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Contributo su Politica e Spopolamento (1)

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di Francesco Ferraiuolo (Franco)
Lumaca.1

 .

Nei giorni scorsi, leggendo quanto si è scritto sul sito in merito alle problematiche riguardanti il rapporto tra la politica e  lo spopolamento, mi è venuto in mente un intervento che svolsi, agli inizi degli anni duemila, quale membro del consiglio pastorale, al cospetto dell’Arcivescovo Mazzoni, venuto in visita alla comunità parrocchiale di Ponza.
Naturalmente, la lettura del pezzo che di seguito ripropongo dev’essere effettuata tenendo presente che il contesto di riferimento è quello di diversi anni fa.
Penso, al riguardo, che esso costituisca un utile contributo al dibattito in quanto riporta alcuni spunti che sono ancora d’attualità.
F. F.

 .

Il continuo spopolamento, divenuto, purtroppo, una tragica realtà inarrestabile, è un fenomeno che molti spiegano sbrigativamente con il fatto che le accresciute condizioni economiche spingono la gente a lasciare l’isola per il continente pur di avere a disposizione maggiori e migliori servizi sociali e comfort.

Non nego che ci sia del vero nella predetta opinione, ma credo anche che il fenomeno sia indotto da vari altri fattori problematici, interni ed esterni all’isola, che intrecciandosi e interagendo tra loro danno luogo a dinamiche rispetto alle quali è opportuno sviluppare qualche riflessione.

Essi sono i più vari: indubbiamente il lavoro, la sanità, l’ambiente, i servizi sociali, l’occupazione, la famiglia, la scuola, la politica.

Tuttavia, ritengo che bisogna partire con il prendere in esame, innanzitutto, la condizione dei giovani, che si trovano di fronte ad un momento in cui il mondo del lavoro sta subendo rapidi processi di trasformazione, ai quali si può fare fronte solo con nuovi indirizzi e modalità.

Per loro, in generale, l’avvenire imporrà di continuo nuove regole e forme di lavoro, inconsuete rispetto ai canoni usuali, dove la flessibilità per affrontare la competitività dovuta alla globalizzazione del mercato e l’inserimento di nuove tecnologie sempre più perfezionate, diventa un elemento obbligato e basilare che toglie certezze che sembravano per sempre  consolidate ed alimenta la preoccupazione per il futuro.

A mio avviso, per quanto ci riguarda, è da come si farà evolvere, attraverso le più opportune iniziative politiche, la relazione tra i giovani ponzesi e le nuove dinamiche del lavoro, che dipenderà, per buona parte, l’arresto o meno del fenomeno dello spopolamento.

Intanto, va detto che la nostra realtà insulare è alquanto difficile; in essa si riscontrano, se non tutti, certamente alcuni dei fattori di devianza, forse provocati dall’ambiente isolato e chiuso in se stesso, che poco o nulla offre in termini di attività,  al di là della parrocchia e della scuola per il loro compito istituzionale, funzionali ad una vera e sana crescita della personalità umana nei valori universalmente riconosciuti.

Va ricordato che tanti adolescenti vivono al presente in famiglie dove esistono problemi legati alla disoccupazione, alla carenza affettiva, all’alcolismo, alla droga,  o, in qualche caso, alla giustizia; abbiamo intuito l’affacciarsi della prostituzione; chissà i casi di violenza sessuale domestica che non conosciamo.

Le predette sono tutte realtà in cui è piuttosto arduo rinvenire istanze positive, ma che spingono con facilità ad aderire ad esempi incitanti alla protesta, alla ribellione, o, al contrario, come accade in via prevalente nella nostra isola, all’apatia, all’inerzia, alla sfiducia, all’abbandono della speranza.

A questo punto, si impone prioritariamente l’esigenza di creare una giusta connessione delle aspirazioni dei giovani alle vere opportunità che vengono loro proposte per conseguirle, unitamente ad ogni sforzo possibile per operare una rivalutazione dei sentimenti positivi e dei migliori ideali

E credo che un buon programma politico non possa prescindere dal dare risposte a queste problematiche se si vogliono tenere aperte buone prospettive e lavorare per una società migliore e per un futuro migliore.

Come detto, tra le aspirazioni concrete dei giovani vi è il loro inalienabile diritto – dovere al lavoro.

La disoccupazione, e non perché gli altri problemi siano meno importanti, rappresenta una delle problematiche più urgenti e scottanti della nostra comunità, che la popolazione vorrebbe fosse affrontata dalla classe politica dirigente con grande impegno e in maniera organica e determinata, con l’assunzione di una visione complessiva di come dovrebbe essere lo sviluppo socio-economico dell’isola.

Su questo e su tante altre questioni, la gente è stanca di assistere al pressappochismo con cui si affrontano i problemi, alla mancanza di una seria programmazione degli interventi, alla mancanza di puntualità rispetto agli impegni presi, alle promesse difficilmente mantenute.

