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Risorgimento e antirisorgimento nel Lazio meridionale (4)

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di Antonio Di FazioAllegoria del Risorgimento

Per le puntate precedenti, digitare – Risorgimento e antirisorgimento – nel riquadro CERCA NEL SITO, in Frontespizio

 

5 –  Gaeta, città martire.

L’importanza della vicenda gaetana traspare dall’amplissima bibliografia esistente, che però è quasi tutta interessata alle vicende del lungo e disastroso assedio. Ma già oltre trenta anni fa Alfonso Scirocco in un breve saggio inserito nel volume Gaeta e l’assedio del 1860-61, edito in occasione della mostra sulle tempere di Carlo Bossoli tenuta al locale ‘Centro storico culturale’ nel 1978, sapeva individuare con chiarezza la problematica nuova dell’impatto del Risorgimento in queste terre, sostenendo che la documentazione disponibile, ancora poco nota e poco sondata, «rende la cronaca dei primi anni di Gaeta ‘italiana’ di un interesse che trascende quello puramente cittadino». È verissimo. Eppure nelle occasioni ‘ufficiali’ di ricerca e di commemorazione, da ‘Italia 150’ alle iniziative di ‘Rai Educational’ e del ‘Corriere della sera’ Gaeta (come Civitella del Tronto, o come il lager di Fenestrelle dove furono eliminati e sciolti nella calce migliaia di prigionieri borbonici che si rifiutarono di servire il nuovo padrone) continua a non esistere.
L’aver lasciato il tema alle congreghe filo-borboniche o a giornalistucoli in cerca di spazio e incapaci di correlarsi con la realtà locale oltre che di informarsi ed esporre con correttezza le cose, non può che ribadire e, se possibile, accentuare gli effetti della ghettizzazione.

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La batteria Santa Maria della fortezza di Gaeta dopo l’assedio. Sullo sfondo, la squadra navale che partecipò ai bombardamenti

Dopo aver sfondato a Mola, come visto, l’esercito piemontese si riversò sulla roccaforte di Gaeta.
Il disastroso assedio che di lì a pochi giorni venne intrapreso, con massicci cannoneggiamenti, durò 93 giorni fra il 12.11.’60 e il 13.2.’61.
Alla fine Gaeta si arrese, la famiglia reale si rifugiò a Roma, e a Torino venne proclamato il Regno d’Italia.

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Febbraio 1862: immagine della batteria Cittadella della fortezza di Gaeta

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La batteria Cittadella a conclusione dell’assedio. Sono visibili i numerosi segni dei colpi piemontesi

Le prime elezioni politiche per la composizione del primo parlamento italiano si ebbero il 27 gennaio del ’61, ma a Gaeta per ovvie ragioni esse si svolsero il 19 maggio. Nella stessa data (sempre in ritardo) si svolsero anche quelle comunali e provinciali che portarono, per l’applicazione della legge piemontese del ’59, all’istituzione del primo consiglio comunale elettivo, che qui si insedierà solo nell’ ottobre, con a capo il sindaco liberale (ancora di nomina regia) Domenico Vellucci, peraltro già membro del Decurionato borbonico.

La confusione per gli eventi bellici si estende alla vicina Mola e Castellone (Formia dal 1863). Qui il Decurionato non è in grado di formare le liste elettorali, visto che le stanze del Comune sono quasi in permanenza occupate da servizi per le truppe e spesso dal Consiglio di Guerra. Anche qui si voterà con mesi di ritardo.

Scarsa essendo ogni altra documentazione, notizie di prima mano ci vengono da poche pubblicazioni dell’epoca, ma principalmente dalla Gazzetta di Gaeta, il giornale ufficiale del governo voluto dallo stesso re Francesco per registrare e rendere noti atti ufficiali del Re e dei ministri, proclami, etc., e che dal 14 settembre ’60 all’8 febbraio 1861 pubblicò 29 numeri di 4 fogli di formato grande; e dalla raccolta di documenti operata in Gaëte. Documents officiels, edita a Parigi nel 1861. Gli argomenti in esse trattati concernono soprattutto il periodo dell’assedio.

