sprecano magie, folletti, elfi e fate …Ma anche da noi, visto che si mettevano i sacchetti sotto la porta per non far entrare le janare che, però, sono streghe e  di un tipo particolare originario di Benevento.

L’origine del legame fra le streghe e la città campana risale molto indietro nel tempo.

In epoca romana, a Benevento c’era un importante tempio dedicato a Iside, in cui si veneravano anche Ecate e Diana. Queste tre divinità erano collegate alla magia e a riti che si svolgevano nelle selve.

Iside, dea egizia della maternità, della fertilità e della magia. Avendo fatto rinascere il suo Osiride per ben due volte, rappresentava l’amore femminile divenuto consapevole del suo potere ed era associata alla morte.

Iside

Ecate faceva incantesimi e viaggiava tra i regni dei vivi e dei morti; era raffigurata con tre volti (fanciulla, adulta, vecchia) e la sua effigie veniva posta nei trivi. Essendo di natura bisessuata aveva potere di vita su tutti gli elementi.

Ecate dai tre volti

Ecate dai tre volti

Diana era signora delle selve, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, cui assicurava parti non dolorosi, e dispensatrice della sovranità.
Era venerata come divinità trina, punto di congiunzione della Terra e della Luna per personificare il Cielo, in contrasto con Ecate cui era riservato il Regno dei Morti. E’ dal suo nome che deriva  la parola  janara.

Artemide o Diana. Versailles

Le donne beneventane avevano venerato queste divinità per secoli, ma con l’avvento del cristianesimo, che ne proibì il culto, furono costrette a praticarlo  in luoghi più isolati, nei boschi.

A ciò si aggiunge  un rito particolare introdotto dai Longobardi nel VII secolo lungo il fiume Sabato, a Pian della Cappella: appendevano la pelle di un caprone ad un albero di noce, venerato per secoli, e, per ingraziarsi il dio Wotan, correvano, urlando sui loro cavalli, per infilzarla, strapparne una parte e mangiarla.

Ci voleva poco ad assimilare le donne ed i guerrieri longobardi alla genia di coloro che avevano a che fare col demonio e l’albero intorno al quale avveniva il rito non poteva che essere il noce, molto diffuso nel beneventano e ricco di frutti nel periodo del solstizio d’estate.

Ce lo testimonia la formula magica che le donne, accusate di essere streghe – siamo tra i secoli XV e XVII – dicevano, sotto tortura, di recitare per i loro malefici. Si ritrova nei verbali, come confessione di colpa:

«Unguento unguento
portami al noce di Benevento
sopra l’acqua e sopra il vento
e sopra ogni altro maltempo» 

I sabba a cui si diceva partecipassero le streghe erano distribuiti nel corso dell’anno, nei momenti più importanti tra i quali non potevano mancare gli equinozi e i solstizi.

Benevento Sabba Streghe

Così, la magia della notte di San Giovanni è arrivata fino a noi anche con la paura della janara che può passare perfino sotto la porta (e qui ci potrebbe essere l’aggancio per un’altra possibile etimologia della parola janara, dal momento che porta in latino si diceva janua), per cui si mettevano i sacchetti di sabbia.

Ma, in maniera positiva e dal più lontano mondo pre-cristiano, è arrivata anche la credenza che la rugiada di quella notte, gravida di fertilità in quanto esito dell’unione tra il sole e la luna, fosse magica e potenziasse le capacità vitali degli elementi che la toccavano. Da qui la raccolta delle erbe per pozioni, unguenti e talismani.

A Procida, oltre al nocino liquoroso, si preparava anche quello curativo che, ve lo assicuro per esperienza personale, aveva un effetto immediato sui disturbi della cattiva digestione.

Si preparava con le noci fresche, foglie di agrumi, ortica, “erba di muro” (presumo la parietara), malvarosa, menta selvatica, malva selvatica, rovo,”spicanardo denterellato” (tipo di lavanda), ramoscelli di cedrata e rosmarino.

Nella piccola isola partenopea, inoltre, le streghe erano rappresentate dall’unificazione di due  figure femminili che imperversavano nel caldo della controra estiva, la Giuritta e Giuvanna.
Ambedue erano collegate, da un lato, al rischio del colpo di sole e dall’altro a immagini dei testi sacri attraverso il taglio della testa: Giuditta, eroina biblica, aveva tagliato la testa ad Oloferne liberando il suo popolo dall’assedio nemico, ed Erodiade, concubina di Erode, aveva fatto decapitare  Giovanni Battista, di cui metonimicamente, nell’immaginario popolare aveva assunto il nome. Il solstizio d’estate dava inizio al loro passaggio.

Oggi non si nomina più la Giuritta e Giuanna, si ritrova solo fra le pagine di qualche libro che raccoglie le memorie o nei ricordi esposti in qualche post su facebook, come è capitato a me incrociando gli umori di un vecchio amico che da anni vive in Russia e che il 21 giugno ha segnalato il solstizio d’estate con tanti spunti tra i quali non poteva mancare quello che gli arrivava dalla sua Procida.

Fra i nostri lettori ponzesi c’è qualcuno che può arricchire la nostra memoria sulle tradizioni legate a San Giovanni?

 

 

[I riti del solstizio d’estate e la festa di S. Giovanni (2) – Fine]

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