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L’etnia kurda (6). Poesia e libertà

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a cura di Patrizia Angelotti
Newroz. Festa del popolo kurdo (Archivio Romano Lil)

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Per centinaia di anni la poesia kurda d’autore, salvo qualche eccezione, non si è discostata molto dalla poesia del Medio Oriente in generale, per quanto riguarda i contenuti, le forme espressive, la metrica. […]
Le voci educative, patriottiche, tese ad insegnare il valore della libertà sono state poche, nella poesia kurda, fino alla conclusione della prima guerra mondiale. Le conseguenze di quella guerra sono state tragiche. Non soltanto il popolo kurdo non ha ottenuto i benché minimi diritti nazionali, ma lo stesso territorio del Kurdistan, e quindi la nazione kurda, sono stati smembrati e divisi tra gli Stati confinanti. Tali Stati hanno immediatamente cercato di annullare al loro interno l’identità kurda e per cancellare il nome dei Kurdi e del Kurdistan dalla storia del mondo hanno applicato politiche di oppressione con incarcerazioni, deportazioni, massacri, nella totale negazione di ogni diritto umano.
Per applicare questa politica in modo più silenzioso e più facile, hanno cominciato ad attuarla in primo luogo nei confronti degli intellettuali, nonostante il loro numero, all’interno della società kurda, fosse relativamente esiguo. Ma gli intellettuali erano considerati, dal potere nemico, come il fuoco che cova sotto la paglia. Per tagliare i contatti tra gli intellettuali e la popolazione, per evitare che la loro voce arrivasse alla nazione e illustrasse gli obiettivi della sporca politica del nemico incoraggiando la resistenza, la rivolta, la lotta per riottenere i legittimi diritti, negati, il potere ha vietato ogni forma di libertà.
La realtà ha dimostrato che i nemici del popolo kurdo anche in questa politica si erano sbagliati e non avevano capito ancora che «quando un popolo paga la libertà con il sangue, nessuno può sbarragli la strada».

Così, il piano realizzato dai governi per tagliare i contatti tra gli intellettuali e la popolazione del Kurdistan ha avuto l’esito contrario, ha rinsaldato i contatti e ha provocato l’avvicinamento tra la popolazione e gli intellettuali, soprattutto poeti e scrittori, i quali, con scelta appropriata, hanno puntato molto sulla poesia.

La poesia d’autore, che era un genere prima piuttosto elitario, è diventata allora uno strumento di espressione quasi normale per rivelare la volontà, gli obiettivi, la sensibilità, il dolore e la felicità degli esseri umani in una forma attraente che, unita con la musicalità del ritmo, riusciva a entrare in tutte le orecchie e a risuonare su tutte le bocche. La poesia è così andata incontro alla popolazione, abbracciando tutti con amore e portando con sé le idee di libertà, di patriottismo, di democrazia, di umanità. La poesia ha espresso il dolore del popolo e il suo odio nei confronti dell’oppressione e ha mostrato che la liberazione nazionale è l’unica strada per ritornare a vivere. […]
Alcuni tra i poeti hanno combattuto sul campo di battaglia e hanno dato la vita, come martiri.
L’oppressione, la tirannia degli occupanti del Kurdistan, torturatori dei kurdi, hanno dunque provocato una rivoluzione anche nella poesia.

(Tratto dalla prefazione di Ibrahim Ahmad al libro sopracitato)

Libro Canti d'amore...

Da “Canti d’amore e di libertà del popolo kurdo”, a cura di Laura Schrader, Collana 100 pagine 1000 lire. Newton Compton Editori, Roma 1993

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La nostra poesia è scritta con le lacrime

Nell’oscurità di anguste celle,
tra usci infami e solidi ferri
fra topi e scarafaggi
seminiamo la nostra parola,
e matura la nostra storia
irrigata dalle lacrime dei bambini
per il padre dietro le sbarre,
nutrita dal desiderio umiliato
delle giovani spose
cui il carcere ha tolto
ben presto l’amore.
La fantasia tesse nuovi racconti,
ricama con fili di lacrime,
con colori di sangue,
del sangue dei ragazzi e delle ragazze
che scorre eroico sui nostri monti,
su queste montagne kurde
e così continuano le nostre leggende
si intrecciano altre canzoni.
La nostra ispirazione non nasce
da labbra rosse dipinte,
da occhi e volti
elegantemente abbelliti:
da lacrime, sangue, desiderio
sorge la poesia
rinnova il nostro amore
e sospinta da un soffio leggero vola
oltre le sbarre.

(Mehmed Emîn Bozarslan; 1935, vivente)

I kurdi. Un popolo dimenticato

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Dialoghi

Ho posato l’orecchio sopra il cuore
della terra.
Parlava d’amore, del suo amore
per la pioggia,
la terra.

Ho posato l’orecchio sul liquido cuore
dell’acqua.
Il mio amore, l’amor mio
è la sorgente, cantava
l’acqua.

L’ho posato sul cuore
dell’albero.
Della sua folta chioma,
– l’amore suo – diceva,
l’albero.

Ma quando accostai l’orecchio
all’amore stesso,
che non ha nome,
era di libertà che parlava,
l’amore.

(Sherko Bekas)

Kurdish people

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LE STELLE E IO

Brillano nella notte le stelle lontane
tristi come io son triste, come me insonni.

Da anni, loro e io, conosciamo notti di veglia;
quante notti, loro e io, senza posare il capo!

Ieri, all’alba, piangevano la mia sorte
vedendomi perso, infelice fra amici e nemici.

Mai avevo sentito per me tale affanno, mai,
sulla mia sorte, un pianto di nuvola che si disperde.

Lacrime di stelle! E credevo fosse solo rugiada.
Al vento ho chiesto di farsi dire il motivo di tanta tristezza.

Perché le stelle non sono come noi siamo,
le stelle, loro, stanno vicino al cuore di Dio.

E il messaggero tracciò sull’erba, con la rugiada,
«La fiamma del dolore dei kurdi è salita fino al cielo,

il grido dei kurdi del Nord è arrivato al cielo:
è l’ardore dei loro sospiri, che ci fa lacrimare».

(Piramerd, sec. XIX/XX)

Dalla regione kurda viene un poeta come Piramerd.
Piramerd (= il vecchio saggio) fu il soprannome di Tawfik Mahmud . Nato nel 1867 a Sulaimania (morì nel 1950).
Si dedicò alla revisione della lingua kurda che volle riportare alla purezza delle origini. Scrisse testi di linguistica, articoli, poesie e una raccolta di circa 6500 proverbi kurdi.

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[L’etnia kurda (6) – Poesia e Libertà]

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