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La Memoria. Cose che vogliamo salvare dal fuoco. (3). L’udito

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di Sandro Russo
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Ma altri sensi ancora, operano come potenti evocatori della memoria.
Tra i meno considerati è l’udito; a torto, perché tra i sensi attivi nella vita intrauterina è quello (preceduto solo dal tatto) che matura più precocemente.
Infatti, nel mezzo liquido in cui è immerso il feto, i suoni si trasmettono con particolare intensità, come quando in una vasca da bagno ci immergiamo sotto la superficie e possiamo distinguere i vari rumori degli appartamenti vicini.

È stato il battito del cuore materno il suono prevalente che ha costituito, per alcuni mesi, il mondo sensoriale di ciascuno di noi.
L’apparato uditivo compie la sua maturazione tra il 2° ed il 5° mese di gravidanza, perciò dopo il 6° mese il feto ha la capacità di ascoltare per tutto il tempo. E ha poco altro da fare!
Il feto percepisce sia i suoni interni del corpo materno (gastrointestinali e respiratori), che i suoni esterni dell’ambiente circostante.
Tra i suoni interni, il più importante è il battito cardiaco materno, che viene percepito dal feto a 72 decibel (in termini relativi ricordiamo che 10 dB corrispondono al fruscio delle foglie, 30 dB alla conversazione normale, 70 dB al traffico cittadino, 110 dB a una motocicletta in corsa).
Quindi il battito cardiaco materno risulta così forte da mascherare gli altri rumori.

Di quell’esperienza conserviamo una memoria indelebile, ancorché sopita. Come individui e come specie.
Molte culture orientali, quella indiana sopra le altre, riconoscono questa potenzialità del nascituro di essere sensibile ai suoni esterni e i genitori gli parlano constantemente.

Il ritmo conosciuto nella vita intra-uterina, si radica profondamente nel bambino. Quando poi nasce, il corpo e la mente portano con sé il ricordo di quel battito, e le madri lo sanno bene, infatti per farlo addormentare lo avvicinano al petto e quindi al cuore, e lui si tranquillizza.
Ecco da dove deriva il tamburo, il ritmo primitivo a cui non si può resistere.

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Dal punto di vista antropologico infatti non c’è cultura che non riconosca la produzione di un ritmo e l’atto del battere (un ramo contro un tronco, le mani o le dita su un tavolo, le mani su un tamburo) come momento comune e fondante, prima dello sviluppo di qualsiasi altra forma musicale.

Il ritmo del tamburo esercita un richiamo profondo; una sorta di unione mistica… Molti hanno individuato qualcosa di simile nella fascinazione dei ritmi moderni in cui, nell’assenza di comunicazioni verbali e/o di altro tipo, sono il ritmo e il suono profondo del basso, a mantenere l’unione profonda in un gruppo.
Un battito – beat – che satura gli altri sensi e unifica le menti.

Afro percussions

Sicuramente l’udito è in gioco in storie archetipe, come quella del Pifferaio di Hamelin, antica fiaba tradizionale tedesca del XIII secolo di cui  la versione dei Fratelli Grimm [inclusa nelle loro Saghe germaniche (Deutsche Sagen), pubblicato per la prima volta del 1816] è solo la più nota.
Di solito se ne conosce solo la prima parte, del pifferaio che propone al Borgomastro della città di liberarla dai topi dietro adeguato pagamento. E in effetti i topi sono ‘incantati’ dalla musica e seguono il pifferaio, fino a precipitare nel fiume dove annegano.