Per il nostro discorso risultano preziose invece le carte dell’AS del Comune di Gaeta, relative alle delibere decurionali e di Giunta, di un arco di tempo più ampio.
Mi riferisco in particolare ai tredici registri di delibere decurionali dal 1806 al 1861, l’ultimo dei quali va dal 20.6.58 al 14.8.61 e racchiude tutti gli atti della vita amministrativa e civile negli anni decisivi che portarono alla fine del Regno di Napoli, dai giorni della II guerra d’Indipendenza, alla morte di Ferdinando II, dall’avventura dei Mille fino all’atto finale dell’assedio e resa di Gaeta e all’avvio del Regno d’Italia.
In queste carte non ci sono però tutti i riflessi che si attendevano di questi eventi: la vita locale scorre abbastanza tranquilla e nella normale ed ordinaria amministrazione, condotta da un numeroso Decurionato vista la popolosità della città (circa 17.000 abitanti), capeggiato dal sindaco don Raffaele Ianni, che resterà in carica per tutto il tormentato periodo, venendo sostituito solo dopo le elezioni di Giugno ’61.

A leggere questi verbali e queste delibere sembra che i grandi casi d’Italia, ma anche del Regno, non tocchino minimamente la vita locale. Il Decurionato appare impegnatissimo sui normali temi amministrativi delle nomine e dell’ uso delle risorse finanziarie e degli appalti e controllo delle gabelle della carne, del vino, del grano, sugli arredi urbani, o sulla costruzione del cimitero, o sui compensi da elargire a impiegati, etc. E finanche quando si parla di alloggiamento delle truppe del re, delle loro manovre per i casi nazionali, e di spese militari, etc. non si coglie se non molto sporadicamente o superficialmente l’occasione per ricordarli o commentarli. Sicuramente, pur se si aveva contezza di essi, non se ne percepiva ancora la gravità, pur dopo il 7 settembre e la fuga del re.

Francesco II e Maria Sofia. Gaeta

Solo la morte di Ferdinando II (avvenuta il 22 maggio 1859) produce una discussione e una delibera. L’evento qui diventa occasione di sincero dolore, e spinge i decurioni a richiamare in una pagina di spessore retorico quanto compiuto dal deceduto Re per Gaeta, rivolgendo poi questo indirizzo al successore Francesco: «Sire. Il Sommo Dio negl’imperscrutabili suoi voleri à chiamato alla Sua Gloria il Vostro Augusto Genitore, il quale, se a Voi era tutto per sangue a noi lo era per affezione: al par di Voi Gaeta lo teneva in venerazione, quella Gaeta che ossequente e divota sempre alla Vostra Illustre Dinastia tanto da Lui è stata beneficata ed illustrata da poterglisi ben attribuire il titolo di nuovo Fondatore di questa Città…».
Manifestato poi l’intento di intitolare al defunto la nuova piazza che si stava costruendo fra l’ arcivescovado e la Chiesa della Sorresca, infine gli “umilissimi e fedelissimi sudditi” concludevano innalzando «voti all’Altissimo perché conceda alla Maestà Vostra, all’Angelo di Bontà che la Providenza vi à posta a fianco Sua Maestà la Regina, e tutta la Real famiglia lunghissimi anni di sempre crescente prosperità….»

Nel breve giro di un anno e mezzo, dalla metà circa del ’59 alla conquista sabauda dopo un rovinoso assedio (terminato con la resa il 13 febbraio 1861 in una città ridotta a brandelli e flagellata dal tifo) la borghesia amministrativa locale – che aveva occupato per intero il Decurionato guidato in tutto il periodo dallo stesso sindaco, il già ricordato Raffaele Ianni di spiriti liberali – passò dalla confermata fedeltà verso casa Borbone, fino all’indirizzo di spontanea, libera e convinta adesione al nuovo Regno inviato dopo una riunione di decurioni e di cittadini gaetani il 18 febbraio 1861, appena cinque giorni dopo la tragica conclusione del lungo e distruttivo assedio e cannoneggiamento comandato dal Cialdini ancora nei momenti della finale trattativa.