E certo non aiuta, poi, vedere l’amministratore impegnato più a risolvere i problemi personali o di gruppi di interesse, che a risanare il bilancio  precipitato nel più profondo rosso o cercare di riorganizzare la macchina comunale giunta al limite del collasso.

È questo che man mano crea la distanza dalle istituzioni, il gap di sfiducia nella classe politica nella sua totalità e, pertanto, non ci dobbiamo meravigliare, poi, dell’esistenza di un disimpegno generalizzato e di una popolazione rassegnata al peggio e ripiegata su se stessa.

La situazione appare tanto più seria nella nostra isola, dove la sostanziale mancanza di una cultura d’impresa ed una certa debolezza del complesso delle strutture economiche rendono ancor più grave e penosa l’emergenza disoccupazione a discapito soprattutto delle fasce più vulnerabili, come i giovani e le donne.

E allora cosa bisogna fare ?

 

Intanto, io credo che, una volta per tutte, nel settore pubblico bisognerà bandire lo sfrenato assistenzialismo clientelare, che è un palliativo risultante sempre più difficilmente utilizzabile sia sotto il profilo quantitativo, perché costa enormemente, sia sotto il profilo qualitativo, per la sua incapacità a produrre effetti realmente risolutivi; che si regge sul lavoro precario, anzi sulla precarietà del lavoro fonda la sua ragione di esistere.

La diabolicità di siffatto meccanismo consiste nell’utilizzare consistenti risorse finanziarie pubbliche che non hanno un ritorno in termini di effettiva e riconosciuta utilità per la comunità e non danno sicurezza del posto di lavoro; in altri termini, è un investimento che non serve a nessuno tranne che per creare consenso ad una parte politica, questa sì cosa estremamente grave, con il denaro e la presa in giro del cittadino.

Ritengo, invece, che bisogna operare con forza sulle attività produttive, promuovendo una politica attiva dell’occupazione.

Bisogna promuovere la cultura della soluzione e del risultato, tale da attenerci non solo ai criteri di mercato, ma anche alla rivitalizzazione dei settori più deboli e arretrati, meritevoli di un occhio di riguardo nella destinazione dei finanziamenti, delle infrastrutture e delle tecnologie avanzate.

Ad esempio nel turismo, in un territorio a grande vocazione turistica qual è quello locale.

Certo, ciò che può interessare la nostra isola non può essere un turismo dequalificato, ma un turismo di qualità che si sviluppi anche nella bassa stagione, sollecitato su specifici progetti, grazie a ben impostati insiemi in grado di connettere nelle forme di ponderati rapporti di cooperazione: cultura e ambiente, ambiente e sport, sport e cultura, cultura e tempo libero.

La classe politica e le parti sociali devono aprire un grande confronto su questi temi.

E se è vero che il settore del turismo ha avuto il suo sviluppo in maniera episodica e basato soprattutto sulla volontà d’investimento di singoli operatori, allo stesso tempo, va annotato che non esiste una vera mentalità turistica, una scuola di management turistico.

Dunque, quello che s’impone è un problema culturale, cioè l’assunzione di una mentalità incline alla programmazione degli interventi, alla loro razionale gestione, che deve interessare tutti, dagli amministratori pubblici agli operatori turistici, ciascuno per la propria parte.

E ciò, partendo dalla conoscenza della nostra storia, delle nostre tradizioni, del nostro ambiente naturalistico – archeologico, per operare la trasformazione di ogni nostra caratteristica in occasioni di attrazione turistica, fino ad acquisire quel naturale quanto opportuno e dignitoso garbo nella fase dell’accoglienza e del rapporto con il turista, al quale va garantito, nel limite di ogni possibilità consentita, la soluzione di qualsiasi problema che possa in qualche modo intralciare la sua vacanza ed il suo relax, che, non dobbiamo mai dimenticare, costituiscono lo scopo principale per cui spende i suoi soldi e dà lavoro alla nostra comunità.

Un problema che potremo concorrere a risolvere già nell’età formativa dei giovani, affiancando all’attuale indirizzo I.G.E.A. (Indirizzo Giuridico-Economico-Aziendale) del nostro Istituto Tecnico Commerciale, a carattere prevalentemente amministrativo, un corso parallelo di studi più aderente alle necessità linguistiche, alle innovazioni tecnologiche, alle istanze provenienti dal moderno mondo turistico (al riguardo, si potrebbe pensare anche ad un corso ad hoc di istruzione post diploma); cioè, in definitiva, capace di mettere i giovani in grado di affrontare il loro ingresso nell’occupazione, anche creando lavoro autonomo, però qualificato e qualificante, con il possesso di tutti gli strumenti culturali e professionali  idonei allo scopo.

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[Contributo su Politica e Spopolamento. (1) – Continua]

Lumaca.2

 

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