Pifferaio copia

Ma una volta liberati dal flagello dei topi, i cittadini negano al pifferaio il compenso dovuto, e questi si vendica. Mentre tutti gli adulti  sono in Chiesa, riprende a suonare e si tira dietro tutti i bambini della città…
Qui le varie versioni divergono, come pure il finale della storia, ma non è questo il motivo per cui l’ho ricordata… È che secondo molte fonti un tragico avvenimento di tale natura e portata, realmente avvenne nella cittò di Hameln, in Bassa Sassonia nell’anno 1284 e la sua memoria è tramandata attraverso una storia di fascinazione uditiva. Ma ne riparleremo…

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Uno scritto in cui ci viene mostrato un magistrale coinvolgimento dell’udito nel risveglio della memoria/di memorie è riportato qui di seguito.

Due parole di contesto. Andrea è un giudice siciliano, da anni trasferito a Milano, che nell’impegno della nuova vita, professionale e affettiva, si è lasciato alle spalle tutto il mondo isolano, dell’infanzia e dell’adolescenza. Che gli torna prepotentemente addosso, per caso e senza nessuna possibilità per lui di interferire con quanto gli accade dentro…

Tea. Book copia

Tea Ranno. Copertina del libro “In una lingua che non so più dire” ( 2007); Ed. e/o

“Teneva dunque gli occhi bassi quando li aveva sentiti. Ed era rimasto di stucco, perché quelle parole, dette in quella lingua e in quella cadenza, gli erano cadute dentro come gocce d’acido.

“Pugnu cutùgnu, a cu ci rugnu ‘u pugnu…”  stava cantilenando qualcuno, e Andrea aveva subito chiuso gli occhi, si era rivisto bambino a ripetere con Rosetta, la figlia della cuoca, la stessa filastrocca: “…ci ‘u rugnu a ta’ mugghièri ca è figghia ‘i cavaleri…”.

Aveva rizzato la testa e li aveva visti: quattro ragazzi, studenti forse, o militari in libera uscita, che si contendevano una bottiglia di birra. E intanto che uno faceva la conta, toccando con l’indice il petto degli altri, gli altri sfottevano quello di loro che sembrava il più timido.

[…] Andrea neppure si sarebbe accorto di loro. Ma quelle parole… quel rotolare di sillabe tra i denti, quel discorrere fluido, svelto e sincopato, come se l’urgenza del dire sopraffacesse le pause del respiro e le parole venissero fuori tutte insieme in una sequenza che sembrava canto… quelle parole erano come rasoiate nello stomaco, acido che sfaldava  la crosta delle abitudini e gli restituiva, intatto, il mondo di quand’era bambino.

Fermo in mezzo alla piazza, Andrea aveva chiuso gli occhi e subito nella sua testa s’erano accavallati suoni e immagini: lo sciacquio del mare, il richiamo del venditore di sale, le grida dei pescatori da una barca all’altra, il rintocco delle campane, l’abbaio smorzato di Surdìttu il bastardino sordo che indovinava meglio degli altri ogni suo comando e l’amava con una devozione che neppure un cristiano”.

[Da Tea Ranno: In una lingua che non so più dire]

Tamburi di Goree

Per tornare al ‘pifferaio di Hamelin’ c’è anche un altro motivo per cui  ho scelto di citarlo.
E’ che spesso (superficialmente) pensiamo che le favole sono una cosa e la vita reale un’altra, e che quelle storie (manifeste o occulte) non ci riguardino.
Ho fatto una diretta esperienza del contrario.

Quando una volta, nella Metropolitana di Roma – era la fermata di Piazza di Spagna e l’anno circa il 2001 – io, che avevo sperimentato le Metrò di Parigi e The Tube di Londa senza mai fare il minimo errore, ho preso la metro al contrario seguendo del tutto ‘incantato’, e quasi senza averne coscienza, il suono di un organetto… attraverso i corridoi scarsamente illuminati, che somigliavano – ho pensato poi – ai percorsi tortuosi della mia memoria.

La musica era questa:

“Valzer per Siglinda” è contenuto nell’album Malvasia dell’omonimo gruppo di musica popolare italiana formatosi nel 1978. Hanno prodotto un solo album

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 [La Memoria. Cose che vogliamo salvare dal fuoco. (3). L’udito – Continua]

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