Nel verbale si riferisce che i Decurioni e i Cittadini di Gaeta, riuniti nella Casa comunale, benché affranti dal distruttivo assedio, pregano il Sindaco di far pervenire in Torino per telegrafo questo indirizzo:

«Gaeta 18 Febbraio 1861
A S. E. il Conte Cavour Presidente del consiglio dei Ministri, Torino.
La Città e Borgo di Gaeta, lieti di vedersi reintegrati alla comune Patria dalle Gloriose Armi Italiane, capitanate dall’eroico Generale Cialdini, fanno atto di libera, spontanea, e sincera adesione al Governo di Sua Maestà Vittorio Emmanuele, Re Costituzionale dell’Italia Una, ed Indivisibile, e dei Legittimi discendenti di lui».

La sera stessa ai cittadini rimasti in attesa giunse il telegramma del Cavour:

«Da Torino 18 Febbraio ore 10,15 P. M.
Al Sig. Sindaco, e Decurioni della Città e Borgo di Gaeta.
Sua Maestà accoglie con grato animo l’adesione alla Monarchia Italiana dei cittadini di Gaeta, non appena hanno potuto esprimere liberamente i loro voti, e gli fa sicuri della paterna sua affezione.
C. Cavour »

Benché anche in questa vicenda non manchino stranezze e incertezze (nel numero delle firme, nelle discrepanze con la pubblicazione dello stesso documento nella Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia), che ad Antonio Ciano, studioso di storia locale e assessore al Demanio, hanno fatto sospettare un’imposizione da parte di Cialdini o manipolazioni, la sostanza delle cose ci mostra l’esempio clamoroso di una parabola che si ripeté allora in tante altre località di Terra di Lavoro, e già nella vicina Fondi, come visto, e si spiega solo se si prende in considerazione la formazione della classe dirigente del periodo. Come in ogni altra terra del Sud questa aveva ricevuto in Gaeta forte impulso ed espansione con l’applicazione delle leggi antifeudali varate nel periodo francese e mantenute attive nella Restaurazione. Ma qui la borghesia allora non era solo terriera, ma anche impiegatizia, amministrativo-militare e mercantile-marinara.
Alcuni nomi – Giordano, Matarazzo, Criscuolo, de Vio, Buonomo, Gattola, Manzo, Gonzales, della Croce, Molino – ricorrono tanto nella intensa vita economica, quanto nell’amministrazione comunale e nei pubblici uffici civili e militari ivi attestati. Il suo potere e la sua egemonia nel territorio gaetano solo in parte esigua dunque si esercitava sulle masse contadine, e molto più sulle masse popolari urbane, le quali peraltro in una città relativamente ‘ricca’ e dalla vivace vita pubblica trovavano occasioni molteplici di occupazione nei servizi, nel piccolo commercio, nell’artigianato, nell’edilizia, etc.

Questa particolare caratterizzazione, che si ripeteva solo nelle altre grandi città del Regno,  conferì ad essa profilo politico più marcatamente conservatore e lealista nei confronti della casa regnante, ma anche costantemente attento alla difesa del privilegio. Fu questa speciale condizione che convinse la generalità della popolazione a sostenere l’assedio, fornendo appoggio alle truppe di Francesco II.
Ma operavano nella classe dirigente anche le premesse per il repentino cambiamento di pelle, quando se ne presentasse l’occasione.

 

Da: Annali del Lazio meridionale, a.XI, n.1 – Giugno 2011, pp. 59-78

 

[Risorgimento e antirisorgimento nel Lazio meridionale. (4) – Continua]

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